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I vostri racconti – Vito: “La mia quarantena un anno dopo”

Vito Mancini, un anno dopo aver raccontato su queste pagine la sua esperienza di quarantena, torna a scrivere e dà voce al disincanto, alla mestizia e alla rabbia di tanti. Il suo racconto di un anno di lockdown è disilluso ma tremendamente vicino al comune sentire di tanti molisani, oggi stanchi e provati. "Ma non dimenticheremo..."

Ore 18 e 12 minuti… dalla collina che sovrasta Termoli, dalla sua periferia ovest, riesco ancora a scorgere il mare in basso nella sua immagine iridescente di un tramonto bellissimo di fine inverno.

Vito mancini

É l’ora della ennesima camminata, l’ora del chilometraggio giornaliero nei dintorni della mia abitazione, dovrebbe essere una immagine di gioia e di libertà, un ricostituente per l’anima stanca, ferita e sul punto di affondare.

Quest’anno non è così… La mia mente torna alla primavera del 2020, all’arrivo del virus che ha cambiato la nostra esistenza; quella evasione giornaliera, pur nella paura del mostro sconosciuto, era diventata una ribellione allo stesso, un affermarsi dell’Io quasi ad esorcizzare l’invasore che stava arrivando col suo carico di prepotenza e di morte.

La quarantena di Vito – La verità è che non vedo l’ora di tornare libero

La mia mente torna a quella canzone di Faber nelle cuffiette, torna al grido civile e disperato del poeta genovese per esaltare la sua visione libertaria, “nella mia ora di libertà” aveva accompagnato il cammino personale verso l’uscita dal tunnel e verso quell’allontanamento, rivelatosi poi provvisorio, del mostro.

Mentre percorro la discesa che guarda verso il mare cerco di scacciare l’angoscia di questi giorni provando a riascoltarla, certo dell’effetto balsamico della stessa sul mio umore.
E invece mi piomba improvvisamente addosso un anno di lockdown, il cammino si fa più faticoso, avvolto da un misto di pessimismo e rassegnazione, l’aver conosciuto il virus così da vicino ti cambia la prospettiva e la visione, se lo scorso anno le uscite giornaliere avevano come comune denominatore un assordante Silenzio, ora sono scandite dalle sirene delle ambulanze che corrono attraverso la città con intervalli anche inferiori ai trenta minuti, non c’è sorriso sui volti delle persone che incontri.

Quello che avevo denominato il club dei “resilienti”, le stesse persone che puntualmente si incrociavano alla stessa ora, chi per portare il cane, chi per fare attività sportiva, e si salutavano con un cenno di intesa da setta carbonara, è diventata un’immagine di individui pensierosi, soli, persi nelle loro angosce, anime solitarie che evitano di incrociare gli sguardi per non far trasparire la stanchezza di un saluto.

La luce del tramonto mi offre un fermo immagine meraviglioso della mia Terra, lo sguardo di insieme parte dalle montagne abruzzesi del teramano, vira verso l’alto Molise, torna verso il blu intenso del mare Adriatico, abbraccia le Diomedee e giù fino al Gargano ma non è un’immagine da Oscar, è il grido di dolore di un bruttissimo B-movie.
La mia Terra, il mio Molise, sconvolto nei secoli dai terremoti, dalle invasioni, dalle dominazioni e dalle guerre è ancora una volta ferito, le piaghe sono quelle di un virus invisibile e subdolo contro cui non esiste arma se non quella futura di mitigarne gli effetti, ma ancor di più le piaghe sono quelle dell’emergenza sanitaria provocata dal Covid.

Negli anni a venire non dimenticheremo facilmente le ambulanze con dentro i “ghostbusters”, non dimenticheremo la tendopoli bianca all’esterno del San Timoteo, le barelle di biocontenimento ad ogni angolo della città, la solitudine di chi entra in ambulanza col solo smartphone che lo collega al mondo e con quello sguardo di paura e di rassegnazione.
Non dimenticheremo gli elicotteri che si librano in volo per il viaggio della speranza dell’ennesimo malato grave, la famosa rete Cross, questo bruttissimo acronimo (centrale remota operazioni di soccorso sanitario) che mira ad essere tendenza ma che sa tanto di resa, semplicemente si poteva dire “sapevamo che i posti di terapia intensiva erano pochi, abbiamo provato a nascondere le falle del sistema sperando nel Fato, non ci siamo riusciti, nonostante tutto non abbiamo fatto nulla e se le altre regioni non ci aiutano possiamo solo pregare”… altro che Cross…
Non dimenticheremo mai più i fili del sistema di conduzione dell’ossigeno del Cardarelli, gli occhi così dolci ed impauriti di quel nonno nel suo letto di ospedale e la sua straziante richiesta di aiuto, il sacrificio, a volte insostenibile, dei medici e del personale sanitario del Molise, vera, valida ed unica prima linea in questa logorante guerra di trincea.
Non dimenticheremo il silenzio dei nostri piccoli paesi, la solidarietà giornaliera uccisa dal virus e dal distanziamento, non dimenticheremo gli sguardi smarriti ed impazienti dei nostri figli in Dad, ma anche la loro determinazione e coraggio nel comprendere, a volte più degli adulti, che oltre la Dad c’è la propagazione esponenziale del virus.

Terremo, invece, memoria degli attori che hanno gestito questa emergenza sanitaria, vi ricorderemo tutti, siate voi politici, dirigenti di azienda sanitaria, commissari senza esperienza e senza umiltà inviati da Roma tra squilli di fanfare, resterete impressi nella nostra memoria come paradigma di arroganza, di noncuranza, di senso civico assente per le istituzioni che rappresentate; avremo però tempo di dimenticarvi senza rimpianti quando servirà e quando eserciteremo la nostra unica e vera prerogativa democratica, vi dimenticheremo perché questa Terra ha bisogno di altro, ha bisogno di far venire fuori le enormi Energie che contiene, ha bisogno di persone che la abbiano a cuore e che abbiano a cuore le istituzioni che rappresentano, ha bisogno di normalità, di regole, di dignità e di bellezza.

Non dimenticheremo ciò che poteva essere e non è stato: l’assunzione di medici e sanitari, la messa in funzione del Vietri come centro Covid, la differenziazione dei percorsi negli ospedali, una visione di gestione e del futuro, un aver a cuore chi si rappresenta che in questi mesi è quasi sempre mancato.

Non dimenticheremo i furbetti del vaccino, l’ipocrisia di chi critica e poi salta la fila, il “tengo famiglia” che ti fa precipitare nell’ignavia quando ciò che serve sono il coraggio e la dignità, quanto può stridere e indignare l’immagine del bieco furbetto molisano del vaccino che salta la fila con la Dignità di un Presidente della Repubblica che attende pazientemente il suo turno dopo essersi prenotato come un qualunque cittadino?

Non lo dimenticheremo perché la nostra memoria, anche se cerca di rimuovere quanto di brutto ha visto come forma di difesa, lascia impresse per sempre alcune diapositive che caratterizzeranno per sempre un determinato periodo.

Nei miei anni isernini, di fronte al mio ufficio, c’era un grosso piazzale adibito a parcheggio, una collega del posto mi diceva sempre che lei aveva impresso nella mente quel parcheggio adibito a tendopoli durante il terremoto che negli anni Ottanta aveva colpito la città, per lei era l’immagine simbolo di quella tragedia e quel parcheggio gliela ricordava ogni giorno.
Il nostro futuro porterà le diapositive del piazzale del San Timoteo con le sue tende bianche disposte a croce come a rendere ancora più pesante la nostra via crucis e avrà come colonna sonora le continue sirene delle ambulanze ed il rumore sordo dei rotori che fanno alzare un elicottero.

Ospedale da campo termoli

Il mare è ancora lì, bellissimo, ai piedi della collina, l’ultima luce che va via ci regala l’immagine delle Diomedee lontane quasi fossero un approdo sicuro per una nave nella tempesta e simbolo di speranza, torna la voglia di vivere e di combattere mentre il componimento del poeta genovese ci lascia il suo ultimo grido di rabbia: “per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”…