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Il lavoro delle donne, non se ne parli solo l’8 marzo

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Vorrei sentire parlare di più le donne delle disparità di genere sui giornali e nelle trasmissioni televisive e non solo l’8 marzo!

Esordisce così la Consigliera di Parità delle Province di Campobasso e Isernia Giuditta Lembo.

Non vanno accesi i riflettori sulle criticità che permangono nella società e
coinvolgono ancora prevalentemente le donne solo in alcune giornate dell’anno dedicate alle donne mi rattrista vedere la maggior parte delle trasmissioni televisive in cui si parla di sanità, lavoro, politica, con parterre prettamente maschile come se il punto di vista femminile non sia o importante!

Invito a leggere il Rapporto della Commissione europea pubblicato pochi
giorni fa – continua Giuditta Lembo – e dedicare attenzione ai dati inquietanti in esso riportati che rivelano l’impatto negativo che la pandemia di COVID-19 ha avuto sulle donne: 402mila donne hanno perso il lavoro in Italia tra aprile e settembre 2020! E nessuno lo trova interessante! Come se la mancanza di reddito della donna all’interno della famiglia non sia importante, come se il lavoro  delle donne non impattasse sul PIL. Clamorosa l’assenza delle donne nelle sedi decisionali in materia di COVID-19: uno studio del 2020 ha rilevato che gli uomini sono molto più numerosi delle donne negli organismi creati per rispondere alla pandemia. Delle 115 task force nazionali dedicate alla COVID-19 in 87 paesi, tra cui 17 Stati membri dell’UE, l’85,2% era costituito principalmente da uomini, l’11,4% principalmente da donne e solo il 3,5 % era caratterizzato da una parità di genere.

La pandemia ha inasprito le disparità esistenti tra donne e uomini in quasi tutti gli ambiti della vita, segnando un arretramento rispetto alle faticose conquiste del passato.
Le donne sono state in prima linea nella lotta contro la pandemia: il 76% del personale dei servizi sanitari e sociali e l’86% del personale che presta assistenza alle persone è costituito da donne. Con la pandemia le lavoratrici di questi settori hanno subito un aumento senza precedenti del carico di lavoro, dei rischi per la salute e dei problemi relativi alla conciliazione della vita professionale con quella privata. Le donne nel mercato del lavoro sono sovra rappresentate nei settori che sono
maggiormente colpiti dalla crisi (commercio al dettaglio, comparto ricettivo, lavoro di cura e lavoro domestico) in quanto comportano mansioni che non è possibile svolgere a distanza. Le donne hanno inoltre incontrato maggiori difficoltà a reinserirsi nel mercato del lavoro durante la parziale ripresa dell’estate 2020: i tassi di occupazione sono infatti aumentati dell’1,4 % per gli uomini, ma solo dello
0,8% per le donne tra il secondo e il terzo trimestre del 2020. Le chiusure hanno forti ripercussioni sul lavoro di cura non retribuito e sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata: le donne hanno dedicato, in media, 62 ore a settimana alla cura dei figli (rispetto alle 36 ore degli uomini) e 23 ore a settimana ai lavori domestici (gli uomini 15 ore). il tasso di occupazione femminile è sceso al 48,4%,
ovvero inferiore al 50%, con punte più basse nell’Italia meridionale, dove 7 donne su 10 non lavorano.

Secondo i dati Istat, quindi, lavora ancora meno di una donna su due e se le donne hanno figli la situazione peggiora: l’11,1% delle madri con almeno un figlio non ha mai lavorato. Davvero un quadro allarmante. Cambiare si può e si deve per indebolire e scardinare questi divari stavolta serve un cambio di passo vero, un salto lungo che ci allontani dalla modalità sistemica con cui da sempre si è stati abituati ad agire. E sono soprattutto gli uomini a dover imprimere questa spinta nuova, a dover esigere che le opportunità, gli spazi, i ruoli e i vantaggi siano davvero pari, e che lo siano sempre. Sono gli uomini, nel quotidiano ed in qualsiasi ambito, a doversi
adoperare perché ciò sia garantito. Uomini convinti a condivide con le donne che la parità di genere passa anche per il Recovery Fund, un’occasione irripetibile da non perdere, un Recovery Fund più equo e inclusivo che non dimentichi le donne, che investa nell’occupazione e nell’imprenditoria femminile, così come nei servizi di welfare, attraverso investimenti sull’istruzione e sull’assistenza all’infanzia.

Occorrono agevolazioni fiscali per le famiglie con figli, tra cui il congedo parentale e il bonus asili nido, visto che il tasso di copertura di questi ultimi, oggi in Italia, è al 24,7% dei bambini sotto i due anni. Ben al di sotto del 33% che l’Unione Europea aveva raccomandato di raggiungere entro il 2020. Non meno importante il rafforzamento dell’assistenza agli anziani e ai disabili e a tutte le fragilità, a partire dall’assistenza domiciliare socio-sanitaria integrata, per alleggerire la cura che
di solito pesa solo sulle donne. Occorre, dunque, anche un lavoro culturale, in famiglia come in azienda per ridurre gli stereotipi di genere e consentire a ragazze e ragazzi di immaginare le stesse opzioni di carriera e di vita. Davvero la strada da fare è ancora tanta ma sostenere un maggiore ingresso delle donne nel mercato del lavoro, attraverso investimenti sull’istruzione e sull’assistenza all’infanzia, significherebbe non solo favorire la ripresa economica, ma anche e soprattutto dotare sempre più donne degli strumenti economici, sociali e culturali necessari per vivere libere da ogni forma di condizionamento e di violenza.

Se questo cambiamento avverrà, sarà, come deve essere, 8 marzo tutto l’anno!

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