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Ripalimosani perde Michele, amico di tutti. Il ricordo della nipote: “Con te se ne va il paese”

Il commosso ricordo di Paola di Toro per la scomparsa di suo zio Michele Trivisonno, colonna portante a Ripalimosani, amato e conosciuto da tutti

Il tradizionale appuntamento del 12 agosto sotto gli archi del bar in piazza tra la banda del paese e “l’amico di tutti”, Michele, non ci sarà più. Il 2 marzo è improvvisamente venuto a mancare a 64 anni Michele Trivisonno: ieri la comunità, che non ha potuto prendere parte numerosa ai suoi funerali per via delle restrizioni, lo ha salutato in Piazza del Popolo, la sua piazza, con un lungo e commovente applauso.

Questo il ricordo di sua nipote Paolo di Toro.

Apro le imposte della cucina di nonna. Il mio sguardo è sui tetti dalle tegole sconnesse, scorre giù, nella vertigine del vicolo fresco di muschio. Dalle finestre delle case occhieggiano gli interni bui, come occhi sonnolenti, altri come occhi spenti, irrimediabilmente. Dietro le mie spalle c’è zio che riposa. Questa volta non si alzerà più. Nonna gli parla come se fosse ancora qui. Lo ha fatto tutta la notte. Ha ripetuto il suo nome all’infinito e quella è stata la sua unica preghiera.

Guardo i muri malandati. Tutto improvvisamente mi sembra malandato, abbandonato, disastrato. Questo perché mio zio non c’è più e con lui non c’è più questo paese. Avverto un senso di desolazione, mi sento spopolata dentro. Zio. Con te se ne vanno tutti. Avevi una mente misteriosa. La mente di un bimbo in un corpo di sessantenne. Ma eri un bimbo speciale. Di quelli educati, delicati, affettuosi. Grazie alla tua capacità d’amare non riuscivi a dimenticare nessuno. Nella tua lingua d’angelo, sgranavi come un rosario, i nomi di persone scomparse da tempo, le ricordavi proprio tutte… e i nomi dei tuoi amici di oggi. Ripa mi sembrava un luogo ad alta densità di popolazione, non un paese semiabbandonato dell’Italia interna. In quella tua testa ci si poteva abitare, confortare, ridere, mangiare, passeggiare su e giù per le scale della chiesa, bere l’acqua fresca di Irma. Non c’erano emigranti, parenti fuggiti all’altro capo del mondo, tutti passavano per quella porta grande che era il tuo cuore. Anche quando era inverno e la tua voce e le tue ossa cigolavano come un cardine arrugginito. Soprattutto, per te non esisteva la morte, ma un posto leggero chiamato “cielo”.

Zio, oggi vorrei parlare nella tua lingua e nominare tutti, uno ad uno: quelli che come te non ci sono più, quelli che amano ancora queste quattro pietre e quelli che pur restando in queste case se ne sono andati via lo stesso. Perché tu non meritavi proprio di andartene nel carico desolante di questa solitudine. Tu alzavi le spalle e con un gesto incredulo delle mani ti meravigliavi di questa condanna del nostro tempo.

Infine vorrei parlare alle nuvole, come facevi tu e ringraziarle, perché almeno oggi, che non hai neanche un ombrello, c’è un bel sole e tu saresti stato contento. Vorrei continuare a credere che Ripa sia il posto più bello dove poter vivere, perché tu qui, tra queste case che scivolano via assieme ai miei ricordi più belli, sei stato immensamente amato. Sei stato felice.