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Il caso Calenda. Tra baratti e ricatti il Governo Toma è ormai uno sputtanato morto che cammina. Requiescat

Sulla ribalta politica molisana è andato in scena un dramma in tre atti.

Atto Iº: Il Ricatto. La consigliera regionale Filomena Calenda, ex leghista QB (“quanto basta”), sottoscrive una mozione di sfiducia che, con la sua firma, avrebbe fatto saltare in aria il Governo Toma.

Atto IIº: Il Baratto. Il Presidente Toma sfodera una contromossa, punta sulla debolezza umana e sventa il pericolo. Disarciona dalla Giunta il leghista doc Marone e offre l’assessorato alla consigliera Calenda.

Atto IIIº: Il Misfatto. Nel giro di pochi secondi Filomena Fenomeno svende per sempre ogni sua credibilità, accetta raggiante e in un comunicato stampa ringrazia il presidente Toma che “ha voluto fortemente la mia presenza”.

            Cala il sipario. Per la maggioranza è tutto a posto ma fuori niente è in ordine. Dinanzi a cotanta spregiudicatezza sul mercato delle poltrone, scoppia il finimondo. Scrive Stefania Potente che “è’ l’operazione più licenziosa che si ricordi negli ultimi 15 anni della storia politica del Molise”. Sui social imperversano reazioni furibonde. Sui media “governativi” si parla invece di “soluzione lampo”.

A scatenare ulteriore sdegno femminile è la dichiarazione della neo-assessora: “Sarò la voce di tutte le donne”. Micaela Fanelli, che ha condotto una battaglia per le quote rosa, sbotta denunciando che “la presenza della Calenda in Giunta è un atto di ipocrisia che ammanta giochi di potere. Proprio il contrario del nuovo modo di fare politica che non vogliamo rappresentare”.

E ora? Si dice che Toma deve ora vedersela con la Lega, ma questo è il minimo. Siamo al punto più basso di questa legislatura e il vero problema è che questo Governo prima si è sputtanato sotto pandemia e poi suicidato. Per l’opinione pubblica è ormai un morto che cammina nei cui confronti l’unica pietà possibile è somministrargli l’estrema unzione.

 

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