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Faisal, morto a 36 anni perché non è stato soccorso. “Il 118 non è andato e la guardia medica non lo ha nemmeno visitato”

Il racconto di Pina, amica della famiglia che ha disperatamente cercato aiuto per il giovane pachistano di passaggio in Molise, conferma il rimpallo fra soccorsi sanitari, raccontata da Primonumero.it nell’articolo di ieri. L’inerzia che si è protratta per ore si è rivelata fatale. Ora la salma del 36enne deve essere rimpatriata ed è stata lanciata una colletta perché i familiari di Faisal, che ha 3 bambini piccoli, sono molto poveri. Ecco come fare per una donazione.

Un invisibile, Shafqat Faisal. Invisibile durante la sua vita in Italia da rifugiato politico, fra sacrifici e difficoltà a sbarcare il lunario, mandando ogni centesimo duramente guadagnato a casa, in Pakistan. Invisibile anche da moribondo, quando una crisi respiratoria grave avrebbe richiesto il trasporto immediato in ospedale, l’unico luogo possibile per salvarlo da una morte precoce e terribile a 36 anni. Ma Faisal è stato invisibile per l’assistenza sanitaria molisana.

Adesso che è morto, e che la sua storia è stata raccontata da Primonumero.it (e ripresa dalla Rai, sensibile al tema degli ultimi) Faisal è uscito fuori dalla sua invisibilità. Troppo tardi per aiutarlo, ma ancora in tempo per aiutare la sua famiglia per la quale rappresentava l’unica possibilità di speranza e sopravvivenza.

Si sente male, ma il 118 non può andare a prenderlo. Il giorno dopo muore. La storia di Faisal, 36 anni

In Pakistan ci sono una madre gravemente malata, una moglie che ora è vedova e tre bambini 10, 7 e 6 anni che non hanno più un padre che si preoccupi per loro. Gli zii che vivono a Portocannone dopo essere stati ospiti dello Sprar locale (che oggi non c’è più) non possono sostenere i costi per il rimpatrio della salma, che graverà sul Comune di Portocannone (che peraltro è un Comune in default). La famiglia di Faisal è povera e poiché in Pakistan vige l’usanza di accogliere e nutrire nella casa del defunto i parenti fino alla celebrazione del funerale, è facile immaginare quanto possa risultare pesante, anche dal punto di vista economico, la situazione.

“E’ insostenibile, e anche per questa ragione non verranno fatte denunce alla magistratura. Questo avvierebbe un iter giudiziario lungo, richiederebbe l’autopsia e ritarderebbe i tempi del rimpatrio della salma. Nessuno può permetterselo, al momento”.

A parlare è Pina Di Ludovico, ex operatrice dello Spar di Portocannone che conosce benissimo la famiglia di Shafqat Faisal e alla quale la zia del 36enne si è rivolta, nell’immediatezza dell’emergenza, per avere aiuto.

Ci racconta cosa è accaduto?

“Venerdì scorso, alla 9 di sera, mi ha chiamato la zia di Faisal, che conosco bene, pregandomi di darle una mano perché il nipote, ospite da loro in via Garibaldi a Portocannone, si sentiva male. Mi ha riferito che aveva un forte mal di stomaco e vomitava, e anche che era asmatico e prendeva alcuni farmaci. Ho pensato a un crisi respiratoria ma non sono un medico e ho subito chiamato il 118”

Ha fatto il numero dell’emergenza, il 118 appunto?

“Sì. Ho spiegato all’operatore che c’era una persona che stava male, era grave”.

Cosa le ha risposto?

“Mi ha fatto una marea di domande, poi mi ha detto che voleva parlare con la famiglia direttamente. A quel punto lo zio di Faisal, che conosce bene l’italiano ed è in grado di farsi capire, ha chiamato il 118 e ha spiegato per filo e per segno la situazione. Il 118 a quel punto gli ha suggerito di chiamare la Guardia Medica, perché loro non potevano venire”.

E così hanno fatto?

“Sì, ma la Guardia Medica, chiamata più volte anche da me, non ha mai risposto. Così siamo andati a Campomarino, dove c’è l’ambulatorio del medico di guardia che serve anche il Comune di Portocannone. Ma il medico di guardia non li ha proprio fatti avvicinare, li ha bloccati dicendo che dovevano subito tornare a casa e chiamare il 118”.

Un rimpallo di doveri, di responsabilità?

“Non so che pensare, a questo punto. Alle 2 di notte Faisal è peggiorato, si è sentito ancora peggio, faticava a respirare. Abbiamo richiamato il 118 il quale ha a sua volta chiamato la guardia medica da Campomarino. Il medico è arrivato dopo un po’ ma non lo ha neanche visitato. La famiglia gli ha spiegato che stava male e lui gli ha fatto una iniezione contro il vomito. Gli è stato spiegato che soffriva di asma, è andato via consigliando di chiamare il 118 se Faisal fosse ulteriormente peggiorato”.

La mattina successiva, dopo qualche ora di riposo, Faisal sembrava stare meglio. Invece, dopo essersi alzato, è caduto in una sorta di incoscienza.

“Erano le 9 del mattino – racconta ancora Pina Di Ludovico – e la zia mi ha telefonato. Sono stata io a chiamare l’ambulanza e anche la guardia medica, spiegando che la situazione era gravissima. Alle 10 e 38 è arrivata l’ambulanza da Larino, quasi in contemporanea con la dottoressa di turno a Campomarino quel giorno”.

Non c‘è stato nulla da fare, però

“Faisal aveva ripreso a respirare secondo quanto mi raccontava al telefono in quegli istanti il cugino. Il 118 ha detto che praticamente era già morto, che era stato fatto il possibile per rianimarlo”.

Sul referto c’è scritto semplicemente arresto cardio-circolatorio e nessuno sa bene cosa sia accaduto. Quel venerdì mattina Faisal era andato in campagna a lavorare, stava bene, come sempre. Poi l’ attacco asmatico acuto, che evidentemente gli ha compromesso il cuore. Aveva lasciato Vercelli il mercoledì perché in quella provincia c’è una brutta situazione dovuta al Covid e lui non stava lavorando.  “Era molto preoccupato per la sua famiglia, per i suoi tre figli piccolini, per la mamma che non stava bene. Aveva deciso di venire in Molise per fare qualche giorno in campagna e guadagnare qualcosa da mandare alla famiglia”.

Pina, crede che se lo avessero portato in ospedale si sarebbe salvato?

“Il dubbio ce l’ho. Come lei che mi sta facendo questa domanda, come tutti. Ma è una domanda che resta aperta, nessuno ha la risposta”.

Potrebbe avercela, dopo le opportune indagini, la magistratura, che dovrebbe procedere con una inchiesta d’ufficio perché la famiglia non presenterà una denuncia di parte.

Intanto il Sindacato Operai Autorganizzati chiede che sia fatta luce sul mancato intervento sanitario di emergenza a Portocannone. “Faisal ora è senza vita. Il Comune di Portocannone si è interessato della questione, il nostro paese si è distinto per l’accoglienza e la solidarietà da sempre. Ma ora chiediamo la verità, perché è stato chiesto aiuto alla sanità pubblica ma è stata trovata la porta chiusa” scrive Andrea Di Paolo, che ha organizzato una colletta allargata quante più persone possibile per dare una mano alla famiglia di Faisal. Si può contattare via WhatsApp il numero 331 42 32 450 per avere in privato un numero di conto corrente sul quale versare denaro, piccole somme che messe insieme possano riscattare la vergogna di non aver saputo aiutare questo ragazzo di 36 anni che lavorava per sfamare la madre, la moglie e tre bambini.