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“Con il Covid ho trovato un lavoro, lo dico fuori dalle ipocrisie. E ho imparato a selezionare le persone: baci e abbracci non si possono dare a tutti”

Una chiacchierata senza filtri con Alessandro Corroppoli, giornalista che nella tempesta della pandemia ha fatto l’operatore socio-sanitario, lavorando a stretto contatto con i malati e diventando amico, confidente e famiglia dei cosiddetti fragili. “Sentivo il mio corpo come una bomba pronta a esplodere, l’unica arma possibile era lo scrupoloso rispetto delle regole. La paura, per noi stessi e per gli altri, ci ha cambiato”.

Collega e amico, Alessandro Corroppoli (44 anni, residente a Portocannone) è uno di quelli che nel pieno dell’onda Covid si è ritrovato a fare un lavoro completamente diverso da quello che aveva tenacemente cercato di portare avanti negli ultimi anni. Succede spesso nel mio campo: il giornalismo è marchiato da una precarietà praticamente strutturale e da incertezze costanti, non è certo la prima volta che registro colleghi “di penna” passare ad altri campi lavorativi maggiormente garantiti (penso per esempio al mondo della scuola). Non era mai accaduto però – mai prima di ora – che il “passaggio” avvenisse sotto la spinta di un evento pandemico di respiro globale.

Se proviamo ad affrontare questo aspetto fuori dalle ipocrisie, possiamo dire che paradossalmente a te è andata bene: hai trovato un lavoro

“Non intendo essere ipocrita, e lo riconosco. E’ successo questo: con l’emergenza Covid, che ha tenuto impegnati medici, infermieri e OSS senza soluzione di continuità, si è posta la necessità di reperire altro personale nelle strutture socio-sanitarie. Prima del Covid le persone con la mia qualifica – sono un Operatore socio sanitario – venivano chiamate col contagocce, poi di colpo il bisogno di reperire personale ha rispolverato graduatorie che erano state sepolte e quasi dimenticate. Così sono stato ripescato negli elenchi di categorie di persone di cui c’era un gran bisogno”.

Non hai lavorato in un reparto Covid, però.

“No, ho prestato servizio nel centro di riabilitazione San Francesco di Vasto. Guarda, il discorso è questo: nel momento in cui è scoppiato il Covid gli ospedali hanno chiesto personale e molti infermieri e OSS sono andati in strutture pubbliche dove gli stipendi e le garanzie sono infinitamente superiori, liberando posti in strutture private.  Quindi da un punto di vista lavorativo è stato una fortuna, poi chiaro che non ho fatto bingo: la precarietà rimane, ho contratti a termine, lavoro alcuni mesi e altri no, vado a fare sostituzioni. Mi chiamano quando hanno bisogno. Ma questo è un altro discorso”.

Non hai il posto garantito, è vero. Ma è meglio di prima, no?

“Dai, diciamo così. Ma la mia fortuna è stata quella di aver coltivato due settori, parallelamente, che sono il sociale e il giornalismo. Ho fatto un po’ l’uno e un po’ l’altro, senza mai abbandonarne uno. Così come nell’ultimo periodo sono andato avanti a scrivere, seguendo determinati temi che mi stanno a cuore, anche se non ho potuto farlo in maniera sistematica, per anni, durante i quali mi occupavo di informazione anche con te e Primonumero.it, ho coltivato l’interesse per il sociale. Quando avevo un momento libero, per esempio, visitavo i centri diurni per disabili a Larino, Santa Croce di Magliano. Insomma, te la faccio breve: non ho mai smesso con nessuno dei due campi, e questa si è rivelata una fortuna”.

Perché?

“Il giornalismo mi ha formato profondamente nella capacità di guardare con occhi speciali l’umanità, l’ingiustizia, la sofferenza delle persone. Di cogliere determinati dettagli, e quando lavori nel sociale tutto questo è prezioso. Certo poi, bisogna avere una determinata indole per approcciare e svolgere un lavoro tanto delicato e impegnativo come quello dell’OSS”.

In questi mesi tu sei stato a contatto con i malati, con persone che soffrono.

“Sì, tantissimo. Soffrono fisicamente e hanno sofferto, per lunghi mesi, la solitudine causata dalla mancanza di qualsiasi contatto con i loro cari a causa delle limitazioni imposte dal contagio. C’erano anche pazienti che dopo mesi di ospedale arrivavano in struttura per la riabilitazione, e noi diventavamo l’amico, il confidente, la famiglia. A chi non era autonomo, provvedevamo a metterli in contatto, a una determinata ora, con i propri cari attraverso le videochiamate.  Oltre al lavoro di routine, lavare e medicare i pazienti e aiutarli ad alimentarsi, c’era questo aspetto: siamo stati l’unico argine alla solitudine, per tanti mesi. Ora hanno iniziato inaugurato le stanze per gli abbracci, beh, penso sia una cosa bellissima. Mi sono accorto sulla mia pelle quanto sia fondamentale la fisicità per chi vive in una struttura protetta”.

Hai avuto colleghi che hanno preso il virus?

“Come no. Ci sono stati eccome, è successo quello che è successo in tantissime Rsa, Centri socio sanitari, Case di riposo d’Italia. Ecco perché anche fra di noi i contatti erano ridotti davvero ai minimi termini e il rispetto delle regole scrupolosissimo. Se un paziente ricoverato, entrato senza virus, avesse preso il Covid, chi se non noi lo avrebbe potuto portare all’interno della struttura? Questa domanda mi ha accompagnato, martellante, per mesi interminabili”.

Cosa pensavi in quei giorni, ti ricordi?

“Pensavo a rispettare le regole, era l’unica arma che si potesse usare per difendersi. Uscivo solo per i bisogni primari: fare la spesa e andare alle Poste. Avere a che fare con i malati è una responsabilità oggettiva: oltre a salvaguardare la tua salute sei tutti i giorni a stretto contatto con le persone fragili, che hanno una certa età, che hanno avuto ictus o soffrono di demenza, o sono tracheostomizzati o malati ortopedici. Persone estremamente vulnerabili”.

Hai mai percepito te stesso come un pericolo?

“Di più! Mi sono sentito come una potenziale bomba che da un momento all’altro poteva esplodere. Durante lo scorse festività natalizie, ad esempio, sarei voluto tornare a casa da mio padre, anziano e solo. Ma papà è un ultraottantenne con problemi, e in quel periodo c’erano stati colleghi contagiati. Pur facendo il tampone periodicamente, e risultando sempre negativo, avevo paura, non mi sentivo sereno e ho preferito fare Natale in solitudine completa piuttosto che rischiare”.

Hai fatto rinunce che in altre circostanze non avresti fatto, sacrifici che non pensavi ti appartenessero?

“Certo, e sono convinto che come me moltissimi. Il Covid ha modificato drasticamente il mio rapporto con gli altri ma anche il mio rapporto con me stesso. A me stesso ho chiesto di più, mi sono imposto azioni e comportamenti che non credevo sarebbero stati mai possibili”.

Non voglio aprire il fronte degli aperturisti e chiusuristi, come si definiscono oggi con due parole orrende le correnti di pensiero che dibattono di questi temi, ma levami una curiosità: ti sei mai incazzato davanti a chi non rispettava le regole, oppure si comportava in modo superficiale?

“Mi ha infastidito e mi infastidisce, sarebbe impossibile il contrario. Ritengo che come il Covid ha aumentato la sensibilità di molti, allo stesso modo ha accresciuto l’egoismo di altri. Ha fatto schizzare alle stelle i migliori sentimenti come i peggiori. Non si spiega altrimenti il fenomeno della delazione, le persone che vedendo un vicino fare una corsetta sotto casa chiamavano la polizia. Non ti sembra un’azione che in tempi normali uno non si sognerebbe mai di fare?”

Già. E come te la sei spiegato?

“Con la paura. Che ci ha fatto esagerare in protezionismo da un lato, e dall’altro ci ha creato un bel po’ di anticorpi rispetto alla naturale insofferenza alle regole, rivelandosi una spia importante. Poi nella emergenza vengono fuori gli estremi, questo è assodato”.

Quando la paura ci abbandonerà torneremo a essere come prima?

“No. E’ stata una stagione che ci ha segnato molto, centinaia di migliaia di morti non si accantonano, un anno e mezzo fa non avremmo mai immaginato di finire in questo tunnel virale, e vale per noi ma anche per i più giovani. Ci siamo già abituati a certe cose che sembravano assurde, come la mascherina, gli occhiali che si appannano sopra la mascherina. Abbiamo già iniziato a costruire un nuovo modo di vivere che non sarà uguale a quello di prima, perché continueremo a convivere col virus per un po’”

Cambierà il nostro contatto fisico?

“Sai che ti dico? Che di baci e abbracci ne abbiamo dati fin troppo, specialmente noi ‘borboni’ che siamo così espansivi. Ora forse inizieremo a selezionare le persone per cui vale la pensa rischiare, e non è necessariamente un male, giusto? L’abbraccio è mancato, ma ora – facci caso – il contatto fisico ha qualcosa di imbarazzante. Sta cambiando tutto, è tutto diverso. C’è un pre Covid e un post Covid da punto di vista lavorativo, sociale, oltre che personale”.

Rimpiangi il pre Covid?

“Eravamo sicuramente più spensierati. Ma non credo che il post Covid sarà peggiore. Ha portato la precarietà nei rapporti, ma anche una diversa idea di fiducia. Ci ha abituati a porci questa domanda: ‘io sono sicuro di me, so che contatti ho avuto, so dove sono stato. Ma dell’altro? Che ne so quello che ha fatto, con chi è stato, dove è stato…’ Ora mi pongo un problema di fiducia mille volte, prima non ci facevamo caso. Ma questo è negativo? Non necessariamente. Ci si riorganizza. Penso allo smart working. Ci sono 6 milioni di persone che lo fanno. E hanno migliorato le condizioni di vita, anche la qualità del lavoro probabilmente. Il Covid può essere e deve essere per esempio l’occasione di migliorare le condizioni di sicurezza dei posti di lavoro, all’interno delle aziende. Questa è una eredità positiva”.