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La dura battaglia delle donne italiane per l’emancipazione

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    di Diva Cuculo, Associazione “Mai più sole – Non una di meno” Termoli

    Leggendo il libro “Non per me sola. Storia delle italiane attraverso i romanzi” di Valeria Palumbo, ho sempre di più la consapevolezza di quanto sia stato lungo e faticoso il processo di emancipazione femminile in Italia. La scrittrice ci parla di tematiche del mondo femminile considerando un periodo storico che va dall’Unità d’Italia agli anni Settanta del Novecento, e lo fa attraverso la voce di scrittrici, note e meno note, quest’ultime non perchè meno interessanti, ma perchè la letteratura italiana le ha dimenticate, privilegiando gli scrittori maschi.

    Pur essendo tanti gli scrittori che hanno narrato di personaggi femminili, questi rispecchiavano i canoni letterari maschili di quel tempo, erano spesso figure stereotipate: o donna sposa e madre dedita ad ogni sacrificio o donna fatale, capricciosa, condannata poi, a pagare un caro prezzo per essere uscita dai ranghi dell’ordine sociale. Le scrittrici hanno raccontato un’altra storia, una  storia  di donne reali, lontane dalla retorica patriarcale, storie di tante donne che non hanno taciuto e si sono ribellate a quelle dure leggi che le condannavano ad una totale sottomissione, ai padri, ai fratelli ai mariti. Sono storie di solitudini e di dolore che ci parlano della grande capacità di resistenza delle donne che seppur schiacciate dalle regole sociali riescono a costruire, passo dopo passo, la strada verso la liberazione. Alcune scrittrici questa ribellione l’hanno vissuta sulla loro pelle, un esempio è Sibilla Aleramo, che ebbe il coraggio di ribellarsi e abbandonare un marito violento, scontandone poi tutte le conseguenze: aver dovuto rinunciare al figlio e a qualsiasi bene materiale, perchè i figli come le proprietàa’ appartenevano soltanto ai padri, ai mariti. <La legge diceva ch’io non esistevo. Non esistevo se non per essere defraudata di tutto quanto fosse mio, i miei beni, il mio lavoro, mio figlio>.

    E dunque le donne hanno dovuto affrontare una dura lotta di emancipazione, per liberarsi dalla condizione di inferiorità giuridica e sociale. Una lotta che piano piano le ha rese visibili alla storia, che coincideva con la fine di un mondo contadino e l’inizio di una società industrializzata che offriva alle donne la possibilità di una propria autonomia economica. All’inizio però,  le donne che uscivano da casa per andare a lavorare nelle fabbriche, erano considerate socialmente sospette, perchè questo poteva significare acquisire indipendenza.

    Infatti i cattolici insieme ai reazionari, chiedevano di allontanare le donne dalle fabbriche, perchè queste erano viste come “luoghi pericolosi per la loro moralità”, potevano lavorare solo in casa o nei campi dove rientravano in un quadro sociale rassicurante. E dovevano essere anche poco istruite perchè pure la loro istruzione rappresentava una minaccia alla stabilità sociale.

    <… Se sapeste quanto soffro allorchè mi è necessario prendere la penna! Gli occhi severi e maligni di mio suocero mi seguono come per fulminarmi…>. La scrittura come la lettura erano motivo di “perdizione”.

    In Italia ad ostacolare pesantemente l’emancipazione femminile è stata anche la chiesa. Essa avallava la legge che autorizzava l’uso della violenza su mogli e figli, paragonando la violenza dell’uomo “all’ira di Dio” e quindi il “diritto dei padri alla furia”. Pio XI nel 1930, affermava che come Cristo è il capo della chiesa, così l’uomo è il capo della donna e quindi sosteneva la totale sottomissione della moglie al marito, condannando qualsiasi forma di emancipazione e ancora contro la lettura dei libri moderni perchèe’ costituivano una minaccia al matrimonio. Sono stati contro l’emancipazione anche molti intellettuali illuminati, uomini che pubblicamente dichiaravano le loro idee progressiste e in privato, all’interno delle loro famiglie si comportavano da profondi tradizionalisti e conservatori. Erano scrittori, socialisti anarchici, politici e a volte anche le stesse donne. Le donne non dovevano allontanarsi dai loro compiti fondamentali, altrimenti avrebbero “tradito la loro natura”!

    <… Se la donna abbandona il suo silenzio, se si distacca dall’oscurità dove brilla… essa deve discendere fra noi come infermiera, come missionaria>.

    Alla donna quindi, si riconosceva solo il diritto alla cura, questo ci richiama l’idea retorica che si aveva della madre, considerata sacra perchè fattrice di figli maschi che servivano alla Patria, una madre che traeva dalla maternità e dal sacrificio ogni sua felicità. Oggi “le ragazze siedono sulle spalle di giganti” ma prima le donne che si ribellavano, non avevano modelli a cui riferirsi e quando si ribellavano al potere dei padri, dei mariti trovavano la forza solo dentro loro stesse perchè davvero per loro era una questione di vita o di morte e ad attenderle ci sarebbero state solitudine e povertà. C’è stata anche una ribellione che ha visto le donne partecipare alla lotta partigiana, dove non solo hanno contribuito alla Liberazione, ma durante quegli anni hanno cominciato a impostare rapporti diversi con gli uomini, a parte la solidarietà che li univa verso un unico scopo, le donne si misuravano con gli uomini sul coraggio, sulla forza fisica e morale, sulle decisioni da prendere, sulla lotta.

    Il 1° febbraio 1945 le donne italiane conquistano il diritto al voto e finalmente vengono riconosciute come cittadine!

    Dobbiamo aspettare gli anni settanta perchè si ottengano la legge sul divorzio, la Riforma del diritto di famiglia che abolisce la patria potestà e la potestà maritale e quindi viene riconosciuta la parità dei coniugi all’interno del matrimonio; la legge sull’aborto fu una vera rivoluzione in quanto riconosceva la donna proprietaria del suo ventre. La mentalità degli italiani era cambiata ma soprattutto le donne erano mutate. Il movimento femminista interpretava la necessità di questo cambiamento politico, sociale e personale, ponendo al centro del dibattito la differenza di genere, cioè la valorizzazione delle differenze sessuali e non l’omologazione.

    Ma certo non possiamo dire che la battaglia per la parità è conclusa e la dimostrazione è soprattutto la violenza sulle donne e i tanti femminicidi cui assistiamo impotenti. Violenza che affonda le sue radici nella millenaria subalternità della donna all’uomo, che andrebbe combattuta non solo con le leggi ma soprattutto con una battaglia culturale, un’educazione che dovrebbe iniziare dall’infanzia.

     

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