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Il castello, le mura, l’orgoglio: Cola di Monforte, il conte-guerriero signore di Campobasso

Una figura centrale per la storia del capoluogo e per la sua evoluzione: nobile d’estrazione, condottiero per vocazione, contribuì in maniera diretta a plasmare la geografia strutturale della città, restaurando il Castello dopo il brutale sisma del 1456 e lavorando al rafforzamento delle mura difensive. Le sue gesta belliche e la sua fama attirarono persino l’attenzione di Benedetto Croce, che ne raccolse le imprese in un’opera letteraria dal sapore biografico.

Il sangue e le pietre. Poesie di guerra sussurrate dagli altari del tempo. Una lama attraversa gli eoni, squarciando la paura in bocca ai leviatani del fato. Un nome, un antico sigillo: Monforte, segreto perenne custodito per sempre nello scrigno di questa città.

Nicola, conte di Campobasso, signore e guerriero; un corsaro del destino. Eroe dei due mondi, spada che tracciò il solco tra nebbie e paludi, oltre le siepi della storia e i silenzi di mari eterni.

Nato in terra partenopea attorno al 1415, navigante per vocazione e necessità: per sfuggire alla peste, che pure colpì il padre, per rincorrere sin da ragazzo il fantasma del suo desiderio. Le audaci incursioni piratesche contro le flotte fiorentine e genovesi, prima; al comando delle galee di Ferdinando D’Aragona, poi. Spirito impavido, abile guida per i compagni di ventura, Cola seppe distinguersi nel corso della sua intera esistenza per le brillanti doti di condottiero e per la sua tempra carismatica.

Ma è nelle radici di Campobasso, nei sotterranei cunicoli del capoluogo e del suo cuore storico, che i posteri troveranno un vincolo e una traccia eterni: il Castello Monforte, dominatore di nemici e della sublime collina.

Fu proprio Cola, infatti, a restaurare l’imponente costruzione dopo il violento terremoto del 1456, lavorando contemporaneamente per cingere il perimetro cittadino con mura difensive ancor più solide. In segno dell’avversione alla dinastia aragonese, sulla scia della “Rivolta dei Baroni”, Nicola II di Monforte battè addirittura una moneta autonoma – molto probabilmente utilizzata per provvedere al pagamento dei soldati – che recava impressa sul rovescio del tornese (assieme ad alcuni simboli di casata) la scritta “Campibassi”.

E proprio la brusca inversione delle alleanze stipulate e la scelta di sostenere i d’Angiò a sfavore di Ferrante D’Aragona segnarono però l’inizio di una lenta e inesorabile debacle: con la sconfitta degli Angioini, infatti, a Cola Monforte vennero sottratti numerosi feudi e il precipitare degli eventi costrinse “il Campobasso” – questo uno degli appellativi del conte – in un regime di serie difficoltà: gran parte dei suoi possedimenti venne infatti conquistata e infine riannessa al Regno di Napoli e così, tra il 1464 e il 1465, l’esilio forzato in terra mantovana si consumò come la più dolorosa delle “condanne”.

Ma quella sofferenza non piegò lo spirito del nobile, più che mai deciso a marciare lungo i sentieri del patto – umano e militare – coi D’Angió, impegnati allora in aspre contese con la Francia. Attorno al 1477, poi, il nostro sposò la causa della Repubblica di Venezia: sotto i vessilli della “Serenissima”, Cola di Monforte mostrò nuovamente tutta la propria vocazione guerresca per arginare le insidiosissime scorribande dei Turchi sulla sponda friulana.

Imprese capaci di suscitare non solo plauso e onori sul campo di battaglia, ma pure una fama postuma impressionante, che non a caso attirò l’attenzione intellettuale di numerosi studiosi e storici; fu addirittura Benedetto Croce a interessarsi delle alterne vicende del valoroso feudatario, pubblicando gli esiti di accuratissime ricerche nel volume biografico: “Un condottiere italiano del Quattrocento: Cola di Monforte conte di Campobasso e la fede storica del Commynes”.

Il milite nobile trascorse in Veneto gli ultimi istanti del suo pellegrinaggio terreno: la sua fiamma si spense, dopo aver arso a lungo, nell’agosto del 1478, a Padova, strozzata dalla peste. Eppure, vera fine non fu. Perché un’eco di gloria sembra risuonare ancora oggi, alta e forte, come esalando dalla pietra e dai corridoi di quel castello che domina sui sogni e sulle ferite di questa città: una fiaba ruvida come la guerra, feroce come un assalto; un racconto di epica, eroica fragilità. Una leggenda coriacea: sempre risorta dalle rovine, mai erosa dei secoli, mai mistificata dall’oblio. Perché “Monforte” è discendenza identitaria, un nome inciso su roccia eterna, un’ombra che nel silenzio ci parla di dolori e radici, di battaglie dimenticate e di drammi sepolti. Di una storia che appartiene, in fondo, a ognuno di noi.