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La logica dei 30 denari nell’ora più buia. Ma Toma spiazza le fragili certezze: “Sarà una Giunta a tempo, poi cambio di nuovo”

Il governatore prova a spiegare l'operazione che gli ha consentito di salvare la legislatura: "La maggioranza mi aveva chiesto di nominare un assessore interno, ieri abbiamo siglato un patto di legislatura. Per ora ho sostituito Michele Marone, ma non è detto che la Lega sia fuori dalla Giunta. Devo fare altre valutazioni". Ma fra le opposizioni e fuori dal Palazzo la sostituzione dell'avvocato termolese ha provocato critiche feroci. Non festeggiano nemmeno le promotrici del riconoscimento delle quote rosa. Micaela Fanelli: "Questa battaglia non può essere utilizzata per ammantare giochi di potere".

Le ore più buie per il Molise si consumano nel pomeriggio del 16 marzo, quando il presidente Donato Toma rientra da Roma e convoca la sua maggioranza.  Compresa Filomena Calenda, colei che aveva posto l’undicesima firma sotto il documento di sfiducia presentata in Consiglio regionale da M5S e Pd, che sarebbe riuscito a dare la spallata al centrodestra grazie anche al sostegno di Michele Iorio e Aida Romagnuolo.

Ed è attorno al tavolo che si compie l’operazione più licenziosa che si ricordi negli ultimi 15 anni della storia politica del Molise: il ritiro della firma alla mozione che avrebbe mandato a casa governo e Consiglio regionale, barattato per una poltrona da assessore. Filomena Calenda viene nominata al posto di Michele Marone, unico superstite della Lega (ovviamente a livello regionale). Insomma per tentare di concludere la legislatura il governatore prende il defibrillatore per rianimare una coalizione talmente a pezzi, sfilacciata e litigiosa che definire ‘morto che cammina’ è assolutamente realistico.

Quanto possa essere lunga la vita di una maggioranza tanto fragile, appesa al filo di baratti e ricatti che ormai vanno in scena da oltre un anno, con un’escalation di spregiudicatezza che nel caso Calenda ha raggiunto il suo apice, nessuno potrebbe dirlo. Ma improbabile che una coalizione così indebolita abbia la garanzia della scadenza naturale. Il Governatore, del quale tutto si può dire tranne che sia uno sprovveduto, lo sa perfettamente. Sa che riacciuffare Calenda per i capelli facendole spazio in Giunta significa perdere Marone, l’ormai ex assessore – unico sacrificabile perché unico esterno – che rappresenta non solo il partito di Salvini (lega) ma anche il BassoMolise. Termoli ha perso l’unico rappresentante nell’esecutivo. Toma lo sa, e non può permetterselo. E difatti questa nuova Giunta, nata dall’unico mercato che la zona rossa non ha chiuso, il mercato delle poltrone, ha un timer ancora prima di decollare.

“Ho proposto un patto di legislatura ai miei consiglieri regionali”, dichiara il capo della Giunta quando risponde a Primonumero. Sono le 10.30 e sta firmando il decreto di composizione del suo nuovo esecutivo, pubblicato poco prima delle 13 sul sito della Regione Molise. Non cambia praticamente nulla. Solo che ad occuparsi delle deleghe (Lavoro, politiche sociali e Terzo settore, immigrazione) prima in mano all’avvocato termolese Marone ora sarà Mena Calenda, la stessa che ieri sera garrula aveva annunciato in una nota stampa la sua ‘promozione’ da presidente della Quarta commissione ad assessore.

Quando i giornali on line riportano la notizia, sulla piazza virtuale di Facebook si scatena un’ondata di indignazione popolare senza precedenti. I cittadini esasperati, intimoriti dal covid e terrorizzati dalla crisi economica, hanno scatti di ira non trattenuta rispetto a quella che è sembrata una sceneggiata, una farsa che in realtà nasconde un disegno politico preciso. E Toma, appunto, lo sa.

“Per ora ho sostituito Michele Marone, ma non è detto che la Lega sia fuori dalla Giunta. Devo fare altre valutazioni nei prossimi giorni, il cambio non è finito qui“, spiega il presidente a Primonumero.

“La nomina della Calenda per evitare la sfiducia? Vorrei che fosse chiaro che io non ho un estremo bisogno di restare presidente della Regione, ma alla mia regione ci tengo e ho preso un impegno con i miei elettori. Ho ragionato con la maggioranza e in questo momento di emergenza, nel quale mancano il commissario e il sub commissario alla sanità, dobbiamo affrontare situazioni critiche, ho proposto alla maggioranza di fare un patto di legislatura e ho chiesto loro di indicarmi la persona che volevano in Giunta. La maggioranza mi ha consegnato un documento per chiedermi un assessore eletto. Ecco perché ho nominato Mena Calenda. Ma non è detto che l’uscita di un assessore precluda altre modifiche. Dopo l’approvazione del bilancio farò il pit-stop”. 

Il bilancio in Consiglio regionale è un momento fondamentale, senza la cui approvazione la legislatura finirebbe. Toma non si può permettere di arrivarci con la spada di Damocle del ricatto di Calenda sulla testa, quindi compie il passaggio indispensabile per mettersi al riparo da sorprese numeriche. Ma nemmeno chiude la porta del tutto al defenestrato Michele Marone, che si ritrova ora senza la presidenza del Consiglio comunale di Termoli (ceduta in quanto assessore regionale) e senza assessorato.

“Ho intenzione di rivedere tutte le deleghe”, aggiunge Toma. “E visto che ho stima di Marone e della Lega rivedrò alcune cose. Mi serve un mese per fare dei ragionamenti”.

Ci sarà un nuovo ‘posto al sole’ per Michele Marone? Il governatore non può perdere consensi in un bacino elettorale importante come quello termolese, fare un torto a Forza Italia e alla Lega che guidano il Comune adriatico (Marone era presidente del Consiglio comunale nell’amministrazione forzista di Roberti, ndr). Per l’avvocato è possibile che la ruota torni a girare con un rientro in Giunta o una posizione di rilievo in uno degli enti regionali (Molise Acque, ad esempio, dove il fratello è stato a lungo direttore).

Lui, Marone, per ora non si lancia in valutazioni e non apre alla polemica, come è nel suo stile. “Non rilascio dichiarazioni, la questione è tutta politica. Io continuerò a lavorare nell’interesse dei molisani”, si limita a dire secco. Ovvio che contento non lo è.

Giochi di potere, ancora una volta. “E’ una delle pagine più desolanti della storia del Molise”, commentano a denti stretti negli ambienti leghisti. E’ vero, la politica ci ha abituato a ribaltoni e crisi di governo. Non è la prima volta che si accettano 30 denari per salvare la poltrona ad un presidente di Regione. Nella stessa maggioranza Toma c’è chi ricorda che Michele Iorio, oggi dissidente, riuscì ad evitare la sfiducia perché “nel 2004, dopo la notte dei lunghi coltelli, venne salvato da Camillo di Pasquale. Ma anche Aldo Patriciello avrebbe votato la sfiducia all’allora presidente Iorio pure essendo il suo vice”.

Il problema è che sono cambiati i tempi. E il Molise è scivolato in un tunnel nero alla luce dei morti provocati dalla pandemia (oltre 430 vittime in un anno), a cui si aggiunge la paralisi economica a cui la politica non riesce a dare risposte. Va in questo senso anche l’analisi del capogruppo Pd Micaela Fanelli: “Assistiamo ad un cambio di poltrone mentre il Molise è preoccupato di ammalarsi e di non essere curato, mentre le attività commerciali sono chiuse e nessuno si preoccupa delle partite Iva. C’è chi continua con il balletto delle nomine solo per mantenere un consenso e un ruolo istituzionale. E’ uno spettacolo indecente, soprattutto se pensiamo ad un assessorato in cui si sono avvicendati quattro persone: Luigi Mazzuto, Maurizio Tiberio (assessore per quindici giorni, ndr), Michele Marone e ora Filomena Calenda. Nessuno di loro si è occupato dei problemi della gente, ha parlato di lavoro, di nuove povertà, di come affrontare i temi che in pandemia esplodono”.

La mozione di sfiducia è naufragata. Eppure, aggiunge il capogruppo del Pd, “avevamo tradotto in un documento quello che pensano i molisani sulla gestione fallimentare della pandemia, condiviso da tutti i sottoscrittori. Ed è impensabile cambiare idea nel giro di  tre ore. Lei come fa a cambiare idea? Aveva condiviso il fortissimo j’accuse contro Toma”, insiste la Fanelli riferendosi alla Calenda. “E Toma e la maggioranza come fanno a dire ‘non è successo niente’? La mozione resterà”.

L’indignazione è condivisa anche col il capogruppo M5S Andrea Greco, altro pezzo della minoranza che aveva sostenuto la sfiducia: “Vi toglieremo tutte le maschere, quelle che cambiate di giorno in giorno per tenere sotto scacco la mia amata terra. Vi rimane solo il tempo della vergogna, non è più il tempo delle parole”, il suo post su Facebook.

Infine il capitolo delle quote rosa. Per chi si sta spendendo per il riconoscimento della rappresentanza femminile nella Giunta regione l’ingresso di Filomena Calenda non segna il gol della vittoria. “Io ho condotto una battaglia per le quote rosa e per far entrare le donne in Giunta. E l’ho condotta anche per le donne del centrodestra. Ma questa battaglia – sottolinea Micaela Fanelli (che fra l’altro aveva promosso un ricorso contro Toma, ndr) – non può essere utilizzata per ammantare giochi di potere. Noi vogliamo rappresentare un nuovo modo di fare politica, non il peggio del vecchio modo di fare politica. La presenza di Mena Calenda in Giunta è un atto di ipocrisia”.

Durissimo il commento della Federazione Pd Basso Molise e della Conferenza delle Donne democratiche: “La dignità di un popolo in sofferenza non può essere tradita dalla bramosia di potere” e “consolare (il grido di dolore della propria terra, ndr) non alimentarlo per mera vanagloria”. 

E ancora: “Scendere a compromessi sacrificando il bene comune per un ruolo, delegittima chiunque – uomo e donna che sia – dall’essere degno rappresentante del suo popolo, la scelta fatta dalla Calenda non solo tradisce l’azione e le lotte delle donne per la salvaguardia della salute e della vita dei molisani, ma impedisce che Toma possa pagare le sue inefficienze con la sfiducia votata dalla gran parte dei consiglieri regionali”.