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Colletorto, svelato il mistero sul Tempio del Rota

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di Luigi Pizzuto

 

COLLETORTO. Sul complesso monastico, con tanto di giardino, chiostro e scalinata scenografica, svetta, austera, in tutto il  suo candore, la Chiesa di Sant’Alfonso dei Liguori. Senz’altro da annoverare  tra le più belle del barocco molisano. Nell’insieme sobria e armoniosa, piena di luce e di opere sacre non slegate dalla civiltà tratturale. Su questo spaccato di architettura napoletana le scoperte non finiscono mai.

La rinascita di questo luogo vivace si deve al Marchese di Colletorto Bartolomeo Rota, patrizio di origine cremonese. Mecenate, uomo piissimo, banchiere e ricco mercante, come raccontano le cronache dell’epoca, sposa il 18 febbraio 1703, nella Chiesa di Sant’Anna a Palazzo, la bella Emanuela, figlia del noto pittore Luca Giordano. La giovanissima sposa, ultima di dieci figli dell’artista, aveva da poco compiuto diciotto anni. Il Rota di anni ne aveva 35.

Protagonista nella vita degli Antichi Banchi Pubblici Napoletani, ha a che fare, pertanto, con le botteghe e gli artisti più noti che operano nel cuore di Napoli. Respirando, così,  il clima più fecondo dell’arte pittorica partenopea. Stabilisce la sua dimora in Via Toledo. A Torre del Greco, nella “Villa di  San Gennariello”, una delle 121 ville vesuviane, ama riposarsi.

Nel periodo più felice del Settecento napoletano chiama artigiani e maestranze da Napoli, come afferma il Tria,  per costruire a Colletorto la “sua chiesa”.  Così come oggi la vediamo. Sostiene il monastero, pagando di tasca propria, senza limiti, ogni spesa fino ai più  piccoli dettagli. Riempie il contesto religioso di opere d’arte. Alla parrocchiale dona la magnifica  statua lignea del Battista, opera di Giacomo Colombo.

Dalla capitale del Regno di Napoli giunge l’altare in marmi policromi, di pregevole fattura. Si preoccupa persino dell’arredo ecclesiastico. Senz’altro alla sua magnanimità si deve il cosiddetto “Paliotto di Colletorto”, ricamato in seta e in oro, oltre quattro metri e mezzo di lunghezza,  conservato nel museo  di Giarre, capitale dell’artigianato della pietra lavica siciliana.

Nel complesso monastico di Colletorto  brillano i suoi stemmi e simboli nobiliari accanto a quelli francescani di fabbrica antica. In marmo, in legno, in gesso a tutto campo sull’altare maggiore. E affrescati nel refettorio dei frati. In quest’ultimo luogo, per il  pessimo stato di degrado e l’incuria degli uomini,  rischia di sparire per sempre il ciclo degli affreschi  firmato da Pietro Brunetti di Oratino datato 1737.

Alla vena sensibilissima del Rota si deve questo patrimonio d’arte di valore in una piccola realtà molisana. Ma ciò che colpisce il visitatore più attento è un’iscrizione latina circolare, sul rosone,  collocata sul secondo ingresso laterale alla facciata della chiesa. Qui si ricorda l’antica consacrazione della Chiesa a Santa Maria del Carmine. Qui c’è l’imprimatur di Bartolomeo Rota e la sua devozione per il Poverello di Assisi.

Tra un ventaglio di sussurri profondi, intrisi di spirito attivo, vibrano non poche emozioni. L’antica epigrafe svela, sorprende, incuriosisce. Sul rosone è scolpita la scritta seguente: BAR(tholomeus) ROTA MAR(chio) A(l)T(e)RAM ED(ificii) IAN(uam) MOTUS DEVO(tione) ERGA S(anctum) FRAN(ciscum) (g)AU(denter) F(ecit) F(acere) AN(no) D(omini) 1712 + Il contenuto della traduzione è questo: “Bartolomeo Rota, marchese, una seconda porta dell’edificio, spinto dalla devozione per San Francesco, con gioia, fece fare nell’anno del Signore 1712+”.

Da una lettura più attenta, l’apertura circolare, dunque, nel rapporto tra chiesa, comunità monastica e potere civile, svela un’esperienza storica, decisamente singolare, che guarda lontano.  Alla base del portale principale della chiesa  spicca il monogramma apotropaico Cristico (JHS) dedicato a Jesus Hominum Salvator  e quello dedicato alla Vergine Maria (MV). L’ingresso secondario, invece, richiama al diritto – che aveva il Marchese – di entrarvi in qualsiasi ora. Come viene sancito  da una bolla risalente al secondo decennio del Settecento.  Sul pinnacolo della facciata viene riportata la data 1745 per indicare la fase finale dei lavori. Come si può notare dalle immagini, il rosone all’interno è scheggiato in più punti a causa del bombardamento aereo che colpì il paese nell’ottobre del 1943. Per la collaborazione si ringraziano gli studiosi Matteo De Girolamo e Ubaldo Spina.

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