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Zona Rossa, porto franco. Troppo movimento, i controlli non possono bastare. Per salvarsi bisogna capire che il virus uccide. Anche i giovani foto

La prospettiva di azzerare i contagi in forza delle restrizioni è lontanissima. Termoli, ormai epicentro conclamato della pandemia in Molise, presenta 326 casi secondo la mappa Asrem. Una settimana fa i casi erano 285 e c'era la zona rossa già da 7 giorni. È evidente che, a differenza di quanto sta accadendo in altri comuni - uno su tutti Campomarino - nella città adriatica ci sia ancora una sottovalutazione del rischio.

Ci sono guerre che si fanno in trincea, guerre che si fanno negli spazi aerei e guerre, come questa contro un nemico invisibile, che si combattono nei luoghi considerati da sempre e da tutti i più sicuri al mondo: l’ospedale, la scuola, la casa. Ricordate #iorestoacasa? Quello slogan che esattamente un anno fa ci sembrava vero e necessario, rilanciato da testimonial di spicco, postato sulle nostre bacheche social, oggi è scomparso dalla circolazione, ridotto a un appello delle autorità a metà strada tra l’imperativo e l’implorazione: restate a casa.

Sono trascorse due settimane abbondanti da quando il Governatore del Molise Donato Toma ha emanato l’ordinanza che dichiara Termoli e l’intero distretto del Basso Molise Zona Rossa. Eppure la prospettiva di azzerare i contagi in forza delle restrizioni è lontanissima. Termoli, ormai epicentro conclamato della pandemia in Molise, presenta 326 casi secondo la mappa Asrem. Una settimana fa i casi erano 285 e c’era la zona rossa già da 7 giorni. È evidente che, a differenza di quanto sta accadendo in altri comuni – uno su tutti Campomarino – nella città adriatica ci sia ancora una sottovalutazione del rischio.

mappa contagi 22 febbraio

Basta fare un giro in centro in una bella giornata per rendersene conto. Oltre al traffico, sicuramente ridotto ma ancora notevole se paragonato a quello del lockdown nel marzo scorso, tante persone a passeggio o in prossimità delle poche attività aperte. C’è chi si ferma per chiacchierare, chi si siede su una panchina col volto al sole, che finalmente splende dopo giorni di maltempo e freddo.

Sono azioni innocue, si dirà. Ma siamo sicuri? Chiacchierare 10 minuti per strada, scambiarsi impressioni e racconti, andare a fare la spesa, portare il cane a fare un giro, passare in farmacia e dal macellaio sono veramente, senza eccezioni, questioni di “necessità e urgenza”?

Oppure in parte sono scuse per lasciare la nostra trincea, disertare temporaneamente, magari convinti di essere giovani e sani e che “anche se mi becco il virus non mi succede niente?”.

Anche le azioni più innocue o necessarie, se ripetute e moltiplicate, comportano dei rischi. Rischi che sono sfociati in casi di positività conclamata con cluster domestici o sviluppati fra amici. Il contagio ha raggiunto livelli molto alti e coinvolge tantissimi giovani.

E, almeno per ora, non scende. Complice anche un movimento eccessivo in una Zona Rossa dove qualsiasi spostamento dovrebbe essere ridotto al minimo laddove non è possibile neutralizzarlo del tutto.

I controlli, d’altronde, non possono certo arrivare dappertutto. Non arrivano per esempio nei garage dove i ragazzi continuano a incontrarsi, spesso con la complicità omertosa dei genitori. Non arrivano nelle abitazioni private in cui si ricevono vicini e parenti, fosse anche per un quarto d’ora, mescolando nell’aria (la mascherina tra le mura domestiche è ancora considerata inutile anche se i medici e gli esperti sostengono che invece serva) quelle particelle di saliva infinitesimali che trasportano il nemico, un nemico capace di entrare nel nostro corpo alla velocità della luce, da una fessura microscopica, trasformandolo in un’arma virologica. Un nemico che, al di là di tutto quello che si possa pensare sull’assistenza sanitaria che non c’è, sull’utilizzo delle Terapie Intensive che non bastano, sul funzionamento dei servizi assistenziali carenti, può uccidere. E uccide, difatti, come ha dimostrato, anche ai più scettici, la morte di alcuni giovani negli ultimi giorni.

Termoli, che da questo punto di vista si è sempre dimostrata la cittadina molisana meno ligia alle regole, sembra stia proseguendo su un solco la cui rotta deve essere immediatamente invertita.

Non è certo un mistero che Termoli e i termolesi siano stati finora i più insofferenti alle restrizioni, complice la cultura di una città “porto di mare”, nella sua migliore accezione di accoglienza e turismo, e anche, in parte, del silenzio generalizzato che oggettivamente – bisogna pur dirlo – ha riguardato i suoi vertici istituzionali, a cominciare dal sindaco che ha chiuso entrambi gli occhi su scene di assembramento e ritrovi di aperitivi in piazzetta.

Ma perfino Roberti è corso ai ripari firmando le ordinanze più severe e restrittive dell’intera regione. Parrucchieri e barbieri chiusi, cimitero blindato, perfino le messe vietate. Una presa di coscienza che, sebbene tardiva, ha il merito di essere una decisione, arrivata nel tentativo di evitare un ulteriore peggioramento, i cui costi sia in termini di salute che di economia sarebbero inimmaginabili.

Già perché ora le cose sono diverse. Ora c’è una zona rossa e ci sono i numeri, terribili, che arrivano dall’ospedale San Timoteo dove proprio in queste ore si sta allestendo un ospedale da campo, si sta assistendo a barelle di fortuna montate come posti letto di corsia, proprio come accadeva 12 mesi fa a Codogno e in quella fascia geografica che ci sembrava lontanissima e impossibile, che ci sembrava non potesse riguardarci.

E invece. Ora le cose sono diverse e quella attenzione che finora è mancata deve essere messa al centro da ogni cittadino, da ogni padre e da ogni madre e da ogni giovane, che prima di protestare – come si sta legittimamente facendo – per chiedere una sanità più efficiente e una maggiore disponibilità di posti di terapia intensiva, ha il dovere di ficcarsi in testa che questa è una guerra, e la si combatte restando a casa. Se non fosse un sacrificio, se non fosse una sofferenza, non la chiameremo guerra e non avremmo a che fare con un nemico.

E nemmeno si può scaricare la responsabilità sui controlli. Che sono pochi, indubbiamente, perché le forze dell’ordine sono poche rispetto alla popolazione residente e ai tanti, troppi, luoghi da passare al setaccio.

Oggi sono diverse le pattuglie in giro, compresi vigili urbani che a piedi presidiano il centro, ma le maglie sono troppo larghe: basta avere un cane o dichiarare di stare andando in farmacia a comprare la tachipirina per il nonno per aggirare la possibilità di venire sanzionati.

Serve riportare l’attenzione su un punto del quale si parla, incredibilmente, troppo poco. Il virus uccide. La malattia da Covid 19 disintegra i polmoni anche se hai 30 o 40 anni e non sei malato. Distrugge gli organi, ti toglie il fiato fino a toglierti la vita. (mv)