La pandemia come “drago”, una città come madre: risorgere insieme contro la minaccia del virus

In questi mesi minati dal Covid-19 e lacerati dalle morti, la consapevolezza di essere parte di una stessa comunità e di una stessa storia può rinvigorire lo spirito necessario a contrastare voragini interiori e sociali

Le strade lucide, l’odore delle sera. Un cuore di gelo, sulla polvere bagnata dell’asfalto graffiato. Campobasso, un nome inciso col sangue; un segreto intimo, un amore ruggente. Una sacra prigionia per chi è rimasto; un bacio affidato al vento, per chi la vita ha portato lontano. Identità, patria, dolore che vive. Una leggenda sussurrata su marciapiedi antichi, in mezzo a parole non importanti, mentre crepuscoli d’ocra scuriscono i contorni delle cose.

Campobasso eterna, Campobasso martire brillante: nella fossa di terremoti e pandemie; come un esercito capeggiato da Santi, fuori dalle battaglie del fato con il ghigno dei vittoriosi.

Piange, oggi, questa città. Piange lacrime di madre per i figli perduti sotto la scure di un nemico invisibile: un elenco lungo, sofferto, macchiato da paure nemmeno troppo latenti e scivolose incertezze.

C’è tanto, purtroppo, anche di questa città tra quei duecentotrentanove nomi; duecentotrentanove preghiere celebrate dalla nostra regione.

I cluster, le zone rosse, i contagi a catena, i ricoveri e le corse contro il tempo, i reparti pieni, i focolai attivi. Famiglie intere lacerate da uno strazio comune, da fulminee implosioni di smarrimento; da assenze lancinanti, da drammi quasi inconcepibili. Che sembrano riposare, adesso, sotto la coltre nevosa di questi giorni.

Non riposano, invece, i numeri. La scia del dato nazionale, il riverbero delle percentuali locali. Le ordinanze, le saracinesche aperte a intermittenza, il lumicino della speranza troppo spesso perso di vista. Incubi e amarezze comuni, spauracchi combattuti – pur sempre insieme – nel grembo di questa città. Perché siamo in qualche modo colpiti interiormente, tutti, da questo spettro così abile a serpeggiare sinuosamente come in chiaroscuro tra siepi e colonne della nostra quotidianità. Una quotidianità che non è più la stessa ormai da un po’, ma che dipana sempre e comunque le proprie dinamiche in un “nido” comune. Qui, dentro queste “mura”, dentro questi sacri confini.

Campobasso eterna, Campobasso: fortezza mistica, custodia del fuoco.

Luogo dell’anima, altare di ricordi, collezione di attimi. Primo e ultimo amore; la culla più tenera cui avrei potuto ambire, la lapide che voglio meritare. Un patto con l’innocenza perduta, una cura per ataviche melanconie. I racconti di mio nonno, i segni del tempo sulle sue mani sante. Campobasso: alleanza dinastica, stirpe, consacrazione ideale.

Campobasso, dea. Campobasso: mistero e liturgia d’appartenenza. Campobasso, eterna.

Come fosse un campo di battaglia, come fossimo dinanzi al più atroce dei draghi… Fidiamoci dell’esercito che siamo, serrando i ranghi, riconoscendo nei nostri tratti la filiale devozione ad una unica madre. E vedremo di nuovo il Santo cavalcare il suo destriero d’oro, brandendo la lancia di Dio sopra il cranio della “bestia” esanime.

Questa è la nostra terra, che soffre con noi. Questa è la nostra insegna. E sotto quest’insegna vinceremo.