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Notebook della settimana – di Giuseppe Tabasso

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    Stupidi con aureola – Giorgia Meloni è stata oltraggiata con parole da trivio che le sono state rivolte non da un comune coglione da tastiera, ma da un prof. universitario accecato al punto da non intuire i disastri combinati.

    1) Ha fatto incassare alla leader di Fratelli d’Italia un profluvio di alta solidarietà; 2) le ha fatto guadagnare qualche punto nei sondaggi; 3) la sua irresponsabile appartenenza a una élite intellettuale ha consegnato un salvacondotto di pubblico vilipendio alla buzzurra schiera di feroci insultatori seriali sdoganando perfino i neo-nazi che ingiuriano la senatrice Segre perfino se va a vaccinarsi.

    Giorgia Meloni lamenta di essere attaccata anche come donna, e questo è intollerabile. Inoltre ha respinto al mittente l’accusa di essere una seminatrice di odio. Tuttavia nella nostra memoria collettiva è incisa l’immagine della senatrice scampata all’Olocausto quando fu accolta in Parlamento da lunghi applausi in piedi, tranne Fratelli d’Italia e la loro leader unici a rimanere seduti. Un gesto dal significato politico più memorabile di un triviale oltraggio via social.

    Se però vi capita di seguire qualche odierna seduta parlamentare, vi renderete conto che il livello collerico della retorica meloniana è tale da far sembrare pacati appunti le scomposte irruenze leghiste pre-Draghi.

    Quanto alla semina d’odio, si sa che la politica non è solo arte di compromesso ma anche del combattimento, che Fratelli d’Italia conduce a decibel sempre più alti. Niente da dire. Ma il problema è ben altro: sta nel sottofondo della sua cultura nazionalista e fascistizzante. Alcuni giorni fa la Digos ha denunciato Roberto Biffis, responsabile Cultura del partito in Veneto, e Simone Autiero, membro dell’assemblea nazionale, per aver esibito in pubblico il saluto romano.

    Non solo, ma in Fratelli d’Italia c’è l’anti-europeismo di fondo, c’è lo stretto legame avuto dalla Meloni con un furfante dell’ultra-destra come Steve Bannon, ci sono i suoi selfie con Orban, fautore della “democrazia illiberale” che lei “guardava con un’espressione innamorata” (Pietro Senaldi su “Libero”). Grazie alla giravolta di Salvini, ora FdI campa di rendita su un’opposizione denominata “patriottica”, come se tutti gli altri appartenessero a una ciurma di anti-italiani.

    Per carità, detto questo a nessuno è consentito di oltraggiare Giorgia Meloni come politica e come donna, tuttavia non si può trasformare in eroina una delle tante, troppe vittime della stupidità umana.

     

    Se l’ironia entrasse in Parlamento – Siamo in tanti a chiederci se il linguaggio asciutto “alla Draghi” avrà un qualche impatto migliorativo sulla prolissità dei nostri rappresentanti del popolo. Ricordate l’irresistibile tormentone del comizio politico di Verdone:  “Sempre teso…sempre teso…sempre teso”? Qualcosa di altrettanto ripetitivo ma meno irresistibile è stata la maratoneta oratoria sulla fiducia al Governo Draghi. Nemmeno i più oscuri deputati e senatori hanno rinunciato ai loro cinque minuti di gloria solo per dire un semplice SÌ o NO.

     

    Mai, proprio mai che ci fosse un guizzo di eleganza linguistica e, figuratevi, di ironia, arte sconosciuta tra i banchi parlamentari, dove l’acredine sostituisce il sarcasmo. Gli unici portatori sani di ironia nei due rami del Parlamento italiano sembrano essere l’on. Pier Luigi Bersani e il senatore a vita Mario Monti, uno che parla in italiano ma dopo aver pensato in inglese.

    Viene allora in mente il peso massimo dello humour in politica, Winston Churchill. Celebre la sua risposta all’avversaria che gli disse “Se fossi sua moglie le verserei del veleno nel tè”. E lui: “Se fossi suo marito lo berrei”. Meno celebre la risposta allo scrittore e drammaturgo George Bernard Shaw che gli aveva recapitato un sarcastico invito alla prima di una sua opera teatrale: “Le ho riservato due posti, anche per un amico. Se ne ha”. Risposta: “Grazie, preferisco assistere alla replica. Se ci sarà.

    To be or not to be – La stagione del Covid ha messo a nudo e in crisi la relazione tra Stato e Regioni, concordo perciò su quanto ha scritto il bravissimo Antonello Barone. “Esiste un Molise che alla fine di questa tragedia dovrà decidere se per continuare ad esistere dovrà finalmente prendere coscienza che non è più in grado di esistere la sua dimensione di regione autonoma.” Incrociare le dita.

     

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