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L’esperto: “Immunità di gregge più facile in Molise che altrove”. Il vaccino? “Meglio non farlo a chi è guarito”

Intervista al dottor Giuseppe Cimino, ex primario del centro trasfusionale dell'ospedale Cardarelli e oggi medico vaccinatore volontario. L'immunologo campobassano ci spiega come risponde il sistema immunitario al vaccino e perché, con la scarsità di dosi disponibili, le ricerche si stanno concentrando sugli anticorpi monoclonali, veri e propri farmaci in grado di curare la Covid 19.

Immunità di gregge, anticorpi monoclonali, sistema immunitario: la pandemia ha arricchito di termini medico-scientifici il nostro vocabolario sebbene spesso talune definizioni vengano utilizzato in modo errato o impreciso. Per capire meglio di cosa stiamo parlando abbiamo chiesto lumi all’immunologo Giuseppe Cimino, medico ospedaliero al Cardarelli di Campobasso dal 1976 al 2012 con qualifiche di assistente, aiuto e infine primario del servizio trasfusionale. L’ex primario ha anche dato disponibilità all’Asrem per essere inserito nell’elenco dei medici volontari vaccinatori, pertanto, una volta immune al Sars CoV 2, potrà somministrare il siero anti Covid a tutti gli altri.

Giuseppe Cimino

(foto giuseppecimino.wordpress.com)

Dottore, partiamo dall’immunità di gregge di cui si parla ampiamente da quasi un anno: di cosa si tratta esattamente e come si raggiunge?

“Quando ci troviamo di fronte a una pandemia come quella attuale la soluzione ottimale è la vaccinazione di massa: sarebbe a dire l’immunizzazione dell’85 anche 90 per cento della popolazione. Una volta raggiunta essa mette al riparo non solo le persone vaccinate dalle forme più gravi e letali della malattia ma anche i non vaccinati”.

In che senso?

“Nel senso che essendo così ampia la platea di soggetti immuni al Coronavirus anche chi non si è vaccinato non sarà infettato. L’immunità di gregge blocca la circolazione di un determinato virus che avrà in questo modo scarsissime chance di essere trasmesso. Ed è proprio per questa ragione che si continua a dire che almeno l’80 per cento della popolazione italiana dovrebbe essere vaccinata”.

Ritiene che in una regione anziana, seppur a scarsa densità demografica come il Molise, sarà più semplice raggiungere questo obiettivo?

“Secondo me sì. Il problema attuale è organizzare un piano vaccinale efficace e al momento, con i tagli alle forniture e la difficoltà a recepire i vaccini in tutta Europa, la campagna sta inevitabilmente subendo dei rallentamenti”.

Studi e ricerche molto recenti affermano che non c’è ancora alcuna garanzia che i vaccini al momento somministrati nel mondo prevengano il contagio. Si sta dicendo che se da un lato esso eviterà di farci ammalare in modo grave, dall’altro non si esclude che un soggetto immune possa ancora trasmettere il virus ai non vaccinati. Ci spiega quindi qual è la risposta immunitaria al siero?

“Sono diversi i vaccini sviluppati in tutto il mondo e hanno una efficacia variabile. Parliamo di quello attualmente somministrato anche in Molise che è quello della Pfizer-BioNtech, vaccino a mRNA messaggero. Si tratta di una molecola che entra nelle cellule – ma non nel nucleo – dove ci sono i ribosmi che hanno la caratteristica di formare una proteina – detta spike – che è simile al Coronavirus. Questa proteina esce dalla cellula e viene individuata come ‘estranea’ dal nostro sistema immunitario che a quel punto produrrà gli anticorpi per distruggerla. Chiaro che dopo una prima dose del vaccino (due le somministrazioni necessarie a distanza di 21 giorni, ndr) non si è automaticamente immuni. E in questo lasso di tempo il virus può essere ancora trasmesso. Dopo il richiamo il sistema immunitario, infatti, necessita ancora di parecchi giorni per formare gli anticorpi e questo spiega anche perché alcuni soggetti vaccinati si sono ammalati di Covid dopo la somministrazione. Dopo circa 15 giorni l’immunizzazione è completa e la possibilità di infezione non c’è più a mio avviso”.

Avrebbe più senso in questo momento, a causa della scarsità di vaccini disponibili, adottare il modello britannico e quindi iniettare solo la prima dose a un numero più alto di persone invece che fare prima e seconda dose ma ad un numero inferiore di individui?

“Secondo il mio modesto parere non è una cosa buona perché con la prima dose diamo l’informazione al sistema immunitario ma è la seconda dose che scatena la formazione degli anticorpi. Facendone una soltanto l’immunizzazione non sarebbe completa e questo allontana l’obiettivo dell’immunità di gregge. Nelle prossime settimane la distribuzione dei vaccini dovrebbe subire una notevole accelerazione, del resto le case farmaceutiche hanno tutto l’interesse a vendere i loro prodotti, ci sono interessi miliardari dietro e non farei retropensieri su questi ritardi, penso si tratti più che altro di un problema organizzativo”.

Quali effetti collaterali ha il vaccino?

“Tutti i vaccini possono generare effetti collaterali, la reazione più comune è quella allergica ecco perché, dopo l’iniezione, i soggetti vengono tenuti sotto osservazione per alcuni minuti. Conosco diversi medici che hanno già fatto il vaccino, alcuni lamentano piccole reazioni come febbricola, dolori, astenia ma nessuna in forma grave”.

Chi ha ricevuto il vaccino, una volta superati i tempi necessari all’immunizzazione, come deve comportarsi? Deve continuare ad utilizzare le precauzioni? Se sì, perché?

“Mascherina e distanziamento saranno nostre compagne ancora per lungo tempo. I soggetti immuni, fermo restando il tempo di immunizzazione del vaccino che è comunque limitato, non dovrebbero sentirsi liberi di circolare senza dispositivi di protezione o in assembramento perché sarebbe strano, diseducativo per chi non si è ancora vaccinato e anche complicato dal punto di vista dei controlli al fine di distinguere gli immuni dai non immuni”.

Chi si è già ammalato di Covid 19 deve vaccinarsi ugualmente o ha naturalmente sviluppato una risposta immunitaria al virus?

“Ritengo che chi si è ammalato ed è guarito non dovrebbe fare il vaccino. Guarire dalla Covid 19, meglio chiarirlo a scanso di equivoci, non significa aver assunto un farmaco che cura. Quelli utilizzati in ospedale sui soggetti che mostrano conseguenze importanti dell’infezione evitano che la situazione peggiori ulteriormente. Ma un medicinale curativo ancora non esiste e in caso di guarigione spontanea posso affermare senza paura di essere smentito che il merito è tutto del sistema immunitario che forma anticorpi in grado di neutralizzare il virus. Forse sarà opportuno vaccinare anche i guariti dalla Covid solo quando gli anticorpi diminuiranno”.

Chi dovrebbe avere priorità nel vaccinarsi in questo momento?

“Sono abbastanza d’accordo con l’orientamento generale: è giusto che si protegga prima tutto il personale medico e sanitario perché se si ammala anche chi cura sarebbe una tragedia. Poi le persone fragili come gli anziani nelle case di riposo, dopodiché bisognerebbe individuare le categorie lavorative, penso alle forze dell’ordine, quelli che lavorano nella scuola, ma anche nei supermercati, nel settore dei trasporti, insomma, dare la precedenza a chi svolge servizi essenziali per poi giungere alle persone ‘normali’ come 70enni, 60enni, 50enni e via di seguito”.

Il Molise registra una lenta progressione dei decessi da Covid 19 e anche un abbassamento dell’età media (di morti e contagiati): la cosiddetta terza ondata è già qui secondo lei?

“Per me questa è una ondata unica, non farei una distinzione di questo tipo. Per quanto riguarda i dati su decessi e contagiati osservo che gli anziani oggi sono più attenti rispetto ai mesi scorsi, si sono sensibilizzati al problema e hanno anche molte meno occasioni di uscire. Per quanto riguarda l’età giovanile è un problema molto serio: conosco persone che hanno sviluppato, senza sintomi, una polmonite scoperta solamente grazie a una tac. Questi soggetti sono davvero a rischio perché potrebbero incorrere in una forma molto grave di Covid”.

Se dovesse fare per forza un pronostico quando ne usciremo?

“Se verrà raggiunta l’immunità di gregge anche nel corso del 2021 ma le variabili sono numerose, molto dipenderà dal reperimento dei vaccini. In alternativa ci sono gli anticorpi monoclonali di cui, finalmente, si comincia a parlare e rappresentano una vera e propria terapia. A quel punto anche il vaccino potrebbe non servire più”.

Gli anticorpi monoclonali sono veri e propri medicinali capaci di offrire una protezione immunitaria temporanea in particolare in quei contesti dove più è elevato il rischio di contagio, pensiamo alle case di riposo dove ci sono già pazienti positivi. Non si tratta necessariamente di una alternativa ai vaccini ma potrebbero essere uno strumento prezioso per proteggere queste fragili comunità quando si è già verificato un focolaio e gli ospiti non sono ancora stati vaccinati, oppure quando il vaccino non ha avuto tempo di agire. Utilizzati in una fase precoce della malattia riducono il rischio di mortalità e il ricovero ospedaliero. Con la carenza di dosi di vaccino disponibili di cui si parla tanto in queste settimane il tema degli anticorpi monoclonali accennato dal dottor Cimino è tornato prepotentemente alla ribalta. “Farmaci di questo tipo – come ha spiegato sulla rivista Focus il genetista Giuseppe Novelli – potrebbero rappresentare una risorsa immediata, anche per i pazienti immunodepressi che faticano a sviluppare una risposta immunitaria o non possono essere vaccinati”.