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“Cara prof, papà picchia noi e la mamma”, il tema finisce in Procura: arrestato padre-padrone

La Squadra Mobile ha rinchiuso in carcere un trentenne di Campobasso che da 12 anni maltrattava a colpi di botte, minacce e persecuzioni la moglie e i tre figli. La più grande ha raccontato tutto a scuola. Il secondo figlio la settimana scorsa ha chiamato di nascosto il 113 e all'arrivo della polizia è scoppiato a piangere

Dodici lunghi anni di botte, angherie, minacce, persecuzioni. Mai una denuncia da parte di questa mamma spaventata da quel marito aguzzino. Mai un segnale per attirare l’attenzione su quell’inferno che lei e i suoi tre figli erano costretti a vivere tra le mura di casa.

Fino a quando, la più grande dei tre ragazzi, a scuola ha scelto di liberarsi da quelle catene che le stavano soffocando l’esistenza. Che le hanno portato via sorrisi, serenità, gioia e spensieratezza dei suoi anni migliori. “Papà ci picchia sempre. Picchia me, la mia mamma e i miei fratelli, per favore aiutatemi”.

Parole intrise di dolore e paura. Di sofferenza e di orrore.  La docente non ha battuto ciglio e quella “confessione” è finita negli uffici della squadra mobile di Campobasso e subito in quelli della Procura. Quindi le indagini e la necessità di fare presto perché le botte erano all’ordine del giorno. Perché quei tre bambini erano allo stremo. Perché la mamma non sapeva più come proteggere se stessa né loro.

Tant’è che la scorsa settimana quando il padre è fuori casa e la mamma in un momento di disperazione abbandona l’abitazione pensando forse di trovare una via di fuga, uno dei tre figli telefona al 113. E al telefono racconta al poliziotto che i genitori sono andati via, che lui e suoi fratelli hanno paura, che non ce la fanno più.  La pattuglia arriva subito sul posto e quando gli agenti entrano in casa trovano un ragazzino terrorizzato, con gli occhi pieni di lacrime, disperato, in cerca soltanto di un abbraccio che lo rassicurasse e gli restituisse quello che fino a quel momento gli era stato ingiustamente tolto da chi più doveva amarlo.

Da quel momento però le indagini stringono. Gli agenti della squadra mobile scoprono che le violenze vanno avanti dal 2009. Accertano che la donna era stata più volte in ospedale a causa delle botte.

In un’occasione ci era finita per un trauma cranico provocato da una mazza con la quale il marito l’aveva colpita. In un’altra occasione per il naso rotto da un pugno. Botte e soltanto botte per dodici lunghi anni, e mai una denuncia da parte sua. Perché come chissà quante altre donne, aveva paura, tanta. Troppa.

La polizia verifica che anche i figli non sono stati risparmiati da quella violenza. Per loro mai una serata al cinema né la passeggiata con gli amici, mai una partita di pallone né un pomeriggio di shopping. Nulla di quello che fanno tutti i bambini della loro età. Per loro soltanto anni di tormenti, divieti e paure.

Elementi raccontati e relazionati dall’indagine lampo della squadra mobile, rispetto alla quale la Procura ha chiesto e ottenuto dal gip l’arresto di quest’uomo.

Trent’anni, qualche piccolo precedente di polizia per rissa. Con lavori saltuari e un’indole violenta da sempre. Ora è in carcere.

La donna è collocata in una casa rifugio, i tre ragazzi in una casa famiglia e presto si riabbracceranno per una vita migliore.