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L’acqua nascosta nel cibo

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    di Angelo Sanzò, Presidente Comitato Scientifico Legambiente Molise

     

    Quando si legge del consumo pro capite di acqua, il riferimento tendenziale è al solo quantitativo espresso in litri/giorno, quasi mai si pensa alla maggioritaria frazione di quella utilizzata per produrre cibo, beni e servizi per la quotidianità della nostra esistenza. Eppure è questa la parte più corposa che incide sul volume complessivo della risorsa integralmente consumata. Di conseguenza, è di agevole comprensione dare il giusto peso e l’adeguata importanza ai tanti diversi fattori responsabili della sua sicurezza, tanto in quantità che in qualità.

    Con l’aumento della popolazione e in conseguenza dal cambiamento climatico, per non dire del potenziale incremento dei consumi, dovuti ad un’auspicabile progressiva crescita economica di sempre più larghe fasce di popolazione, le richieste di questo insostituibile bene, negli anni a venire, non potranno che tendere ad un progressivo aumento. Realtà, inevitabilmente, condizionate, sia dalla presenza, globale e regionale, di tale prezioso patrimonio, che dalla sua reale, geografica ed economica, asimmetria distributiva.

    A tali questioni, si aggiunge, spesso, la non facile accessibilità fisica e ancor più di frequente, le limitate risorse economiche, delle popolazioni interessate, che ne impediscono il regolare trasporto e una proficua utilizzazione.

    Le scorte più consistenti, relegate in larga parte nei fiumi, nei laghi e nelle riserve custodite nel sottosuolo, sono in prevalenza destinate ai bisogni industriali, domestici e all’insieme dei servizi, pubblici e privati, e soprattutto all’agricoltura.

    Emblematica è, al riguardo, la scarsa o nulla considerazione rivolta all’incontrovertibile dato di fatto che la più cospicua parte dell’acqua consumata, a livello mondiale, è contenuta nei cibi che mangiamo.

    È, perciò, largamente prevedibile e scontato che, in non poche occasioni, tramite il cibo, possa verificarsi un trasferimento, in deficit occulto, di acqua, di diversa natura e provenienza, da aree particolarmente povere a quelle in cui la risorsa è abbondante e di qualità.

    Al riguardo, il palese trasferimento idrico, tra il nord e il sud del mondo, se non altro per i tanti frutti tropicali che guarniscono i nostri quotidiani deschi, fa il paio con quella tipica del nostro Paese, dove rilevanti quantità di prodotti agricoli, coltivati nelle zone più aride, coincidenti con il Sud e le isole, alcune addirittura a rischio desertificazione, sono tradizionalmente diretti verso i mercati del nord Italia, dove le disponibilità idriche sono in genere più diffuse ed abbondanti. Per la nostra regione e i territori a noi più prossimi, in particolare, è significante riferirsi al confronto tra il medio-alto Molise e le aree a ridosso della fascia costiera e/o del Tavoliere della confinante Puglia.

    Paradossalmente, nel nostro Paese, è proprio questo modello di aree, quello maggiormente sottoposto al massimo sfruttamento delle falde acquifere, anche e in special modo, per la produzione del grano duro, quello alla base della qualità della tanto rinomata pasta italiana, apprezzata in tutto il mondo.

    Da qui la considerazione che il problema acqua non può continuare ad essere una questione interna al singolo bacino idrografico, né circoscritta ai confini amministrativi o a quelli delimitanti Paesi diversi. La sua gestione non può che essere intesa quale problema planetario e non puramente locale, valutando, altresì, che i quantitativi di prodotti agroalimentari scambiati permettono di determinare sia la tendenza agro produttiva che quella commerciale dei diversi Paesi e Continenti coinvolti.

    È, perciò, chiaro che per la governance dell’acqua nel suo complesso, come la produzione, la difesa del suolo e quant’altro intimamente legato alla varietà eco sistemica, interconnessa, altresì, ai cambiamenti climatici, è importante, non solo comprendere i relativi fenomeni in evoluzione, ma anche saperli correttamente interpretare. La mancata presa d’atto non può che essere foriera di sperequazioni, su scala globale e locale, qualitative e quantitative, in futuro sempre più difficilmente controllabili, del fondamentale patrimonio naturale disponibile.

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