“Io, molisana che vive fuori regione, ho paura e piango per la mia terra”

La lettera di una giovane donna che sta seguendo con apprensione l'escalation dell'emergenza sanitaria: "Ora la lontananza sembra ancora più forte, diventa ancora più difficile, complicata, quando sei lontana. La mia terra sta pagando un prezzo altissimo"

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Sono giorni che apro il giornale e ho paura di quello che sto per leggere. Sono giorni che leggo di contagi in aumento, ricoveri che salgono, coetanei e giovani che perdono la vita. Ospedali che non reggono, medici che non riescono a stare dietro ai tanti pazienti, ai positivi che aumentano in maniera esponenziale e vertiginosa. Sono giorni che leggo di come la morte stia vincendo sulla vita, sull’organizzazione, sulla responsabilità.

Agli occhi miei e degli italiani, dei colleghi e degli amici, la mia è una regione che sta cadendo a pezzi, una regione che sembra non riuscire a proteggere i suoi cittadini, i suoi abitanti, i suoi figli. Coloro che hanno creduto nella loro terra, nella sua forza, nelle sue energie. Coloro che hanno scelto di rimanere a casa, con le loro famiglie, di costruire una vita, una famiglia, di dare un futuro ai loro figli in mezzo a ciò che più di tutto conoscono. Perché lì sono cresciuti, hanno conosciuto amici, magari anche l’amore della loro vita, hanno scelto di lavorare e di investire, sperando di aver fatto la scelta giusta, di non doversi pentire, di non pensare di andare via e sradicare tutta la famiglia per un futuro migliore.

Ma il dolore, la sofferenza, la paura in queste settimane non è solo di chi in Molise ci vive, è anche di chi la sua terra l’ha dovuta lasciare per lavoro, per non sprecare anni di studio, sacrificio, impegno, fatica, progetti e sogni, è stato costretto a dover andare via. Trasferirsi, spostarsi, rinunciare alla famiglia, agli amici, agli affetti, alla sua terra, alla tradizione, all’aria di casa, quella della domenica a pranzo in famiglia, quella delle passeggiate nei luoghi dell’infanzia, quella che conosci in tutti i suoi angoli.

E ora la lontananza sembra ancora più forte, diventa ancora più difficile, complicata, quando sei lontana, quando non puoi fare niente, quando ogni giorno leggi che un piccolo pezzetto della tua terra sta cadendo, nel baratro più profondo.

La mia terra, quella che tutti bistrattano, quella che per tutti non esiste, ma che poi scoprono essere bella, ricca di paesaggi favolosi, luoghi quasi da favola, prelibatezze uniche, gente simpatica e gentile. Ecco, quella terra, la mia terra, quella che sta a più di 300 chilometri di distanza, sta soffrendo, piangendo, pagando un prezzo altissimo. Fatto di vite umane, genitori giovani, ragazzi, padri di famiglia, nonni, zii, parenti, amici.

Le ultime notizie sconvolgono, fanno male al cuore, fanno male all’animo. Le chat di famiglia sono cambiate, sono diventate un bollettino di guerra. Aprirla e leggere i messaggi degli zii è un dolore, manca il fiato perché spesso non sono belle notizie, spesso è la comunicazione di qualcuno che non ce l’ha fatta.

E’ passato un anno da quando abbiamo iniziato a dover convivere con mascherine, distanziamento, gel igienizzante, abbiamo dovuto rinunciare agli abbracci – che al momento mi mancano di più insieme agli affetti e alla quotidianità – alle cose che abbiamo dato per scontato.

E proprio in nome di quegli abbracci, delle giornate a cui abbiamo dovuto rinunciare, degli affetti che non possiamo incontrare e degli amici che sentiamo e vediamo in uno schermo, dobbiamo capire che questo virus è pericoloso, é più grande di noi se lo sottovalutiamo, ci distrugge se non gli teniamo testa. E tenergli testa significa rispettare le regole, stare a casa, non uscire, rinunciare ancora a qualcosa, a tanto in realtà, nella speranza di giorni migliori, che si sperano possano essere “illuminati” dal vaccino.

Ma se da una parte la responsabilità è dei cittadini, non si può non pensare a chi invece è dall’altra parte, chi ci governa, chi dice di rappresentare il popolo, chi dice di essere al servizio, perché se la politica nasce per la città, allora forse qualcosa non sta andando nel verso giusto.

Perché non fare scelte subito, quando la situazione stava già preannunciando una catastrofe? Perché non scegliere di ricoverare al Vietri, perché perdere vite umane? Sono giorni e giorni che penso al giovane padre morto per Covid, e sono giorni che mi chiedo se chi è al vertice non senta questa perdita come una responsabilità, se non ce l’abbia sulla coscienza.

Siamo una piccola regione, e questo forse poteva essere un punto a nostro vantaggio, sia per i contagi, sia per i vaccini, sia anche per la gestione. E invece sembra che tutto si sia ribaltato, è il virus che prende il sopravvento, i numeri che sovrastano tutto e tutti, i tempi che scorrono senza che si prenda una decisione.

C’era davvero bisogno di un ospedale da campo piuttosto che aprire il Vietri, c’era davvero bisogno di usare uno spazio all’esterno, piuttosto che il calore di un ospedale vero, fatto di mura e servizi? C’era bisogno davvero di perdere vite, portare via i malati per salvarli?

Non so nemmeno se durante le vacanze di Pasqua tornerò a casa, potrei approfittare della residenza in Molise per tornare e stare con la mia famiglia, rinunciando a tutto il resto ovviamente. Ma voglio essere responsabile, rinuncio alle feste a casa, evito di prendere treni per mettere a rischio la mia famiglia e resto lontana, 300 chilometri, ne approfitto per fare qualcosa, leggere, magari continuare a studiare, perché non si smette mai di imparare, riposarmi e ritrovare le forze per riprendere il lavoro.

Poi tornerò a casa, ma solo per le vacanze estive, pronta a settembre per fare di nuovo le valigie e ripartire.

Non so se la mia vita sarà ancora fuori dal Molise, o se invece un giorno tornerò. Ovviamente, inutile negarlo, il desiderio di tornare a casa è sempre forte e vivo in me. Dipenderà dal lavoro, dalle possibilità che la mia terra mi offrirà, e anche dalla sanità. Perché per vivere in tranquillità e con serenità, c’è bisogno di alcune certezze, e alcune di queste sono anche legate alla sanità.

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