“Torzi non ha ricattato il Vaticano”. I giudici inglesi demoliscono l’inchiesta e scongelano i conti del finanziere molisano
La Corte della Gran Bretagna dissequestra i conti correnti di una società inglese del broker molisano Gianluigi Torzi e smonta, con una sentenza di 42 pagine, l’inchiesta di pm di Papa Francesco. Torzi era stato arrestato e interrogato in Vaticano a giugno scorso, ritenuto responsabile di aver truffato la Santa Sede per l’affare del palazzo londinese acquistato con i soldi dell’Obolo di San Pietro
Gianluigi Torzi era stato arrestato e interrogato in Vaticano a giugno scorso. La Corte della Corona ha scongelato i conti correnti del broker accusato dai pm di Papa Francesco di aver truffato con Raffaele Mincione e altri prelati le casse della Segreteria di Stato della Santa Sede. Torzi aveva incassato 15 milioni di euro dal cardinale Parolin dopo che il Vaticano gli aveva dato la gestione del palazzo di Sloane Avenue a Londra acquistato con i soldi dell’obolo di san Pietro.
Per i giudici della Gran Bretagna non c’è stato alcun ricatto, bensì una normale transazione economica. Con una sentenza di 42 pagine l’inchiesta del Papa viene smontata pezzo a pezzo.
Sullo scandalo del Vaticano relativo all’acquisto del palazzo londinese di Sloane Avenue c’è una prima pronuncia da parte di un giudice inglese, che apre la strada a una nuova interpretazione dell’inchiesta portata avanti dai pm del Papa circa la posizione e il ruolo di Gianluigi Torzi, broker molisano di base a Londra, a capo di numerose società di investimento per alcune delle quali, proprio in seguito all’arresto di Torzi in Vaticano nello scorso giugno, i conti erano stati sigillati.
La Corte britannica, con una sentenza di 42 pagine, ha smontato parti importanti dell’inchiesta e ha affermato che la Segreteria di Stato vaticana non è stata ingannata dal finanziere Gianluigi Torzi sulle modalità con cui, nel novembre 2018, il palazzo di Sloane Avenue 60 passò dal fondo Athena di Raffaele Mincione — nel quale il Vaticano aveva investito 200 milioni di dollari nel 2014 — alla lussemburghese Gutt, di proprietà della Segreteria.
Una società, questa, per la quale Torzi agiva come intermediario. Secondo l’accusa avrebbe lasciato alla Segreteria 30mila azioni senza diritto di voto tenendo per sé le uniche mille azioni con diritto di voto e la possibilità di gestire l’immobile, secondo i magistrati vaticani, “in maniera segreta e disonesta, per poter estorcere denaro alla Segreteria”. Accusato fra le altre cose di estorsione, Torzi il 5 giugno del 2020 era stato arrestato in Vaticano al termine di un lungo interrogatorio ed era stato scarcerato dopo dieci giorni e la presentazione di una lunga memoria difensiva curata dai suoi avvocati Marco Franco e Ambra Giovene.
Non un ricatto ma una transazione commerciale coerente col ruolo del finanziere, al quale la Santa Sede si era rivolta per concludere l’affare: questa la posizione del giudice Baumgartnen della Crown Court at Southwark sulla base della documentazione prodotta dai promotori per ottenere la conferma del sequestro di beni a carico di Torzi. La sentenza riguarda non le ipotesi di reato ma la legittimità del sequestro, ma è chiaro che potrebbe avere un peso nella valutazione complessiva dell’operazione. Per il giudice il fatto che Torzi abbia ricevuto 15 milioni di euro dal Vaticano nel maggio 2019 per lasciare le mille azioni con diritto di voto allo stesso è stata una “nomale transazione commerciale tra due soggetti”.
“Il Vaticano non venne ingannato” dichiara il giudice che ha scongelato i beni a favore di Torzi, e rivela, tra le altre cose, che c’era un ‘accordo verbale’ tra Torzi e il funzionario della Segreteria di Stato Fabrizio Tirabassi, anche lui indagato, per riconoscere al broker il 3% del valore del palazzo, stimato a fine 2017 in 275 milioni di sterline, quindi oltre 8 milioni di sterline (circa 9,1 milioni di euro).
LA RICOSTRUZIONE DEL VATICANO – Secondo il Vaticano la Santa Sede entra con 200 milioni nel 2014 nell’investimento per l’acquisto del palazzo a Londra tramite il fondo Athena, che fa capo al finanziere Raffaele Mincione. Quattro anni dopo cambia idea e si libera di Mincione, ritenendolo un affare sbagliato. Liquida Mincione e ricompra il palazzo attraverso la Gutt, società di proprietà del Vaticano ma gestita da Gianluigi Torzi che ne detiene le uniche mille azioni (su 31mila) con diritto di voto. Torzi, per rinunciare al controllo dell’immobile, pretende il 3 per cento dell’affare, ossia 15 milioni: da qui l’accusa di estorsione e ricatto al Papa. Da qui l’accusa di estorsione.
LA VERSIONE DEL GIUDICE INGLESE – La magistratura di Londra ritiene sbagliata questa versione e afferma che Torzi non ha ottenuto quei soldi con “un ricatto” ma con un regolare contratto, una normale transazione commerciale firmata da monsignor Alberto Perlasca, responsabile dell’ufficio amministrativo della Segreteria, il 22 novembre 2018. A riprova, sostiene la Corte inglese, che tutti in Vaticano sapessero e che dunque la transazione pagata a Torzi fosse legittima, nella sentenza c’è anche una nota firmata direttamente dal segretario di Stato, Pietro Parolin.





