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Il centenario della nascita di Ugo Calise e il ricordo del nipote: “Lui, il cantante delle regine”

Il 6 maggio 1921 nasceva ad Oratino Ugo Calise compositore, autore, arrangiatore, cantante e chitarrista. Il padre, Aniello, nativo di Lacco Ameno d’Ischia, esercitava la professione di medico condotto nel nostro Borgo negli anni ’20 e ‘30 .

Il suo primo maestro fu il chitarrista classico oratinese Giuseppe Garzia.  Rimase stabilmente ad Oratino fino al completamento del corso di studi liceali all’istituto “Mario Pagano” di Campobasso, per poi “espatriare” ed iniziare la sua gloriosa carriera d’artista .

Domani – 5 maggio – a Oratino verrà deposta una corona in memoria sulla sua tomba. Commovente il ricordo che emerge dalle parole del nipote Mauro Calise, professore di Scienza Politica dell’Università Federico II di Napoli con cui il sindaco Roberto De Socio ha parlato proprio per questa ricorrenza.

“Ancora mi sembra di sentirlo – ha raccontato al primo cittadino -. Qui, nella casa di campagna dove tornava a trascorrere l’estate. La voce, con l’età, era diventata più calda. Lievemente arrochita. Un’eco di Armstrong, che affiorava in tanti passaggi delle sue melodie. La voce di Ugo suonava anche senza la chitarra, quando chiamava dalla stanza accanto, o al telefono dalla sua casa romana. O quando faceva baby-sitting a Giulia, Anna e Roberto, sussurrando le sue ninnananne: ‘a storia de lulup e ‘a pecurella…”.

“Gli inizi – al solito – genio e sregolatezza. Per anni – da detto ancora il professor Calise – aveva fatto la posteggia, di nascosto al padre medico, nei locali pieni di americani, intonando, grazie a un orecchio strepitoso, una sua originalissima fusion con la loro musica di importazione. Con questo bagaglio sbarcò ad Ischia, negli anni ruggenti di Rizzoli in cui l’isola verde faceva concorrenza al jet set di Capri. Nel giro di pochissimo tempo, Ugo diventa una star internazionale. La chiave di quell’exploit era nel tono intimista della voce, e della musica che la accompagnava. Sulla scia degli chansonniers francesi, e anticipando quelli italiani che avrebbero spopolato qualche anno dopo. “’O sole mio” appena sussurrato, che spiazzava decenni di interpretazioni tenorili. E Munasterio che si arrampicava sul falsetto: “Ccá ce stess’unocall’è caduto ‘o core ‘mmiez’a via?”.

“Dopo i faboulousfifties – il “cantante delle regine” tra Wimbledon e casa Agnelli, lo sguardo incantato di Jackie Kennedy, il sorriso ammaliato di Sofia Loren. Ugo si era ritirato a Roma. Una terrazza su Monte Mario, e una girandola di artisti eccellenti. Da Chet Baker a Teddy Wilson, l’appuntamento romano obbligato era una serata con Kalais. Così lo chiamava Renzo Arbore, col suo inimitabile grammelot, mentre osservava la mano di Ugo fondersi con la tastiera. Lui e la sua musica jazz, che per primo aveva innestato nel palinsesto della canzone d’autore napoletana. Senza stravolgerla, ma rendendola ballabile: Il sound americano e la voce ‘e night – nelle parole di Pasquale Scialò – avrebbero riportato in vita i grandi classici, adattandoli ai gusti – e all’orecchio – delle nuove generazioni. È questa la chiave del successo più duraturo, gli ever green che continuiamo a canticchiare senza accorgerci del tempo che passa”.

La stessa chiave che un gruppo di giovani talenti napoletani ha adoperato inventandosi un festival dedicato ad Ugo Calise, rilanciandone le melodie e il messaggio. ‘Na voce, ‘na chitarra e ‘o poco ‘e web è una manifestazione che, per cinque anni di seguito, ha portato le migliori band a esibirsi a Oratino, dove Ugo era nato e cresciuto. Con una formula innovativa – canzoni proprie e cover di Ugo – e il gemellaggio con Napoli e Ischia, dove si sono svolte le premiazioni nella cornice spettacolare di Torre Michelangelo.

“Era stato un giovane musicista, Stefano Russo, con un lavoro instancabile di scavo filologico e recupero delle tracce audio originali – ha continuato il professor Calise – a rendere possibile la pubblicazione dell’opera omnia di Ugo, un song-book di quattro Cd con uno straordinario corredo fotografico e la copertina di Ernesto Tatafiore. Il quinto disco, quello con gli inediti, dovrebbe uscire per il centenario.

Ed è stato un altro giovane artista, Giovanni Block, a raccogliere il testimone di Stefano ideando il primo festival italiano dedicato ai giovani cantautori. Se avete voglia di risentire ‘Na voce e ‘na chitarra come oggi la orchestrerebbe Ugo, cercate in rete l’interpretazione del Be Quiet, il collettivo di compositori e cantanti che ha animato quelle serate. Un gioiello di armonia di struggente modernità. Grazie a Internet, queste emozioni rivivono a portata di click in ogni casa. Tutte le edizioni del festival sono live sul sito di Block, e possono essere aggiornate dagli autori, riascoltate dagli spettatori.  Penso a come reagirebbe zio Ugo. Il suo sguardo sornione, divertito da questa carrellata di musica no-stop. Poi abbasserebbe il volume. Prenderebbe la sua Piretti. Il pollice della sinistra – un tocco di molti autodidatti – che addolcisce la profondità dei bassi. Col flicorno di Cicci Santucci in lontananza, parte l’a solo di Nun è peccato”.