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Lettera a mio padre, morto mentre io sono in ospedale con l’ossigeno

Sandro, 40 anni di Termoli, scrive dal Cardarelli - dove è ricoverato per Covid - a suo padre, morto d'infarto pochi giorni fa. "La vita ci porta sempre a pensare che gli altri non siamo noi, invece adesso mio caro Papà gli altri siamo noi. Questa volta ho fallito, non sono riuscito a tornare da questo maledetto viaggio che mi costringe in questo letto di ospedale. Spero di non averti deluso". Una testimonianza che racconta la vita, l'amore, la imprevedibilità degli eventi.

La telefonata arriva la sera del 13 aprile, improvvisa. “Tuo papà è morto, mi tocca darti questa atroce notizia”. La telefonata raggiunge Sandro in un letto del reparto di Malattie Infettive del Cardarelli di Campobasso. E’ lì, con l’ossigeno attaccato, sfinito dalla malattia quando quelle parole aprono uno squarcio sulla imprevedibilità degli eventi. Il padre stava bene, lui lo immaginava tra le verdure del suo orto in una primavera che tarda ad arrivare ma promette sole e fiducia. E invece il cuore si è spezzato, di colpo. E’ accaduto quello che Sandro, 40 anni di Termoli, la passione per i viaggi e le avventure, non avrebbe mai immaginato di dover vivere. Diciamo sempre “gli altri siamo noi”, ma non lo pensiamo mai realmente. Fino a quando non succede che gli altri siamo noi per davvero.

Questa è la lettera che Sandro ha scritto per suo padre, ed è una testimonianza concreta e pulsante sul senso della vita e sull’amore.

Cos’è una fine di un’epoca? Quando pensiamo a questa parola ci vengono in mente cose eclatanti,  cose che in fondo nemmeno sentiamo ci appartengano, ma se riflettiamo su noi stessi capiamo bene che tutti noi viviamo e creiamo un’epoca e con essa la sua fine. 

Non si può raccontare la vita di due uomini pretendendo di farlo con poche righe, ma si può però raccontare la loro fine d’epoca, fortunatamente per chi può ancora raccontarla e fortunatamente per chi ha qualcuno che lo faccia per lui.

La vita ci porta sempre a pensare che gli altri non siamo noi, sarà una protezione naturale alla fine pure onesta, visto che ci permette di vivere spensierati e sereni con il credo – appunto – di pensare che le cose accadano agli altri e non a noi. 

E adesso mio caro Papà gli altri siamo noi, ed io che ormai, che sono in silenzio da quasi 20 giorni, ho deciso di parlare e dedicare a me e a te i nostri ultimi 20 giorni. La fine della tua epoca con la tua morte è l’inizio della mia doverosa nuova epoca.

Tutto cominciò il 30 marzo con una febbre forte, il termometro segnava quasi trentanove, e arrivò all’improvviso. Ma non venne sola, ma con la subdola e dolorosa malattia di questa nostra epoca che ha costretto un uomo che mai davanti a nulla si è fermato in un letto. Ma quell’uomo sono io, non tu Papà.

Tu sei a casa ad “assillare” mamma con mille domande, sempre le stesse. “Allora come sta? L’hai chiamato? Sta tornando?  Hai preparato giù? Lo devo chiamare? Allora vado a comprare la bistecca? Che se sta tornando la deve trovare che si deve riprendere!!”

E mamma: “Antonio, ancora non può uscire. Quando esce ci avvisano, mica torna all’improvviso!”

“E allora la bistecca??”

Tu sei a casa ad aspettarmi con la tua vita, con le tue cose, con tutti i tuoi “ho da fare”, ma non smetti mai di raccontare di me a tutti, non me lo dici ma io lo so Papà. Perché lo so? Beh, perché me lo dicono.

Sono passati già sette giorni da quando non ci vediamo e purtroppo le cose peggiorano, ma peggiorano per me, Papà, tu stai bene, sei nel tuo orto con le tue verdure con il pensiero che devi andare a comprare quella bistecca. 

Io adesso devo andare in bagno, mi devo alzare dal letto, vado con tutto l’ossigeno, eh si ho l’ossigeno già da ieri, non te l’ho detto? Vabbè tanto sicuramente te lo ha detto Mamma.

Vado, tanto devo fare una semplice pipì.  Che fatica,  fisso il water, sembra lontano, inizio a tossire,  non smetto, la tosse è più forte di me e mi chiude la gola, non respiro più, mi butto sul pavimento,  è duro e freddo però mi dà sollievo, sento che l’aria inizia a tornare, ma con essa arriva anche l’ambulanza,  e sì Papà mi portano in ospedale, ma tranquillo portano me in ospedale, tu stai bene,  io sono giovane ce la faccio, tu aspettami a casa e tieni pronta la bistecca. 

Nonostante il mio silenzio il telefono inizia a squillare, la voce inizia piano piano a girare ma io non ce la faccio, guardo il telefono e non rispondo, non ne ho le forze. 

Ah ma sei tu? Ok allora mi faccio forza e rispondo, ed inizi: beh, le domande sono le stesse che fai a mamma tutti i giorni, ma sentirle fa sempre piacere, soprattutto il tuo solito finale un po’ comico che dice con una tua lunga esclamazione: “aaah, ma quindi non stai bene?”

Eh no Papà, non sto benissimo ma torno, torno come sono sempre tornato dai miei estremi viaggi che ti preoccupavano ma al ritorno ti rendevano orgoglioso di me e diventavano racconti per i tuoi amici, e che partivano sempre con: “eh sì ma mio figlio…”. Sì tornerò anche da questo viaggio e ci rivedremo. 

Sono stanco, oggi è il 13 aprile, sono le 19.50, mi sto addormentando sempre qui, in questo letto di ospedale, ma il telefono inizia a squillare, uff che stanchezza, ma chi è?

Ma è Andrea mio cugino, e come mai chiama? Eppure mi scrive sempre che non mi chiama perché sa che non riesco tanto a parlare e non vuole affaticarmi.  Vabbè sarà meglio farmi forza e rispondere. 

Pronto! E da lì persi di nuovo il fiato, ma respirando. Poche parole, le mie quasi nulle e le sue spezzate dal pianto. “È toccato a me questo compito, zio Antonio, il tuo papà è morto”. 

“Posso dirti che è sereno e rilassato, ha un live sorriso, se n’è andato così all’improvviso senza sofferenza, nella sua casa che tanto orgogliosamente vantava di aver costruito tutta a mano, palata dopo palata,  carriola dopo carriola, mattone dopo mattone, tutto rigorosamente a mano, tutto rigorosamente caricato sulle sue spalle. Sandro, posso dirti che è felice”. 

No non è vero non ci credo è impossibile, quello che sta male, quello che è ricoverato sono io non il mio Papà, lui sta bene!

Oggi è il 17 aprile ed io sono ancora qui in un letto di ospedale e non ti ho rivisto più Papà. Questa volta ho fallito,  non sono riuscito a tornare da questo maledetto viaggio che mi costringe in questo letto di ospedale, spero di non averti deluso,  per non averti permesso di raccontare ai tuoi amici questo mio nuovo e non voluto viaggio. 

Ma da qui, da questo letto di ospedale io mi rialzerò e uscirò da qua e verrò da te lì dove sei adesso e ci mangeremo quella bistecca insieme come tu volevi. 

Perdonami Papà se non sono riuscito a tornare in tempo. Ti voglio bene. 

Tranquillo, adesso la nostra fine l’ho raccontata e la racconterò io. Sì, adesso tocca a me raccontare di te”.

 

Il viaggio più avventuroso: Sandro racconta la ‘sua’ Asia in moto. Tra “buchi” di internet e riscoperta del piacere dell’incontro