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Infermieri e Oss positivi dopo vaccino Pfizer. Rebus sull’immunità: negli ospedali pubblici i test degli anticorpi non si fanno

Tre operatori sanitari in servizio al san Timoteo risultano affetti da Covid, anche se con sintomi lievi. Due erano stati vaccinati a gennaio col Pfizer, il terzo invece il vaccino non lo ha fatto. Sarebbe necessario appurare se avevano gli anticorpi, ma i test sierologici negli ospedali pubblici molisani non si effettuano. Possibile farli solo alla Cattolica (50 euro) e dai privati, con tutti i dubbi sulla affidabilità dei test. Una carenza inspiegabile. Intanto al Cardarelli iniziato il collaudo del sequenziatore genetico per scoprire le varianti.

Sono tre gli operatori sanitari che lavorano al San Timoteo di Termoli positivi al covid-19 pur avendo fatto, due di essi, il vaccino Pfizer a gennaio scorso. Il terzo il vaccino non lo ha voluto fare e di conseguenza per lui non si pone la domanda fatidica. E cioè: che livello di immunità avevano? Quanti anticorpi al Sars Cov 2 avevano sviluppato? Impossibile da sapere perché il test per la ricerca degli anticorpi neutralizzanti Spike negli ospedali pubblici del Molise – San Timoteo compreso – non vengono effettuati.

 

Un medico che lavora in un ambiente estremamente a rischio, un infermiere, un operatore socio sanitario, non possono avere la certezza di essere protetti a meno che non si mettano al volante e arrivino fino al Gemelli, unico ospedale dove invece questo tipo di test viene effettuato. Ma a pagamento, al costo di 50 euro. Eppure in molti casi questo tipo di test è fondamentale per tornare al lavoro, necessario per quanti hanno sviluppato la covid-19, sono guariti e devono sapere se sono ancora esposti al rischio.

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Ma sarebbe altrettanto importante sottoporre al test tutto il personale che lavora negli ospedali, compresi i due operatori vaccinati in questione, che peraltro lavorano nel reparto di Medicina dove ultimamente si è sviluppato un focolaio, e che hanno dovuto gestire la situazione dell’ala covid al quarto piano del San Timoteo, nell’ex reparto di Urologia.

Non è la prima volta che un soggetto sviluppa la covid-19 dopo la seconda dose di vaccino e dopo un lasso di tempo considerato idoneo alla formazione degli anticorpi, cioè almeno 3 settimane. Tuttavia non è un caso frequente. A maggior ragione diventa necessario capire se il vaccino non ha funzionato (in modo da capire perché e perfezionare la copertura immunitaria) oppure se ci troviamo in presenza di una variante del virus che sta circolando a Termoli, non ancora identificata, per la quale il vaccino fornisce una copertura minore.

“Per saperlo come prima cosa bisognerebbe procedere alla quantificazione degli anticorpi immunizzanti” chiarisce il dottor Giancarlo Totaro, patologo clinico del laboratorio analisi di Termoli, che torna sulla questione già segnalata relativa alla mancanza di test specifici nelle strutture pubbliche molisane. “Importante fare subito a tutti gli operatori sanitari quantomeno, ma anche a quanti più cittadini possibile, il test per la ricerca degli anticorpi Spike, perché questa incertezza non è accettabile e soprattutto inficia l’opera di prevenzione della malattia da covid”.

Insomma, perché si stanno ammalando operatori sanitari già vaccinati? Ci troviamo in presenza di una variante che non è quella inglese? Alla domanda dovrà rispondere il cosiddetto sequenziamento del genoma del virus, che però non è ancora possibile a Campobasso visto che il collaudo sullo strumento nel laboratorio di biologia molecolare del Cardarelli è iniziato solo oggi e che il macchinario ha bisogno di una fase di rodaggio prima di entrare a regime.

Una risposta a questa stessa domanda tuttavia potrebbe venire invece dal test sugli anticorpi neutralizzanti, che però in Molise negli ospedali pubblici non viene effettuato. Oggi è possibile farlo a pagamento al Gemelli o nei centri privati, dove tuttavia l’affidabilità di questo tipo di sierologico è incerta e dipende (anche) dal costo dell’esame.

“Con il sequenziatore – dice ancora il dottor Totaro – si parte dalla fine per arrivare all’inizio e ricostruire quanto accaduto. Sarebbe più semplice fare il contrario e cioè avere la certezza di essere protetti dosando gli anticorpi, visto che a quanto pare si stanno ammalando operatori sanitari che erano stati sottoposti al vaccino, e che hanno il diritto di sapere se il vaccino ha funzionato proprio usando gli anticorpi immunizzanti specifici”. Il test si fa regolarmente in altre regioni. In Molise invece, malgrado qualche settimana fa sembrava che si potesse procedere con l’ordine per dotare le strutture ospedaliere di questo test oggi essenziale, resta bloccato per sconosciute ragioni di natura burocratica e amministrativa.

In ospedale inoltre il test costerebbe la metà di quanto viene fatto pagare dai privati, rientrerebbe in una fascia di prezzo tra i 20 e i 25 euro. “Tutti i cittadini molisani devono poter fare, con un semplice prelievo venoso, la ricerca degli anticorpi anti Spike presso gli ospedali pubblici a prezzi accettabili” conclude Totaro. Il “vuoto” attuale ha tutta l’aria di essere l’ennesimo regalo ai centri privati. (mv)