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Muore di covid una settimana dopo la seconda dose di vaccino. L’esperto: “Può capitare, ecco perché non bisogna abbassare la guardia”

Il 25 marzo un 86enne è deceduto a causa dell’infezione polmonare contratta evidentemente prima della seconda somministrazione di Pfizer, avvenuta il 19 marzo. Il biologo Massimiliano Scutellà: “L’efficacia vaccinale si acquisisce mediamente 15 giorni dopo ma ci sono persone che non sviluppano gli anticorpi. Può accadere”. Probabile che l’uomo avesse una variante, che in questo caso si è rivelata particolarmente aggressiva. E’ anche questo il motivo per il quale anche i soggetti vaccinati non possono rinunciare a mascherine e distanziamento rigoroso.

E’ deceduto esattamente sette giorni dopo la seconda somministrazione di vaccino Pfizer, tra lo sconcerto – oltre che il dolore – di parenti e conoscenti. Aveva 86 anni ed è stato ricoverato dopo il 20 marzo in Malattie Infettive del Cardarelli. I sintomi sono arrivati all’improvviso e, per una singolare coincidenza, all’indomani della seconda dose di vaccino. L’anziano infatti, residente a Campomarino, è uno degli over 80 immunizzati nella nostra regione. Un vaccino che ha atteso con ansia e fiducia, ma che non è riuscito purtroppo a scongiurare il rischio di contagio e poi la morte per una infezione polmonare particolarmente severa che il 25 marzo scorso lo ha strappato alla vita.

Inevitabile l’incredulità della popolazione, che davanti a un caso del genere si è interrogata sulla efficacia del vaccino in un misto tra paura e sorpresa. Abbiamo chiesto una valutazione al biologo Massimiliano Scutellà, che guida e coordina il laboratorio di biologia molecolare dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, dove da qualche tempo si effettua il sequenziamento dei campioni orofaringei oltre che il loro processo con Pcr per ricostruire la positività al virus.

“L’efficacia vaccinale – ci spiega – si acquisisce mediamente 15 giorni dopo la seconda dose di vaccino. Ma comunque ognuno ha propri tempi di risposta”.

Siamo tutti geneticamente diversi e gli anticorpi non si formano nella stessa quantità e con gli stessi tempi per tutti. “Per alcuni questo accade in maniera precoce, già dopo la prima somministrazione. Per altri invece può accadere che gli anticorpi si formino molto tardi o addirittura mai – aggiunge l’esperto –. Dipende da tanti fattori e per una valutazione complessiva bisogna analizzare il contesto clinico, la presenza di malattie cronico-degenerative, il patrimonio genetico e l’età. Purtroppo la medicina non è una scienza esatta e tante prognosi sfuggono ad una valutazione razionale”.

In sintesi: la tragedia accaduta a Campomarino non è impossibile, per quanto sia improbabile. Il fatto che sulla base degli studi finora disponibili con il Pfizer ci sia una copertura contro il rischio di sviluppare la malattia conclamata da covid 19 del 95% a una settimana dalla seconda dose, non impedisce che una piccola percentuale di soggetti vaccinati possa ammalarsi, e perfino morire. Certo si tratta di eventi rari, potenziati dal contagio avvenuto prima della inoculazione della seconda e ultima dose e legati alla presenza di varianti, che in taluni casi possono essere meno coperte dalla immunizzazione e, come accaduto nel caso dell’86enne, anche più aggressive e letali.

E questo riporta all’appello che scienziati e medici stanno facendo da tempo, invocando la necessità di non abbassare la guardia malgrado l’acquisita immunità dal virus. Mascherine sempre, distanziamento sempre, lavaggio delle mani e sanificazione sempre. Un appello che non sembra incontrare la sensibilità di tutti, visto che si registrano comportamenti più disinvolti e improntati a una minore attenzione delle regole anti covid da parte di persone vaccinate, che ritengono di poter dismettere la mascherina e abbandonare la regola aurea della distanza.

Lo aveva ribadito anche il professor Liborio Stuppia, direttore del laboratorio di genetica molecolare Test Covid 19 dell’università Gabriele d’Annunzio di Chieti, una autorità in materia, che proprio a Primonumero.it aveva spiegato: “Non possiamo dare per scontato che tutti reagiscono alla vaccinazione allo stesso modo. Siamo geneticamente diversi, e soprattutto non si può escludere che chi ha fatto il vaccino possa essere infettato da un ceppo diverso da quello originario, da una variante per la quale il vaccino garantisce una minore copertura immunologica”.

Infettati dopo il vaccino, il professor Stuppia fa chiarezza: “Può dipendere da anticorpi bassi o dalle varianti. I test sierologici sono fondamentali”