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Gli infermieri: soldati in corsia, eroi della pandemia e angeli di nozze celebrate in fin di vita

Una ricorrenza per celebrare uomini e donne che lottano ogni giorno in prima linea in questo periodo d’emergenza covid. In 87 (dati Inail) hanno perso la propria vita per curare e assistere l’utenza, ma oggi è anche l'occasione per non dimenticarsi mai di una figura professionale che va tutelata e valorizzata

Un anno dopo, l’evoluzione della pandemia continua a mettere a dura prova il personale sanitario di tutto il mondo, infermieri compresi. In occasione della giornata internazionale dell’infermiere, celebrata a Campobasso con un incontro presso la sede dell’Opi sono emerse sfaccettature  di questa figura che non soltanto consolidano l’immagine dell’ “eroe” in corsia pronto ad una missione a tratti finanche disumana per modi, tempi e dinamiche cui gli infermieri sono stati costretti a lavorare inaspettatamente; ma consolidano anche e soprattutto quell’aspetto umano che al tavolo dei relatori è emerso in tutta la sua compiutezza nelle parole del sindaco del capoluogo, Roberto Gravina.

Racconti, testimonianze moderate da Antonello Barone e che hanno visto alternarsi l’esperienza di Mariacristina Magnocavallo (Presidente dell’ordine professionale), Giovanna D’Andrea (infermiera della terapia intensiva del Cardarelli), Antonietta D’Aveta (coordinatore infermieri presso il Gemelli di Campobasso), Giuseppina Pitoscia (coordinatore infermieri del distretto di Campobasso) e Jula Papa (segretaria regionale di Cittadinanza Attiva) che per gli infermieri e per un’assistenza sanitaria di prossimità – in nome dell’associazione – si batte da sempre.

Gli infermieri sono la spina dorsale di qualsiasi sistema sanitario, questo è un dato incontrovertibile e attorno a questa figura professionale oggi si stanno costruendo le tappe di un “viaggio” di conoscenza, studio e approfondimento per restituire alle istituzioni locali e centrali il reale stato dell’arte dell’assistenza territoriale oggi in Italia.

I saluti istituzionali del sindaco Gravina aprono ad un mondo di sentimenti ed emozioni finora offuscati dall’emergenza. E quindi dall’idea di un professionista in camice preoccupato a curare e salvare vite ottemperando a protocolli clinici. Invece c’è molto di più. E Gravina lo confessa senza mezzi termini.

“Posso testimoniare di aver visto il volto di pazienti rassicurati dalla presenza di voi infermieri anche in momenti di grande drammaticità e consapevolezza. Come l’ultimo matrimonio che ho celebrato in un ospedale in punto di morte. Ero lì ad adempiere al mio dovere, su richiesta dei due coniugi, con un marito che sapeva di dover presto lasciare la compagna di una vita perché il destino gli aveva riservato un tiro sinistro. In quella occasione ho osservato non soltanto l’amorevole assistenza clinica di cui un infermiere è capace ma soprattutto la partecipazione emotiva ad un evento che paradossalmente dovrebbe essere uno dei più belli della vita di un uomo e che in quella occasione segnava invece anche la definizione di una vita prossima alla morte. Ebbene, vi ho visto – ha detto il sindaco – con gli occhi commossi e la fronte corrucciata dal dolore perché voi, probabilmente più dei medici che sono costretti ad altre mansioni, con il paziente stabilite un’empatia che è il valore aggiunto della vostra missione. Perché il malato con voi non si sente mai solo e anche in ospedale, grazie a voi, è come se si sentisse un po’ a casa: amato, accudito, seguito”.

Il giorno del “sì” che fa paura e che commuove, descrive dunque il legame che il paziente instaura con l’infermiere in corsia. Questi diventa il suo “testimone di nozze”, ma anche il suo confidente, l’amico del buongiorno e quello del saluto alla sera prima di chiudere gli occhi auspicando un risveglio di nuove speranze.

Cristina Magnocavallo ricorda l’anno della pandemia, inaspettato, che li ha visti scendere in campo spesso anche senza strumenti idonei ad affrontare il coronavirus. Perché l’unico obiettivo era: “Salvare vite umane e noi stess”. Sì, perché va detto che anche gli infermieri non sono stati risparmiati dal virus che li ha uccisi. “Tant’è – ha continuato la presidente dell’ordine – che dedichiamo proprio agli 87 colleghi deceduti questa giornata internazionale”.

Giovanna D’Andrea è un’infermiera della Terapia intensiva del Cardarelli e racconta dei sentimenti contrastanti cui hanno dovuto far fronte in questo lunghissimo periodo. Ansia, paura, incertezza perché “Non abbiamo seguito solo pazienti colpiti da danni polmonari, perché il covid intacca il cuore, il sistema neurologico ed enterale e per molti di loro era quindi urgente e necessaria un’assistenza a 360 gradi”.

Pochi i malati in ospedale durante la prima ondata, troppi nella seconda. Tanto da dover richiedere la cross e i trasferimenti in altri nosocomi, tutto questo “ha comportato un aumento dei ritmi di lavoro con situazioni emergenziale paurose. Arrivavano pazienti con fame d’aria e gli occhi sbarrati dalla paura. A noi il compito di curarli ma anche di tranquillizzarli. E non è sempre facile, perché fuori dalla Terapia intensiva ci sono figli, mamme, padri che ti raccomandano i loro cari e tu sei lì pronto a rassicurarli ma con la consapevolezza che potresti non farcela. E non per colpa tua. Viviamo continuamente la battaglia tra la competenza che è lì pronta ad essere al servizio del paziente ed uno stato emotivo che ci schiaffeggia perché mentre ricevi un paziente in fin di vita, che stai provando a salvare, nel box affianco c’è un altro che hai appena ripreso da un arresto. Sei umanamente combattuto da una combinazione di stati emotivi che ti forgiano e ti segnano”.

La collega Antonietta D’Aveta che è stata coordinatrice delle aree Covid del Gemelli di Campobasso racconta la sua esperienza ventennale nei reparti di oncologia ed oncoematologia che credevo “mi avesse insegnato la sofferenza, quella vera. Beh, non conoscevo il Sar Cov2. La corsa contro il tempo senza poter stare lì a pensare neanche un istante perché un istante senza respiro potrebbe essere deleterio”.

E quindi ricorda “la paura espressa dagli occhi e dalle domande dei pazienti nonché dell’urgenza di riadattare il sistema di assistenza applicando le strategie migliori per salvare vite. Mi porto un bagaglio forte da questa esperienza. Oggi l’infermiere è pronto ad affrontare realtà assistenziali nuove e talvolta anche di emergenza. Io sento fortemente questa divisa addosso e sono orgogliosa di rappresentare la mia professione in questo momento di crescita che ci rafforza nello spirito e nel fisico perché i segni che portiamo addosso resteranno indelebili”.

Giuseppina Pitoscia, coordinatrice degli infermieri di Campobasso insieme a Jula Papa ribadisce a margine dell’incontro  quanto è importante il filo rosso “che legherà le esperienze di ognuno di noi ed è dunque con soddisfazione che accogliamo anche quanto emerso nel Piano di Resilienza illustrato dal presidente Draghi la prospettiva di trasformare gli ospedali in ospedali di comunità a partire dall’infermiere di famiglia e comunità”.

Per chiudere: gli infermieri italiani sono stati candidati al Nobel per la Pace 2021. Noi, facciamo il tifo per loro.