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“Mangiavo pane e camorra, respiro mafia da bambino, poi sono cambiato. Lo devo al comandante della Penitenziaria Tomassi”

Diventato collaboratore di giustizia è uscito da poco dal carcere di Campobasso. Ora vive in una località segreta con sua moglie sua figlia, ma ha voluto ringraziare anche Primonumero

Da qualche giorno Mario (nome di fantasia) vive in una località segreta insieme a sua moglie e sua figlia. E’ uscito dal carcere di Campobasso  dopo la sua scelta di collaborare con la giustizia. Di cambiare radicalmente la sua vita e contribuire “con il pesante passato che mi porto sulle spalle” a sradicare i tentacoli della criminalità organizzata della quale lui è stato parte attiva sin da quando era poco più che un bambino.

Quando Mario esce dal carcere di via Cavour,  dopo aver riabbracciato la sua famiglia, sceglie di chiamare la nostra redazione “per ringraziarvi” dice. Perché  “avete raccolto per mezzo di mia moglie la mia necessità di urlare che, al contrario di come si diceva in quei giorni del 2019 quando sotto tiro c’era la casa di reclusione di via Cavour, la mia vita stava cambiando proprio qui a Campobasso, grazie alle persone che lavorano in quel carcere. E ora che sono libero volevo ringraziarvi di persona perché non aver fatto cadere nel vuoto il mio punto di vista”.

“A Poggioreale l’inferno, in via Cavour mio marito è rinato. Dopo il carcere è da qui che vorremmo ricominciare”

Ma la chiacchierata con questo giovane, poco più di 30 anni, di cui almeno quindici trascorsi in carcere, si trasforma inevitabilmente in un racconto senza fine.
Mario ha varcato per la prima volta la soglia di un carcere quando aveva soltanto 16 anni. Da lì un andirivieni che lo ha portato a girare 32 Istituti di pena.

Si è macchiato di molti reati: “quasi tutti ” confessa. E puntualizza  “Mai, però, quelli contro donne e bambini. Questi non si toccano”. Qualche secondo di silenzio durante i quali alla mente affiora quella congettura secondo cui esiste una sorta di codice non scritto che in alcuni ambienti malavitosi e soprattutto nelle carceri, condanna a priori chi abusa di donne e bambini.

Mario era uno dei bracci armati del clan Gionta: l’organizzazione più temuta di Torre Annunziata: “Signora – dice – le assicuro che parlare di clan è poca cosa, così come parlare di camorra. Io vivevo la mafia, mangiavo di mafia, respiravo mafia da quando ero un bambino”. Una sorta di rafforzativo che usa quasi a voler rappresentare che il clan di cui faceva parte era esteso ben oltre i confini territoriali della camorra. Era il motore di un’organizzazione criminale che ramificava con altre associazioni. Altri gruppi. Altre matrici.

Il clan Gionta stringe contatti con la mafia in Sicilia e con i Nuvoletta di Marano. Lotta contro il disegno criminale di Raffaele Cutolo tant’è che la cronaca racconta come fosse ieri quell’11 settembre 1981 quando i Gionta fanno piazza pulita dei capizona della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo a Torre Annunziata, dove vengono ammazzati Salvatore Montella e Carlo Umberto Cirillo.

Rammentando questi fatti e altri accaduti dopo, capisco quindi le parole di Mario quando esordisce con quella frase: “parlare di clan è poca cosa”.

Mario entra in carcere a 16 anni, dicevamo. I delitti di cui è imputato a quell’epoca li commette a Bari. Da quel momento, la sua è un’escalation: ambisce a ricoprire un ruolo di vertice nella piramide dell’organizzazione a cui appartiene.  Gli chiedo perché e lui replica a stretto giro: “Chi non nasce in quel contesto non può capire. I soldi, il lusso, il fascino del potere che conquisti con la violenza, sono cose che non comprendi se non le vivi e le respiri dal momento in cui apri gli occhi fino a quando li chiudi. Sei educato a quel mondo, non hai scelta. Cosa vuoi fare da grande? Ti chiedono e tu, scugnizz, rispondi: voglio fare il boss”.

Arriva quindi il carcere, i trasferimenti di penitenziario in penitenziario. E nel suo girovagare conosce quella che sarà poi  sua moglie e che da subito, pur seguendolo nelle sue lunghe detenzioni con amore e devozione, lo invita ad abbandonare quella strada che lo avrebbe costretto ad essere recluso per una vita. Lo invita a pentirsi, a cambiare rotta.

Ma è quando viene trasferito a Campobasso che cambia tutto grazie al suo  incontro con il comandante della polizia Penitenziario (recentemente scomparso) Ettore Tomassi.

E’ morto Ettore Tomassi, comandante della Penitenziaria e appassionato tifoso del Lupo

“Il comandante Tomassi per me è stato come un padre. A lui devo tanto, forse tutto. Mi ha fatto riflettere e pensare. E io forse avevo bisogno dell’autorevolezza di un riferimento che mi dicesse ‘ch stai facenn?’. Ecco, avevo bisogno di qualcuno che in un certo senso bastonasse la mia coscienza. Il comandante Tomassi ha saputo farlo. E ho iniziato sin da dentro la prigione un lungo processo prima di riconversione con me stesso e poi con la società alla quale avevo attentato con la mia appartenenza al clan  e purtroppo soprattutto con i miei delitti”.

Quando ha scelto di collaborare con la giustizia e di offrire allo Stato il suo aiuto per combattere dinamiche e obiettivi della criminalità organizzata, non è stato facile. “Ho perso molti familiari, uccisi – dice – e quelli che sono rimasti mi hanno rinnegato. Ma avevo messo tutto in conto. Oggi la mia famiglia sono mia moglie e mia figlia. E portano il nome di un uomo nuovo”.

Non ha paura Mario, almeno non per se stesso ma gli trema la voce se pensa alla sua compagna di vita e alla sua piccola: “vivo per loro e mai dovranno pagare per colpe che non hanno”.

Si trovano ovviamente in una località segreta e insieme stanno pensando a costruire una vita normale “come una famiglia normale. Anche se, quando sei un collaboratore di giustizia, non è tutto così semplice. Ma rispetto a quello che ho passato nella mia vita,  oggi ho tutta la forza e la voglia di farcela. Energia che io ho accumulato incontrando nel carcere di Campobasso persone straordinarie. Ad iniziare dal comandante Tomassi, passando per tutto il personale della Penitenziaria in servizio, per quello sanitario, gli educatori. Tutti. Io che ho girato 32 Istituti di pena, a Campobasso ho trovato persone disposte a guardare oltre la condanna”.

Quanta voglia di riscatto abbia, Mario l’ha dimostrata anche in carcere: si è preso la qualifica di chef, pizzaiolo e “so fare pure il barista” ammette finalmente in una risata liberatoria.

Ed è quella risata che deve chiudere questa chiacchierata. Che ha ripercorso i momenti drammatici di un ragazzino appena adolescente, recluso per buona parte della sua vita. Allora gli chiedo soltanto: “Adesso che vuoi fare da grande? Voglio aprire un ristorante”. In bocca al lupo Mario.