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Nonna Antonietta, morta col Covid. “Chiamava dall’ospedale di notte, urlando che non voleva finire in un sacco”

La solitudine è il lato più straziante della malattia, non solo per chi se ne va ma anche per chi resta, spesso angosciato dal senso di colpa di non aver fatto il possibile. Ospedali sovraffollati, lo spettro di lenzuola impregnate di candeggina e sudari di cellophane. Marika trova la forza di raccontare come ha perso nonna Antonietta. Lei ha 31 anni e conosce già il dolore della separazione. “Ho perso una sorella, ma nulla è paragonabile a questo modo di morire, che ti devasta in profondità. Se potessi tornare indietro non porterei nonna in ospedale, dove si sono concretizzati i suoi incubi peggiori”. Gli anziani, i nostri vecchi custodi della memoria, stanno morendo così.

Un lenzuolo bianco, impregnato di candeggina, come un sudario. S trati di cellophane sul corpo, smagrito dalla malattia e prosciugato dal panico che la lunga permanenza in un letto d’ospedale instilla come una flebo invisibile. Un sacco nero sigilla la procedura. Solo dopo arriva la bara, l’imbottitura puntellata attorno al legno, la pietà di una croce dorata. Visti da fuori i morti di Covid sembrano morti come tutti gli altri, ma i loro parenti sanno. Glielo hanno detto gli addetti delle onoranze funebri, i medici, gli infermieri dell’obitorio. Lo sanno e chi non lo sa vuole saperlo, implora di saperlo: la verità è una urgenza anche quando sarebbe meglio la consolazione di una omissione, se non proprio di una menzogna.

Marika, nipote di Antonietta spirata al Cardarelli nel reparto di malattie infettive, conosceva il protocollo funebre riservato ai decessi Covid anche prima del lutto. “Nonna Antonietta stessa me lo aveva raccontato, apprendendolo dalle trasmissioni tv che guardava ininterrottamente. Era informatissima, seguiva un sacco di programmi, e durante la prima ondata, quando la sfilata lugubre e desolante delle bare di Bergamo ci sembrava così distante, così impossibile, era stata proprio nonna a dirmelo. Mi ripeteva “Io non voglio finire in un sacco, tutto ma non il sacco, ricordatevelo”.

Preghiere che non sono state ascoltate. Richieste che non sono state esaudite: nessuno avrebbe potuto farlo. Ora il dolore si fonde col senso di colpa. “Ti rendi conto? Io mi sento in colpa, non posso farne a meno. Nonna è stata messa in quel sacco che lei temeva, del quale aveva orrore, e io non mi do pace. Come non riesco a darmi pace per la mancanza di un funerale”.

Perché non c’è stato nessun funerale?

“Non lo so, so che ad altri lo hanno fatto. Qui a Petacciato, dove abitiamo, all’agenzia funebre ci hanno detto che non era possibile. A  casa siamo tutti in isolamento, mio padre è positivo. Ma io ci sarei andata lo stesso al funerale, anche se da quando è iniziato questo incubo del Covid, ormai settimane e settimane, non ho messo il naso fuori casa. Nonna ci teneva al funerale così tanto, era molto credente, il suo se lo era anche preparato”.

Te ne aveva parlato?

“A me, come a tutti i parenti. Gli abiti e le scarpe scelti, accuratamente selezionati, lavati, stirati e conservati nell’armadio, sono ancora lì, nella camera da letto dove credeva e sperava di poter terminare i suoi giorni. Aveva messo da parte i soldi necessari, aveva organizzato tutto. Mia nonna era una donna energica, decisa, indipendente. Non è giusto che sia finito tutto così, in un ospedale dove non si sentiva accudita e dove non stato fatto il possibile. Io non ce l’ho coi medici, so che fanno il possibile, non voglio accusare nessuno, ma io credo a mia nonna”.

Cosa è successo?

“Una storia simile a quella che hai già raccontato a proposito del signor Michele Mancini di Riccia. Se possibile, ancora più atroce. Chiamava dall’ospedale di notte, urlando disperata, implorandoci di andarla a prendere perché voleva lavarsi, voleva prendere le sue medicine, perché aveva freddo, perché nessuno l’assisteva”.

Nonna Antonietta vittima covid

Tu cosa hai pensato in quei momenti?

“Io, come mia madre, inizialmente ho pensato che nonna avesse perso la testa, anche se non era da lei. Aveva 86 anni e sì, diverse patologie e anche problemi cardiaci. Sette anni fa ha subito un intervento a cuore aperto e i medici erano convinti che non ce l’avrebbe fatta, invece è uscita e una settimana dopo abbiamo festeggiato tutti al ristorante. Nonna era forte ma dopo il primo giorno trascorso in ospedale, quel maledetto giovedì 12 novembre, ha cominciato a chiamare la notte piangendo e urlando”.

Cosa diceva?

“Che era sola, che era sporca e aveva bisogno di un bagno, che aveva sete, che nessuno le aveva portato le medicine, che dovevamo chiamare i Carabinieri. Dalla mia stanza da letto sentivo la sua voce al telefono in sala mentre parlava con mamma, che provava a convincerla in tutti i modi a resistere, a calmarsi. All’inizio pensavamo che fosse una manifestazione di spaesamento e paura, poi però siamo entrati in contatto con diversi altri familiari di vittime covid con i quali si sta pensando di costituire un Comitato, e mi sono resa conto che sono tutte storie comuni fra chi è morto in ospedale”.

I medici del Cardarelli vi aggiornavano?

“Sì, chiamavano una volta al giorno tranne sabato 14, il giorno che nonna è morta. I dottori dicevano che nonna non collaborava, che continuava a opporsi e che loro non potevano fare più niente. L’ultima notte, quella tra sabato e domenica, è stata terribile. Nonna si era offesa con noi, ci chiamava traditori perché non eravamo andati a riprenderla per riportarla a casa. Per diverse ore si è rifiutata di rispondere al telefono. Poi, alle 4 e mezza di notte, è arrivata la telefonata dall’ospedale”.

La comunicazione del decesso?

“Quella. Un’infermiera ci ha avvertito che nonna era morta, chiedendoci di contattare l’obitorio. E’ stato un momento che non dimenticherò mai: io, mamma e papà in salotto, sconvolti e distanti, senza nemmeno la consolazione di un abbraccio per paura di contagiarci a vicenda visto che mio padre è positivo. Io vedevo mamma con il telefono in mano, aveva appena saputo che sua madre era morta e non potevo stringerla, non potevo starle vicino fisicamente. Conosco il dolore del distacco, ho perso una sorella e posso perfino fare un raffronto. Ma credimi, questa è una situazione diversa, se vuoi perfino peggiore perché ti resta dentro il vuoto, la rabbia, la solitudine. Non ho nemmeno potuto salutare nonna al cimitero e no, non avrei mai immaginato di dover vivere un momento del genere”.

Sei riuscita a capire perché nonna Antonietta è morta? Come è accaduto?

“La mattina successiva ha chiamato un medico per dirci che nonna si era strappata i capelli nel tentativo di togliersi la maschera… hai idea di cosa significhi pensare a un tuo caro che muore così? Proprio nonna, che meritava di finire i suoi giorni in pace dopo una vita piena di fatica, sacrifici e altruismo. Io non riesco davvero a darmi pace ma sono anche molto lucida e posso dirti che nulla ha funzionato, dal momento del contagio fino al tracciamento e al ricovero in ospedale”.

Nonna Antonietta vittima covid

Come ha contratto il virus?

“Non lo so. Il 31 ottobre ha avuto contatti con mia zia che probabilmente era positiva perché in seguito abbiamo scoperto che suo figlio era positivo. Ma di certezze non ce ne sono, i tamponi non sono stati fatti. Zia ha avuto la febbre a fine ottobre ma il medico di famiglia, senza visitarla nemmeno, ha detto che era una banale influenza”.

Quando è stato fatto il tampone a tua nonna?

“L’11 novembre, all’ospedale di Termoli. Da giorni sembrava spaesata, stanca, ma lo abbiamo attribuito al fatto che il 1° novembre era caduta in casa ed era rimasta due ore sul pavimento. Abbiamo pensato che si sentisse spaesata perché le era successo quell’infortunio, che si sentisse mortificata. Ma l’11 novembre abbiamo chiamato il 118 perché l’affanno peggiorava, diceva di aver freddo anche se si moriva di caldo in casa. Le hanno misurato la saturazione e l’hanno portata via. Prima l’antigenico, poi il molecolare hanno confermato quello che la lastra aveva letto: polmonite bilaterale da Covid 19”.

Quando è stata ricoverata al Cardarelli, in malattie Infettive?

“Il giorno dopo, dopo una notte e una mattina con la Cpap. Ha chiamato lei, a ora di pranzo, per dire che la stavano portando a Campobasso. Sembrava molto calma e niente affatto spaventata. Considera che nonna era stata in ospedale molte volte, non aveva sicuramente la paura del ricovero. Poi però è cambiato tutto, per lei e per me”.

Marika ha 31 anni, e la forza di condividere questa esperienza. Di farsi domande, di non rassegnarsi. “Perché non si assumono medici e infermieri, perché i pazienti vengono trascurati? Mi rendo conto che il personale è poco e forse allo stremo, ma perché non si potenzia? C’è qualcosa che non funziona a prescindere. C’è una condanna insana alla solitudine. Noi per esempio – che siamo tutti in isolamento a casa da settimane – non siamo stati contattati da nessuno, nessuno ci ha chiamato, né dalla Asrem né dal Comune, nemmeno per spiegarci se e come dobbiamo fare la raccolta differenziata del materiale sanitario. In questo contesto la paura raddoppia, diventa terrore”.

“Oggi piangiamo nonna morta – conclude Marika – siamo qui increduli, consapevoli che questa non è una isola felice e che la sanità, quel diritto che abbiamo dato per scontato tanto a lungo, fino a pochi mesi fa, è l’unico valore che può fare la differenza in un Paese civile. Oggi, se potessi scegliere un posto in cui vivere, sceglierai un posto in cui c’è una buona sanità. Credo che sia la cosa più importante. Nessuno, ora e qui, può sentirsi al sicuro”.

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