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L’imprenditore arrestato: “Ero disperato. Non sapevo fosse un camorrista. Il mio contatto? Un compaesano”

Interrogatorio di garanzia a carico delle tre persone indagate nell'ambito dell'inchiesta condotta dalla squadra mobile e coordinata dall'Antimafia. Ai due uomini in carcere sarebbe andato il 30 per cento dell'estorsione

Fa un po’ di conti e davanti al gip Roberta d’Onofrio, ammette che “sì”, ha sbagliato ma che era “disperato” perché quei soldi che avanzava “appartenevano ad un credito vecchio di anni”.

Messo alle strette dalle indagini condotte dagli uomini della squadra mobile nell’ambito dell’inchiesta “Red Zone”, l’imprenditore di Sant’Elia a Pianisi – che si trova agli arresti domiciliari – assieme ai suoi avvocati Giuseppe Mileti e Gianni Spina, ha affrontato l’interrogatorio di garanzia raccontando la sua versione dei fatti.

Consigliato dai legali a vuotare il sacco su fatti e accadimenti che sono ancora sottoposti ad indagine, non si è tirato indietro davanti alle sue responsabilità seppure “inconsapevole in larga parte di quanto stava succedendo”. Perché il contatto con il pregiudicato campano e il netturbino residente a Campomarino altro non è stato che un suo compaseano.

“Sappiamo dove abiti e non ci piacciono i Tribunali, caccia i soldi”, così terrorizzavano l’imprenditore in difficoltà

Al giudice ha confessato che durante una chiacchierata relativa al momento di crisi che riguarda le aziende – come era accaduto in molte altre occasioni – aveva confidato a “questa persona del suo paese” le sue difficoltà economiche riconducibili anche ad un credito che vantava da un’azienda edile poi fallita. Questo “amico”  gli avrebbe quindi indicato i nomi dei due uomini di Campomarino (di cui un affiliato al clan Di Lauro che in Molise aveva scelto di risiedere dopo il divieto di dimora a Napoli) per ottenere dall’imprenditore campobassano (poi vessato) il credito che pretendeva e che non era “riuscito a recuperare”.

“Non sapevo chi fossero” avrebbe quindi ammesso, “volevo solo smuovere le acque”. E di quei centomila euro, i due finiti in carcere, avrebbero preteso il 30 per cento.

Il gip si è riservato di decidere. Gli avvocati hanno chiesto un allargamento della misura per consentire all’imprenditore di Sant’Elia (che ha una piccola azienda con tre dipendenti) di poter tornare almeno a lavorare.

“Red Zone” è soltanto la punta di un iceberg. I campanelli d’allarme lanciati dal procuratore della Distrettuale antimafia Nicola D’Angelo sono inequivocabili: i rischi che la criminalità organizzata prenda per la gola le imprese molisane in difficoltà sono evidenti, per questo “dico che l’unica arma per combattere ogni conseguenza destinata ad aggravare condizioni già difficili è la denuncia. E’ la fiducia nelle istituzioni”. Terze persone, estranee al circuito della legalità, non possono far altro che servirsi della disperazione per radicare e poi sfruttare un territorio in difficoltà.