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Affiliati ai clan che scelgono “l’esilio” in Molise, alla base ci sono contatti consolidati in regione

L'Antimafia indaga sui legami che l'uomo arrestato a Campomarino - dove risiedeva dopo il divieto di dimora a Napoli - potrebbe aver avuto in Basso Molise

Quando l’autorità giudiziaria impone il divieto di dimora in un posto (spesso la Campania o la Puglia) ad un condannato, la scelta su dove scontare la misura alternativa (e frequentemente successiva al carcere) cade frequentemente sul Molise.

Accade allora che in molte inchieste giudiziarie, gli inquirenti molisani si ritrovino di fronte soggetti, anche di rilevante spessore criminale, che arrivati in regione per estinguere la condanna, si attivino invece per reiterare reati già commessi o finanche avviare nuove attività delinquenziali.

E’ il caso dell’ultima indagine “Red zone” con tre arresti per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Ma anche, per esempio, di “Piazza Pulita”.

Le persone “attenzionate” quando arrivano in regione lo fanno perché conoscono il territorio ma probabilmente non solo per questo.

Scegliere di “dimorare” in Molise potrebbe significare che qui, gli stessi, abbiano contatti, conoscenze e legami in grado di garantire loro necessità e coperture.

L’uomo legato al crimine organizzato, arrestato nell’ambito di “Red zone” era da poco uscito dal carcere per fatti molto gravi. Riconosciuto da due sentenze di condanna come affiliato al Di Lauro (clan che è stato al centro della cronaca per la faida di Scampia e che ha provocato circa 100 morti) era rientrato in carcere un anno fa, a marzo del 2020 perché trovato con un’arma a matricola abrasa. E dopo essere uscito di prigione ha ottenuto dal giudice di Napoli una misura minore con il divieto di restare nel capoluogo partenopeo. Non ha scelto la provincia di Napoli, ha scelto quella di Campobasso: Campomarino.

Un aspetto che il sostituto procuratore Vittorio Gallucci ha rimarcato anche durante la conferenza stampa. “Questo fatto ci deve far capire che – è chiaro che l’autorità giudiziaria quando pensa di togliere un soggetto dal suo  contesto naturale di riferimento è perché immagina chge così commetterà meno reati” ma il problema è che quello stesso soggetto potrebbe invece riprendere la stessa attività altrove.

Così come è stato a Campomarino “perché probabilmente aveva contatti precedenti – ha detto chiaramente il magistrato – e quindi, una volta in Molise ha ripreso l’attività delinquenziale con gente dallo spessore criminale ovviamente inferiore al proprio”.

La stessa storia si è ripetuta con “Piazza Pulita”. Uno degli indagati principali, camorrista anche lui, con precedenti specifici commessi in Campania, aveva poi scelto di “dimorare” nel bojanese.

Aspetti che non sono passati inosservati alle autorità investigative e sui quali (certamente per quanto riguarda la tentata estorsione) si “sta lavorando, perché le indagini non sono chiuse”. Ma perché il Molise? E quali sono i contatti e i legami che la regione offre a nomi di spessore criminale provenienti da realtà più complesse (come Campania e Puglia)? Sono domande al centro di una serie di attività alle quali gli investigatori intendono dare risposte. “Perché – come ha poi concluso il capo della Mobile, Raffaele Iasi – l’interesse della criminalità organizzata per questa terra è sempre più rilevante con tentativi di infiltrazioni che stanno radicando finanche con la metodologia mafiosa”.