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Cosa significa essere madri in Molise oggi

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di Francesca Fiori – Sos Molise Qui si muore

I dati dell’ultimo rapporto Istat sul censimento della popolazione italiana indicano che in Molise lavorano solo 32 donne su 100. 

Nel 2011 la percentuale era del 30%, nel 2019 del 32%, la crescita è di soli due punti in poco meno di dieci anni. Il tasso di occupazione femminile è il sesto più basso d’Italia. 

L’art. 37 della Costituzione prescrive che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”. Senza bisogno di scavare troppo, risulta lampante, dai dati Wef (5,6%) e Eurostat (12%) relativi all’intera penisola, il divario salariale tra i generi (gender gap).

Inoltre, è importante evidenziare la percentuale di donne manager, quindi con una carriera lavorativa ai vertici, che in Italia sono solo il 28%, in Europa, più in basso di noi c’è solo Cipro. Inoltre, il 49,8% delle donne assunte ha un contratto part-time.

Con la pandemia la questione dell’occupazione femminile crolla: l’Istat riporta dati allarmanti secondo cui su 101mila lavoratori che hanno perso il lavoro, 99mila sono donne. Le donne, anche a causa dell’inferiore salario percepito, sono state le prime costrette a rimanere a casa, a badare agli anziani e soprattutto ai bambini, seguendoli nella Dad e rivestendo il ruolo di uniche responsabili di casa e salute. Tutto questo gratis, senza poter versare contributi, senza avere retribuzione, perdendo progressivamente autonomia economica. L’Italia è al 63° posto nella classifica globale nell’annullamento del gender gap, ma resta tra i paesi peggiori in Europa.

Tutto questo diventa ancora più interessante e sintomatico, in una regione come il Molise, dal momento che le proporzioni si ribaltano quando si parla di titoli di studio: in Molise su 100 persone laureate 57 sono donne e solo 43 uomini; un altro distacco sintomatico è il 4,8% che separa le donne dagli uomini in merito al conseguimento di diploma di maturità e/o qualifiche professionali, il più alto d’Italia insieme a quello del Friuli.

Ma come mai se le donne sono le più istruite e titolate non ricoprono anche un maggior numero di posti di lavoro?

La seconda parte dell’art. 37 della Costituzione dice che “le condizioni di lavoro (per una donna) devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare”. Sorge spontanea una domanda: qual è la funzione familiare della donna?

Dal sanscrito Matr al latino Mater, il termine madre indica colei che dona la vita, cura e nutre. Esattamente come il padre, nome di derivazione indoeuropea che implica i concetti di nutrimento e cura. Quindi, la lingua insegna che naturalmente non c’è alcuna peculiarità femminile se non il parto, come funzione biologica. La donna non ha nessuna prerogativa familiare naturale, dopo il parto non è tenuta, per natura, a ricoprire alcun ruolo “familiare” esclusivo, specifico e distintivo basato sul genere. Questo concetto è presente nella costituzione dal 1948, una costituzione che, è bene ricordare, fu scritta da una costituente composta da forze politiche miste, che necessitavano di mantenersi in pace con la chiesa cattolica di Roma. Il ruolo familiare di madre, intesa come “angelo del focolare”, ha una storia che deriva dal cattolicesimo, si rafforza nel ventennio fascista e rimane negli articoli costituzionali.

La cultura italiana troppo spesso sovrappone la figura della madre a quella di colf, psicologa, cuoca, aiuto dopo scuola, amica, lavandaia, regina della casa sempre sorridente. Una specie di supereroina, martire della famiglia. L’applauso collettivo, soprattutto nelle regioni del meridione, si alza di fronte ad una madre che ipoteca tutta se stessa per gli altri. Emerge così il più grande inganno, costruito da una società patriarcale millenaria, che lega le donne a ruoli stereotipati, rendendo loro omaggio, festeggiandole. Noi non vogliamo la festa, vogliamo la lotta al diritto di essere prima persone e poi lavoratrici, oltre che madri, e soprattutto felici. 

Ognuno si chieda, a casa propria, chi è che cucina, sparecchia, fa i piatti, lava i panni, li stira, pulisce i bagni e rifà i letti, fa la spesa e si occupa di sapere cosa è necessario comprare. Lavora. Passa più tempo con i figli. Questo non è dovuto, non è naturale, non è scontato, questo è lavoro non retribuito, è carico mentale. È ingiusto.

Tutto ciò si collega a doppio filo alle condizioni in cui verte il tasso di natalità in Italia e il Molise, in questo supera relativamente gli standard pur restando coerente con essi, con una media di un figlio per donna e un’età di maternità vicina ai 33 anni. È comprensibile, dal momento che il sistema di welfare, che dovrebbe essere universale in uno stato liberale e democratico, non tutela la donna madre e lavoratrice, ma la opprime, innescando un processo di denatalità.

È importante sottolineare che un numero indefinito di donne, in Molise, lavora in nero, nelle cucine dei ristoranti, nei servizi di pulizia, nelle case dei privati, espropriate di ogni diritto e contributo, sono soggiogate dal sistema.

Allora quanta ipocrisia ci vuole per festeggiare a cuor leggero la mamma? Cosa c’è da festeggiare nel totale annullamento dei diritti?

Infine, ci sarebbe da riconsiderare criticamente l’idea vigente secondo cui è la donna a doversi occupare della famiglia. Parità salariale, parità di congedo per maternità e paternità, maggiore disponibilità di posti al nido e incentivi all’assunzione di babysitter: solo in questo modo le donne, e quindi gli uomini, potranno essere tutelate e potranno definirsi libere.

Questo è il modello nord-europeo, applicato nei luoghi in cui il gender gap si ritiene essere colmato già all’86%.

Il presidente Toma, in occasione della giornata internazionale della donna, ha detto che il ruolo delle donne nella nostra società è fondamentale e imprescindibile, io aggiungo che questo paese si regge sul lavoro silenzioso e non retribuito delle donne, che non si limitano ad accedere al mercato del lavoro, ma si istruiscono e portano avanti la casa, che gestiscono i figli e curano gli anziani. Quindi, come società, non festeggiamo le madri, rispettiamo le donne retribuendole, assumendole, dividendo paritariamente i lavori domestici.

Ogni giorno è un giorno di lotta.

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