Nucleare, scelte le 67 aree idonee per il Deposito Radioattivo Nazionale. Il Molise non c’è

Nella notte è stato tolto il segreto - dopo 6 anni - all'elenco dei siti idonei a ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi italiani. Sogin, la società che si occupa dello smantellamento delle vecchie centrali, ha ufficializzato la mappa, nella quale non figura il Molise contrariamente ai timori prospettati negli anni scorsi, quando l'area tra Termoli e Campomarino era stata inserita come possibile candidata al sito di stoccaggio delle scorie del nucleare.

Il Molise non c’è nella mappa delle aree che potranno ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi italiani. Una notizia che fa tirare un grande sospiro di sollievo alla popolazione locale che ha temuto, complici indiscrezioni emerse negli anni passati, che un sito di stoccaggio potesse trovare spazio tra Termoli e Campomarino. La questione, dibattuta a lungo, era stata oggetto di confronti, pubblicazioni, inchieste giornalistiche e interrogazioni presentate in Consiglio Regionale.

Ma ora arrivo un punto, che è anche un chiarimento definitivo con l’individuazione delle aree potenzialmente idonee stabilite nella mappa pubblicata nel cuore della notte tra il 4 e il 5 gennaio 2021, la cosiddetta “Cnapi”, acronimo che sta per Carta delle Aree potenzialmente idonee, appunto.

Alcuni giorni fa i ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente avevano rilasciato il nulla osta alla pubblicazione della mappa, segretata e tenuta sottochiave a lungo nei cassetti della Sogin, la società che si occupa dello smantellamento delle vecchie centrali. La Sogin ha tenuto un consiglio straordinario lo scorso 31 dicembre e ora il segreto è stato tolto e la mappa ufficializzata. Nell’elenco figurano il Piemonte con 8 aree tra le province di Torino e Alessandria (Comuni di Caluso, Mazzè, Rondissone, Carmagnola, Alessandria, Quargento, Bosco Marengo e così via); Toscana-Lazio con 24 aree tra Siena, Grosseto e Viterbo (che comprendono i Comuni di Pienza, Campagnatico, Ischia e Montalto di Castro, Canino, Tuscania, Tarquinia, Vignanello, Gallese, Corchiano); Basilicata-Puglia con 17 aree tra Potenza, Matera, Bari, Taranto (Comuni di Genzano, Irsina, Acerenza, Oppido Lucano, Gravina, Altamura, Matera, Laterza, Bernalda, Montalbano, Montescaglioso. Ci sono poi le Isole: la Sardegna con 14 aree in provincia di Oristano (Siapiccia, Albagiara, Assolo, Usellus, Mogorella, Villa Sant’Antonio) e nel Sud Sardegna (Nuragus, Nurri, Genuri, Setzu, Turri, Pauli Arbarei, Ortacesus, Guasila, Segariu, Villamar, Gergei e altri) e la Sicilia con 4 aree nelle province di Trapani, Palermo, Caltanissetta (Comuni di Trapani, Calatafimi, Segesta, Castellana, Petralia, Butera).

La mappa nei dettagli si può consultare sul sito depositonazionale.it. Dalla pubblicazione avvenuta oggi del 5 gennaio inizia il processo che nel giro di qualche anno porterà alla localizzazione del sito che in un primo momento dovrà contenere 78 mila metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità e poi fino a 17 mila metri cubi ad alta attività, questi ultimi per un massimo di 50 anni (per poi essere sistemati in un deposito geologico di profondità di cui al momento poco si sa). Per il Deposito e il Parco tecnologico è prevista una spesa di 900 milioni di euro, che saranno prelevati dalle componenti della bolletta elettrica pagata dai consumatori.

Secondo il programma l’Italia dovrebbe avviare il deposito di scorie radioattive nucleari entro il 2025.  Al momento il nostro Paese paga per smaltire parte dei nostri rifiuti nucleari in Inghilterra e Francia.

Dieci anni fa, nell’aprile 2010, la questione era tornata prepotentemente alla ribalta a livello locale all’indomani del patto siglato tra Berlusconi e Putin, a proposito del nucleare e dei nuovi cantieri per le centrali atomiche. Termoli figurava infatti tra i dieci siti probabili anche se la cittadina adriatica non era mai stata inserita tra le 4 location candidate a ospitare la prima centrale pilota, cioè Montalto di Castro, Caorso, Trino Vercellese, Borgo Sabotino.

E’ una questione annosa e complessa questa del deposito nazionale, che l’Italia trascina dal 1987, quando dopo l’esito del referendum sono stati chiusi i quattro siti nucleari. Da allora, come ci ha chiesto a più riprese l’Europa, è stato necessario avviare l’istituzione di un deposito nazionale, come già realizzato in altri Paesi Ue, dove ospitare le scorie. Tra questioni politiche e continui rinvii l’elenco delle aree idonee per ospitare il deposito, che deve soddisfare i criteri di Ispra e i requisiti delle linee guida della Iaea  (International Atomic Energy Agency), è rimasto fermo al palo.