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Lettera a Padre Giancarlo Bregantini, che sta “dalla parte dell’umanità”

bregantini e lucano riace

di Associazione Giuseppe Tedeschi

Giuseppe Tedeschi emigrò a 16 anni da Jelsi con la madre ed i fratelli. Studiò dai salesiani e dopo aver preso i voti scelse la periferia più povera di Buenos Aires per accogliere migranti, profughi e rifugiati provenienti da Bolivia, Paraguay, Perù e altri paesi del Sudamerica.

Aprì una scuola, un pronto soccorso, delle cooperative, una falegnameria, una biblioteca e insieme ai suoi volontari aprì le porte ai poveri, ai bambini abbandonati, alle donne perseguitate e alle famiglie meno abbienti, lottando con loro per il diritto all’acqua, al pane e al lavoro.

Aveva soli 42 anni quando gli squadroni paramilitari fascisti lo sequestrarono, torturarono e massacrarono il 2 febbraio del 1976 al punto tale che i suoi fratelli non riconobbero il corpo e fu necessario prendergli le impronte digitali per identificarlo.

Più vicino a noi nel tempo, persone della Locride accorsero verso il mare e scelsero di restare umani dando un tetto, un vestito, del pane, cure mediche e un’opportunità di vita a dei profughi naufragati in quella Terra martoriata da emigrazione, povertà e criminalità organizzata.

Il loro esempio diede vita al MODELLO RIACE con un borgo abbandonato che risorgeva a nuova vita con botteghe, bambini, suoni e colori che per la loro bellezza finirono tra le migliori buone pratiche di inclusione e integrazione del Mondo.

L’amore di quelle comunità, la generosità dei volontari, il circuito economico virtuoso che promuoveva dignità e il lavoro che finalmente nasceva ai piedi dell’Aspromonte, rappresentavano una rara opportunità di riscatto per la Calabria e per il Mezzogiorno.

Ad alcuni dava fastidio il sorriso dei bambini, la serenità delle loro madri, e la fierezza di famiglie che ricostruivano un progetto di vita non lontano dal comune natale dell’autore de la Città del Sole come se quell’utopia che si era concretizzata nella Locride costituisse una minaccia.

Non sta a noi sostituirci ai magistrati calabresi che prima o poi giungeranno ad una conclusione e ci faranno sapere se amare il prossimo in Italia è un reato penale o se al contrario chi segue i precetti del Vangelo di San Matteo sa di non incorrere in possibili procedimenti penali.

Ciò che però vogliamo testimoniare è il nostro apprezzamento verso chi ha scelto di schierarsi anche in un’Aula di Tribunale dalla parte dell’Umanità.

Grazie Padre Giancarlo!