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Un appello per un triste anniversario

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    di Mai più sole-Non una di meno

     

    Il 2020 passerà alla storia come l’anno in cui tutto è cambiato. E’ bastato un virus, organismo invisibile all’occhio umano, per mettere in crisi tutte le certezze del mondo globalizzato.

    Non appena si è compresa la portata di quello che stava accadendo: gente che si ammalava improvvisamente; gli ospedali che si riempivano rapidamente di pazienti; in tanti morivano ed alcuni non avevano avuto neanche la possibilità di accedere alle cure, ci è stato chiesto di chiuderci in casa. In quel momento era l’unica risposta possibile per arginare l’avanzata del virus e noi lo abbiamo fatto, senza battere ciglio perché avevamo paura ed eravamo solidali con quelli che si ammalavano ed ancor più con quelli che morivano.

    Abbiamo fatto la nostra parte indossando guanti e mascherine, interrompendo tutte le attività sociali che comportavano lo stare insieme, scuola compresa. Nella logica del preservarsi il prossimo è diventato un soggetto da evitare: niente più abbracci, baci, strette di mano, solidarietà e aiuto immediato per chi è in difficoltà. La debolezza è diventata disgrazia perché chi cade resta solo, nessuna mano si potrà tendere per raccoglierlo.

    All’inizio abbiamo accettato di fare la cosa giusta per uscire dal tunnel, ma la luce non si è ancora vista. A fronte di sacrifici, di perdita del lavoro, di difficoltà economiche, di famiglie distanziate, di violenze domestiche e femminicidi aumentati a dismisura, di ironiche tonalità sgargianti a differenziare il grado di esposizione al Covid-19 poco si è mosso nella stanza dei bottoni.

    Si è rimasti sempre ad inseguire l’emergenza, senza un salto di qualità, di giustizia, di amore per il popolo. Le donne, come al solito, sono più esposte ai problemi generati dalle chiusure e dal lockdown. Spesso fanno lavori di cura o di servizio oppure sono impiegate nel terziario, pertanto sono state fra i primi a perdere il posto di lavoro, senza parlare di quelle costrette a lavorare in nero. Anche se sono nelle condizioni di lavorare da casa spesso si trovano a dover gestire il lavoro, i figli e la routine domestica tutto nello stesso tempo. Ancora una volta, però, si sono messe a servizio della famiglia, del lavoro e della società, ma il loro impegno non può essere sempre dato per scontato, senza alcuna forma di valorizzazione e senza considerazione del carico emotivo, psicologico e fisico che tale impegno comporta. Se mai si uscirà da questa emergenza la società dovrà fare i conti con tutto quanto è accaduto durante il distanziamento sociale, dai problemi della ripartenza economica, di cui tutti parlano, a quelli del vuoto affettivo e dei comportamenti devianti, su cui si riflette troppo poco.

    In Italia e ancor più in Molise invece di attrezzarsi per combattere il nemico invisibile ci si è affidati alla buona sorte; ciechi davanti alla cosa più evidente: la bistrattata sanità pubblica, fatta a pezzi e immolata sull’altare della spendig review, commissariata e umiliata a favore di quella privata sarebbe stata la strada migliore per combattere, per limitare i danni, per cercare di vincere, ma erano rimasti solo i cocci.

    A distanza di un anno dal primo lockdown siamo messi ancor peggio che allora, almeno in Molise. Allora i casi di positività erano pochi da noi, il distanziamento sociale e la pur risibile disponibilità dei nostri ospedali erano ancora in grado di far fronte alle necessità. Oggi il virus dilaga favorito dalla voglia di tornare a stare insieme, specialmente fra i giovani, e dalle diverse varianti che si sono generate. E cosa si è fatto nel frattempo? Ben poco. Invece di approfittare del fatto di essere stata per lungo tempo una regione a basso tasso di trasmissione del virus si è perso tempo prezioso, tempo che poteva essere utilizzato per trovare soluzioni in grado di fronteggiare le tanto prevedibili e previste seconda e terza ondata.

    La partita a ping pong fra Regione e Commissario ha avuto come risultato l’immobilismo, l’assenza di provvedimenti utili alla causa.

    Al Ministero non ascoltano il grido che sale dal Molise, dalle associazioni e da quella parte di popolazione che non accetta di restare a guardare in silenzio una tragedia assurda. In Molise si muore più che altrove, ma non è colpa di nessuno. Chiunque con il proprio agire provoca, direttamente o indirettamente, la morte di una persona, ne deve rispondere alla giustizia e alla propria coscienza, invece gli oltre 300 morti per Covid-19 non hanno un colpevole. L’inadeguatezza della classe politica e dirigenziale hanno generato tale situazione, ma c’è qualcuno che ne pagherà le conseguenze? C’è qualcuno pronto a rivestirsi della propria responsabilità?

    Il nostro appello è rivolto a tutti gli amministratori: dai sindaci che spesso sono rimasti soli a cercare di dare risposte ai cittadini disperati; ai consiglieri regionali che rappresentano questa martoriata popolazione in seno all’assemblea regionale; dai dirigenti locali a quelli dell’Asrem e soprattutto alla Giunta regionale, al Presidente e al Commissario perché si ponga fine alla mattanza dei molisani e si mettano in atto tutte le possibili strategie per fermare e sconfiggere la pandemia. Chi non se la sente, si faccia da parte o abbia il coraggio di affrontare le sue responsabilità.

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