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‘Nel silenzio il grido dei poveri’: ultrasessantenni e lavoratori in nero i più colpiti dall’effetto pandemia

Il Rapporto 2020 sulle Povertà e le Risorse pubblicato dalla Caritas diocesana di Termoli-Larino mette nero su bianco con numeri e analisi gli effetti della crisi pandemica sull’economia: utenti aumentati del 14%

La pandemia si è abbattuta sul Molise non come un fulmine a ciel sereno, ma come una mareggiata cresciuta all’improvviso dopo un lungo preludio alla tempesta. Quello che ne viene fuori, con la crisi Covid-19 ancora in corso e suscettibile di scossoni decisivi, è un territorio impoverito. A crescere è soprattutto la povertà relativa più che quella assoluta.

Vuol dire che cresce il numero delle persone che pur avendo un reddito faticano a mettere un piatto a tavola due volte al giorno. Sono soprattutto uomini, giovani senza un lavoro stabile e garantito o persone con più di 65 anni alle quali la pensione non basta. Sono sempre più italiani, sebbene gli stranieri non manchino. A certificarlo è il Rapporto 2020 sulle Povertà e le Risorse pubblicato dalla Caritas diocesana di Termoli–Larino con l’emblematico titolo “Nel silenzio il grido dei poveri. Il racconto di un anno di cura e relazioni”.

rapporto povertà caritas

Come si legge nella presentazione dello studio a cura di Giovanni Pinto, “il Rapporto è una fotografia della situazione sociale ed economica del nostro territorio diocesano e si basa, per la parte statistica, sull’elaborazione dei dati degli accessi al Centro di Ascolto. Ad essa si affianca un’analisi qualitativa che, partendo dalla descrizione degli effetti della pandemia, arriva a ridefinire le modalità di intervento messe in atto nel 2020 come risposta ad una crisi che mai avremmo immaginato di dover vivere.

“Si tratta – afferma nella prefazione suor Lidia Gatti, direttrice della Caritas diocesana di Termoli – Larino – di un’emergenza sanitaria, ma anche sociale e culturale. Alla radice tocca la questione antropologica: dietro ogni misura di sicurezza ed ogni intervento per rimettere in moto l’economia del Paese, sta la domanda sulla persona, sull’umanità dell’uomo, sulla ragione che fonda la sua inviolabile dignità”.

Al lavoro, che vede la prefazione di suor Lidia Gatti e la postfazione di monsignor Vincenzo De Luca, hanno collaborato Luciana Boccardo, Giulia Consalvo, Anna Maria D’Amelio, Paola De Lena, Roberto De Lena, Iolanda Di Vittorio, Antonio Martino, Luigi Muzio, Cristiana Petti e Rossella Riccelli.

Purtroppo il quadro delineato dall’analisi delle attività della Caritas, dal Centro di ascolto alla mensa dei poveri, fino al dormitorio nella palestra della scuola Schweitzer, non è dei più rassicuranti.

Il Molise parte infatti già da una posizione di svantaggio per “livelli di povertà più elevati rispetto alla media delle regioni italiane. Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è pari a circa 14.600 euro pro capite, inferiore di oltre il 20% rispetto alla media nazionale”. A questo si aggiunge il poco o insufficiente intervento pubblico, rispetto ad altre realtà del Sud Italia per “che per un verso mitighi queste situazioni di disagio economico e per l’altro supporti con consistenti investimenti, fattivi percorsi di reinserimento socio-lavorativo”.

Come se non fosse abbastanza, la Caritas diocesana evidenzia come nella nostra regione la maggior parte delle persone con un reddito lavorino nel settore pubblico o abbiano un sussidio dallo Stato, in larga parte la pensione, in particolare i trasferimenti pubblici rappresentano l’unica entrata per il 45,1% dei molisani, mentre in Italia la media è del 38,7%. “In Molise – si legge nel Rapporto – sia il lavoro dipendente che quello autonomo registrano incidenze inferiori al dato italiano”.

L’occupazione era infatti in sofferenza da oltre un decennio, quello che la Caritas definisce “il decennio della crisi globale (2007-2017), periodo nel quale “il Molise a differenza dell’Italia ha visto un lento e costante calo dell’occupazione nel settore privato, dovuto anche ad una decrescita delle imprese medio grandi causata dalla presenza di una dinamica negativa soprattutto nel settore manifatturiero e delle costruzioni. Nel 2019 si è riscontrato comunque un dato positivo dovuto all’aumento delle micro imprese (quelle con meno di 10 dipendenti)”.

In questo contesto, esattamente un anno fa, si è inserita la crisi causata dal Covid-19. “A marzo 2020, con l’emergenza Covid, avvengono purtroppo una serie di cambiamenti: più che di uno sparti acque, come espresso con estrema chiarezza nell’ultimo rapporto Svimez, «la pandemia sembra proprio aver portato a compimento un processo di progressiva frammentazione delle dinamiche di crescita regionale, facendo esplodere un fenomeno già in atto ma rimasto sottotraccia per la minore intensità con la quale si manifestava nel pre-Covid»”. Il che ha accentuato le differenze fra le varie regioni che già esistevano ma che ora sono più marcate.

L’elaborato entra quindi nel dettaglio. “Per quanto riguarda lo specifico del nostro territorio, la crisi pandemica ha colpito la nostra economia regionale nel pieno di un periodo di stagnazione economica che, fatta eccezione per i lievi spiragli di miglioramento prima citati, purtroppo si protraeva già dall’inizio della grande crisi del 2007. Il Molise, infatti, aveva il primato nazionale per variazione negativa del pil nel periodo 2008 – 2014 (-21,8%) e in quest’ultimo anno (2019) la crescita del pil regionale si è fermata allo 0,8% (quasi mezzo punto in meno rispetto allo scorso anno)”.

La pandemia ha avuto quindi vita facile nel deteriorare un tessuto già lacerato. “Sin da quella che viene definita “prima ondata”, la pandemia ha dimostrato di portare un carico di problematiche di carattere economico – sociale maggiore per le regioni meridionali. Questo soprattutto a causa della fragilità del mercato del lavoro del sud Italia caratterizzato da una maggiore precarizzazione e da una forte presenza di lavoro nero”.

È questo uno dei temi meno dibattuti dall’inizio della crisi. Si parla tanto di ristori, indennizzi, aiuti, ma è difficile sostenere chi dichiarava poco o nulla al fisco o chi un lavoro vero non ce l’aveva ma “si arrangiava” come si usa dire dalle nostre parti. Non sono pochi in Molise, ma spesso passano per invisibili.

Persone che si sono ritrovate “ai margini di tutto quel sistema di aiuti messo in campo dal Governo (ad esempio cassa integrazione e blocco dei licenziamenti), allo scopo di contrastare il contraccolpo dell’emergenza sanitaria sul mondo del lavoro. Questo ha comportato un ampliamento del divario sociale tra i lavoratori atipici, ma sarebbe meglio definirli per quello che sono, e cioè, lavoratori fragili o sotto tutelati, e il “fortunato” mondo dei lavoratori standard”.

Nonostante anche nella nostra regione si sia fatto un massiccio ricorso all’utilizzo degli ammortizzatori sociali (si pensi in tal senso che le ore di cassa integrazione in deroga nei primi 4 mesi dell’anno sono quadruplicate rispetto allo stesso periodo del 2019) purtroppo, una quota considerevole di lavoratori proprio per le caratteristiche del lavoro in Molise, risulterebbe esclusa da queste forme di tutela”.

Entrano in gioco qui i servizi offerti dai volontari della Caritas, i cui dati confermano una tendenza già esistente, vale a dire l’aumento degli italiani che chiedono un aiuto. Sono in particolare uomini più che donne, specie fra gli stranieri. “La nazionalità maggiormente rappresentata diventa quella marocchina (14%) seguita da quella nigeriana, che passa dal 11% dello scorso anno al 8% del 2020. Da sottolineare, come nel corso degli anni siano gradualmente diminuiti sino a diventare percentualmente irrisori, gli accessi da parte di persone provenienti dai paesi dell’est Europa (Romania, Polonia, paesi ex blocco sovietico)”.

centro ascolto Caritas Termoli

Il Rapporto fa anche un’analisi delle fasce d’età più in difficoltà. “La classe di età maggiormente rappresentata (24%) è quella compresa tra i 45 e i 54 anni, ma va necessariamente fatto un distinguo tra italiani e stranieri. Tra i nostri connazionali coloro compresi tra i 45 e i 54 anni salgono al 35%, tra gli stranieri invece questa fascia di età scende al 11%. Il 44% dei cittadini stranieri rientrando nella fascia di età 25–34 anni, è infatti molto più giovane. Preoccupante è l’incremento soprattutto tra i cittadini italiani delle persone over 65 anni raddoppiate (dal 6% al 12%) rispetto ai dati del 2018 e 2019”.

Sono poi molto spesso persone sposate e con figli, talvolta con problemi familiari alle spalle, e fra le donne è alta la percentuale (40%) di chi dichiara “di aver vissuto un evento traumatico quale il divorzio, la separazione o la morte del proprio marito/compagno”.

Molto spesso anche chi ha un’occupazione sente il bisogno di chiedere aiuto, più che in passato. “Il 25% degli utenti del 2020 dichiara di avere un’occupazione (lo scorso anno era solo il 15%), dato quest’ultimo che fa riflettere ulteriormente sul cambiamento della tipologia di utenza che si è rivolta presso i nostri uffici nel corso di quest’ultimo anno, e che lascia sempre più spazio all’idea di un costante scivolamento verso l’impoverimento delle famiglie in condizione di “povertà relativa”.

Impossibile non fare una correlazione con quanto accaduto negli ultimi mesi, con le attività costrette a chiudere, posti di lavoro sospesi fino al blocco dei licenziamenti, ammortizzatori sociali usati oltre le previsioni. Lo studio della Caritas di Termoli ha calcolato quante persone si sono rivolte tra gennaio e ottobre ai propri sportelli esplicitamente a causa o in conseguenza del covid-19. “Si tratta del 14% dei nostri nuovi utenti, una percentuale questa, che sale al 22% se si analizzano solo i cittadini italiani. Un terzo di queste persone hanno figli minori e per oltre i due terzi dei casi dichiarano di essere sposati e di vivere nel proprio nucleo familiare”.

Fra le quasi cento pagine del Rapporto, insieme all’illustrazione dei servizi messi in campo nell’anno da poco trascorso (la rete con le Caritas parrocchiali, la Settimana del Povero, il progetto CiP “Circo in Parrocchia), c’è l’ammonimento riguardo al fatto che la situazione socio-economica sia in rapida mutazione e gli effetti delle ulteriori restrizioni di questi mesi potrebbero portare sconvolgimenti ben più radicali nei mesi e negli anni a venire.

“L’ottica in cui leggere il Rapporto, come sottolinea il Vescovo Monsignor Gianfranco De Luca nella postfazione, è allora quella della promozione della cultura dell’alleanza che “ha un suo paradigma, quello della gratuità: io ci sto, senza se e senza ma; sono per te e con te, senza condizioni”.