“Oggi non esci”. “Mettiti un’altra maglia”. Dai soprusi alle botte, il centro antiviolenza è una mano tesa alle donne

La psicologa Sara Fauzia del Centro antiviolenza di Termoli invita le donne a farsi avanti. "Sappiano che ci sono persone pronte ad aiutarle e tante ce l'hanno già fatta a uscire da una situazione difficile". Nella giornata mondiale per l'eliminazione della violenza di genere, la professionista termolese invita a fare attenzione: "Il nostro territorio deve ancora imparare a riconoscere i soprusi"

Quest’anno non ci saranno manifestazioni di piazza, nessun convegno a cui partecipare, a parte quelli on line. Ma la piaga della violenza sulle donne resta tale e quale, se non peggio. Il 25 novembre 2020, data in cui si celebra la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere, sarà un po’ diverso rispetto al solito per via delle restrizioni dovute all’epidemia da Covid-19.

Una mano tesa verso le vittime però c’è sempre. A Termoli, il Centro antiviolenza attivato poco più di due anni fa continua a essere presente nonostante la scarsa attenzione della politica locale e la riduzione dell’orario delle professioniste che ci lavorano. E più in generale, di un clima in cui sembra più importante apparire davanti all’opinione pubblica che non affrontare e risolvere un problema così radicato.

Eppure uno spiraglio si vede. “Il Centro antiviolenza comincia a essere conosciuto – rivela Sara Fauzia, psicologa del CAv, acronimo della struttura messa in piedi fra mille difficoltà nel settembre 2018 -. Gli accessi spontanei al Centro sono molto cresciuti. Prima invece le vittime arrivavano soprattutto grazie alla rete”.

sara fauzia psicologa

Per rete la psicologa termolese intende “la Caritas, le associazioni di volontariato come il Sae 112, La città invisibile, On the road. La rete è fondamentale per due motivi: per l’accesso, perché quello della violenza è un mondo molto sommerso. Magari la donna si rivolge all’associazione per un problema completamente diverso e poi viene fuori una storia di violenza. E poi per integrare il percorso che una donna fa e nel quale può aver bisogno di sostegno anche economico, per esempio. Con un percorso integrato si lavora meglio per la fuoriuscita dalla situazione di violenza”.

Di recente poi “siamo stati contattate dalle infermiere del Pronto Soccorso, che spesso raccolgono testimonianze di aggressioni. Tramite loro tante donne potranno ora conoscere il Centro”.

La dottoressa Fauzia chiarisce che “le vittime possono contattarci anche solo per parlare, raccontare la loro storia e basta. È importante sapere che noi non possiamo avviare alcuna denuncia. Sono loro a decidere se intraprendere un percorso”.

E molte l’hanno fatto. Dall’apertura a oggi sono state 61 le donne che si sono rivolte al CAv, 18 di queste soltanto nel 2020. Il 64% è riuscito a completare l’intero percorso di fuoriuscita dalla situazione violenta, mentre solamente il 6,7% l’ha interrotto.

Fra coloro che si rivolgono al Centro Antiviolenza di Termoli gestito dalla cooperativa Be Free Molise, la fascia d’età media va dai 35 ai 45 anni e il 76% delle vittime è italiano. Al contrario di quanto si pensa, in una relazione mista (in cui uno dei due partner è straniero) sono molto più numerosi i casi in cui il maltrattante è italiano e la vittima straniera.

Altissima la percentuale di donne disoccupate fra quelle che hanno chiesto sostegno al CAv: ben una su due, mentre nel 22% dei casi il violento risultava non avere un lavoro. Come si può immaginare, le violenze avvengono quasi sempre fra le mura domestiche, come conferma il 91% dei casi in cui le donne subivano violenze da mariti, fidanzati o conviventi. Nei casi più gravi, per loro viene attivato un ‘Rifugio sicuro‘ in località segreta, per proteggerle da eventuali ritorsioni.

Sara Fauzia centro antiviolenza

“È fondamentale che le donne sappiano che noi ci siamo e che ci sono tantissimi esempi di persone che ce l’hanno fatta a uscirne” testimonia Sara Fauzia. Sia lei che la collega Desirée Mancinone e la consulente legale Tina De Michele, fanno i salti mortali nonostante un impegno che inizialmente era stato parametrato sulle 30 ore settimanali e che poi, per decisione della cooperativa, è stato ridotto ad appena 11 ore settimanali, nonostante i fondi nazionali siano sempre gli stessi e il territorio da coprire comprende qualcosa come 32 paesi facenti parte dell’Ambito sociale di Termoli e quello di Larino.

In sostanza da Campomarino a Provvidenti, da San Martino in Pensilis a Casacalenda. “Ma se le vittime o le forze dell’ordine ci chiamano, non rispondiamo di certo che il nostro orario è terminato. Siamo disponibili H24”.

Così è stato anche durante il periodo della serrata generale. “Quando è scattato il lockdown abbiamo garantito assistenza da casa. Non è stato facile per le vittime: alcune potevano chiamarci solo a orari impossibili, altre spesso dovevano chiudere la conversazione all’improvviso. Adesso abbiamo ripreso l’assistenza da remoto, anche perché molte ce lo chiedono”.

Il rammarico è invece quello di aver dovuto eliminare del tutto quello che è “il vero lavoro che il Centro dovrebbe fare, cioè quello di sensibilizzazione. Ad esempio gli incontri nelle scuole sono stati tagliati”.

Ma è proprio facendo capire quanta violenza di genere può esserci in gesti apparentemente normali che si cambiano davvero le cose. In frasi come “tu non parli se non te lo dico io” oppure “quella maglietta è troppo scollata, copriti” c’è molta più violenza di quanto si possa immaginare.

Secondo la psicologa infatti “la violenza fisica è molto più condannata di un tempo a livello teorico. Gli altri tipi di violenza invece sono poco riconosciuti. Mi viene in mente un caso concreto avvenuto a Campobasso, quello del manifesto di un autolavaggio che pubblicizzava l’attività con delle donne seminude. Lì si è persa una grande occasione per fare la differenza, perché il manifesto è stato condannato solo sul piano della morale, del decoro. Nessuno ha invece osservato come fosse una vera violenza di genere. È un po’ come quando si condannava lo stupro perché era contro la morale e non perché fosse una violenza contro la persona”.

La cronaca di tutti i giorni ci offre spunti che passano inosservati o vengono letti in maniera distorta. “L’attenzione dei mass media sul fenomeno è aumentata ma spesso in maniera sbagliata. Giorni fa si è parlato del video della maestra d’asilo che faceva sesso e per il quale è stata licenziata. Ho letto un articolo incentrato sul fatto che l’ex ragazzo, poverino, fosse pentito di aver commesso un errore. Un altro sottolineava l’aspetto legale della vicenda. Un altro ancora focalizzava l’attenzione sullo stereotipo di genere della donna legata al sesso come mero aspetto pornografico. Le ripercussioni sulla vita di questa persona, completamente rovinata dal punto di vista psicologico, sociale e lavorativo, erano totalmente taciute”.

Il lavoro da fare si può dire solo agli inizi per quanto riguarda la comprensione del fenomeno. “Occorre far comprendere a una donna quando i comportamenti del compagno diventano maltrattamenti, farli vedere sotto una luce diversa perché inizialmente sembrano normali. Solo allora capisci che devi sganciarti da quelle situazioni. Il territorio un po’ alla volta deve cambiare”.

 

Questi i contatti del Centro Antiviolenza di Termoli

Via Molinello, 1 (Locali consultorio), apertura lunedì-venerdì dalle 10 alle 12

Telefono: 327 8296705

Email: befreemolise.termoli@gmail.com