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L’insostenibile leggerezza delle donne

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di Associazione Mai più sole-Non Una di Meno. Termoli

er parlare di donne, nella ricorrenza della  Giornata Internazionale contro la violenza, vorrei tentare di farlo, non usando statistiche e dati, che tanto non sono mai dati di genere perché viviamo in un mondo costruito a misura di maschio, ma  chiedere aiuto alla letteratura e alle scrittrici. A fare questa scelta mi ha convinto un monologo di Lidia Ravera, che scrive sempre libri bellissimi, ma io l’ho scoperta come autrice di “Porci con le ali”, titolo che mi folgorò a prescindere dal contenuto, perché lo ritenni un ossimoro impertinente, mi vedevo un maialino rosa che volava leggero alla stregua di un putto michelangiolesco. Irriverente insomma, ma era il sessantotto!

Lei dice che noi donne siamo fatte della materia di cui è fatta la letteratura, abbiamo per la letteratura un orecchio, un’attrazione, un istinto che gli uomini non hanno mai. Un esempio? Provate a guardare due o tre bambine che giocano, ma anche una che gioca sola. Racconta la vita! La racconta con una bambola o un orsacchiotto o un trenino, non fa differenza, lo sgrida se gioca la parte della madre, oppure impugna una Barbie, la veste e la pettina, se insegue progetti di seduzione. La bambina che gioca distribuisce le parti tra bambole e amichette: io ero, tu eri, io avevo 27 anni e tu tre, no  io ne avevo cento. Le bambine giocano alla vita, i bambini giocano a pallone! Da una parte c’è la narrativa, dall’altra le regole, la prestazione, driblare gli avversari, infilare qualcosa di rotondo in una rete.

Noi, che da bambine abbiamo giocato alla vita, abbiamo sempre raccontato storie per addormentare, per consolare, per rispecchiarci, per divertirci, per scandalizzare. L’abbiamo fatto con leggerezza. La leggerezza di chi possiede un talento naturale e non se ne vanta. Noi sappiamo raccontare senza enfasi, senza predicare il verbo,  senza fare fatica. Del resto siamo pettegole e il pettegolezzo è la forma primitiva di letteratura. Siamo pettegole perché ci appassiona la relazione tra gli umani e della relazione tra gli umani parla la letteratura e della ricerca di una verità possibile, narrabile, e coerente. La letteratura fruga dentro i nostri corpi e sentimenti, svela, contraddice, ingrandisce, minimizza. E’ un lavoro duro ed eccitante, qua e là sanguinoso, ma noi siamo abituate a farlo. Siamo abituate a frugare, a sporcarci le mani dentro il nostro corpo, a cominciare da quando avevamo tre anni e ci incuriosiva quel taglio tra le gambe così più misterioso di quel pisellino con cui i nostri coetanei maschi intrattenevano un rapporto gioioso e nervoso. Non ci spaventa affatto andare a cercare l’invisibile e tanto meno mostrarlo. Mostrare l’invisibile, superare il pudore, lasciarsi travolgere da quella forza misteriosa che spinge i marginali a rischiare. I marginali, i discriminati, i vinti, gli eternamente secondi perché noi, le eternamente seconde, non abbiamo granchè  da perdere e questa è una condizione che rende audaci.

Ci sono secoli di silenzio dietro a noi ed è inebriante aver cominciato a parlare ad alta voce. Se come tutti ormai sanno le donne leggono di più e scrivono di più degli uomini è per questo: alle donne leggere serve, scrivere serve. I dati sono questi, tra i lettori il 70% sono donne. Fra le scrittrici soltanto il 38%. Evidentemente noi valiamo di più come lettrici che come scrittrici. Abbiamo più peso come lettrici, siamo più rilevanti in quanto consumatrici che come scrittrici. Come scrittrici pesiamo poco.

La leggerezza, grazie al nostro talento naturale, ce la fanno pagare condannandoci a una inconsapevole assenza di gravità. Siamo volatili, non riusciamo a radicarci in una tradizione, a mettere radici a installarci da titolari nella lobby delle persone speciali.  Come impiegate, funzionarie, dirigenti d’azienda, costiamo meno. E costare meno vuol dire valere di meno nel mondo mercato nel quale non esiste alternativa sognabile. Ma non sono idee di ora, le aveva già esposte Simon de Beauvoir nel 1949 in un famoso passo: “L’umanità è maschile e l’uomo definisce la donna non in quanto tale ma in relazione a se, non è considerata un essere autonomo. Egli è il soggetto, l’Assoluto: lei è l’Altro”. Non è un atteggiamento volutamente malevolo, è solo la conseguenza di un modo di pensare che esiste da millenni, e che, in un certo senso, è un modo di non pensare.

La parola uomo è usata in modo talmente ambiguo che è impossibile stabilire se si riferisca ai maschi oppure alla specie umana in generale.

Infatti nella poesia di Muriel Rukeyser intitolata Mito, un Edipo ormai vecchio e cieco domanda alla Sfinge: “perchè non riconobbi mia madre? ”Perché, spiega la Sfinge, la risposta all’enigma che ti posi era sbagliata. Quando ti domandai chi fosse colui che camminava con quattro gambe al mattino, con due al pomeriggio e con tre la sera, tu mi rispondesti “l’uomo”. Non parlasti della donna. “Ma la parola uomo comprende anche le donne. Lo sanno tutti” replica Edipo. Lei risponde: “è quello che pensi tu”.

In effetti la Sfinge ha ragione, ed è Edipo a essere in torto. La parola “uomo” non “comprende  le donne” anche se teoricamente tutti sanno che è così. Ecco, questa poesia mi ha fulminato, perché pur conoscendo l’enigma della Sfinge, non avevo mai riflettuto, che  Edipo possa essere  stato penalizzato e punito perché si è fatto guidare dalla logica razionale-maschile non dando senso al sociale antropologico che già in quell’epoca sottintendeva che dire uomo era dire solo maschio.

La Sfinge aveva ben in mente l’ambiguità della parola “uomo” e ha punito la genericità di Edipo che, anche secondo me, dicendo uomo pensava maschio. E Giocasta moglie-madre non fu il premio del disvelato enigma, ma la punizione di Edipo per aver  indicato solo il genere maschile e non la specie umana tutta. E fu la catastrofe. Giocasta, con l’intuito che contraddistingue le donne, intuisce tutto un attimo prima del marito-figlio e si impicca. Edipo poi si acceca con la fibbia del vestito di lei ed errerà vagabondo ed esule.

Voleva forse dire la Sfinge che se vogliamo progettare un mondo che funzioni per tutti e tutte c’è bisogno anche delle donne? Vorrei pensare di sì.

La crisi del Coronavirus oltre che a colpire la salute individuale e collettiva, ha toccato e continuerà a toccare elementi simbolo della vita civile: le città, le scuole, gli spazi di aggregazione, i teatri, i musei. Che cosa fare? Fare comunità! Andando verso ciò che Ulrich Beck ha chiamato una “comunità esistenziale di destino”. Una società civile che riattivando pratiche di mutualismo, inclusione, cooperazione e cura sia in grado di ripensare i fondamenti non più come processi, ma come pratiche iscritte in una comunità che agisce in vista di quei beni che sono la salute, la cultura, l’educazione, l’economia nella sua declinazione civile e che non sono né pubblici nè privati, ma nostri beni comuni. Il settore più colpito è stato quello dei servizi che risulta essere l’ambito di maggior impiego femminile, mal pagato, con forme alte di irregolarità, con diminuzione della qualità de lavoro. Tutto ciò è stato costruito dal mondo degli uomini!

Non si può più negare il costo altissimo che le donne stanno pagando per perdita di lavoro e aumento degli impegni di cura, in questa pandemia. Quando torneremo alla normalità è alla società civile organizzata che verrà chiesto il compito primario di rimettere mano alla rovina del presente e noi donne dobbiamo batterci e dire “Io non ci sto” a riconoscere come civile una società che venga ri-organizzata solo dagli uomini e per gli uomini. “Io non ci sto” dentro la grande resistenza culturale che  ancora non vuole ammettere che le donne non sono una categoria o un soggetto svantaggiato, ma sono la metà del mondo e producono il 42% del PIL. Anche se la Caritas dichiara, in questi giorni, che la nuova povertà, salita dal 40 al 60% ha il volto di una donna giovane con due figli. Sembrano dati esagerati, ma sono veri perché sono stati volutamente disaggregati e distinti dalle informazioni relative agli uomini perché emerga la mancanza di un welfare di genere in cui si costituisca un asse dell’uguaglianza, vero collante che tiene assieme un Paese.

Noi donne dobbiamo impegnare le nostre eccellenti individualità per costruirci una identità collettiva e pretendere fortemente i bilanci di genere con la partecipazione di cittadini e cittadine per portare avanti un’intesa di sviluppo sostenibile. Noi donne dobbiamo acquisire la consapevolezza della dignità del lavoro di cura, riconoscerne la bellezza, perché è l’unico bene che richiede l’esperienza della partecipazione e l’emozione di agire di concerto in uno spazio condiviso, come insegnava Hanna Arendt, ed è quello che non sparirà mai con l’avanzare della tecnologia perché richiede l’alleanza dei corpi e noi donne lo sappiamo fare molto bene. Ora è tempo che si dia valore economico al lavoro di cura che risulta invisibile nei piani economici programmati dagli uomini, ma è quello che sostiene tutto e dobbiamo rivendicare che le costruzioni di infrastrutture sociali siano stabili e stratificate come quelle materiali e tecnologiche. Dobbiamo esigere il rendere le donne libere di poter lavorare senza essere schiacciate dal peso di carichi familiari, liberare le loro energie, dare loro serenità economica che possa metterle in condizione di sottrarsi anche alle violenze domestiche perché autonome mentalmente ed economicamente.

Sarà mai un nuovo mondo possibile?  Noi donne del piccolo circolo Mai Più Sole-Non Una di Meno di Termoli crediamo di si. Sono solo parole? Servono ancora molto le parole e ringraziamo la letteratura e le donne scrittrici qui citate, che ci aiutano a pensare e fare cose nuove, che non conoscevamo ancora, piuttosto che fare meglio quello che già facciamo.

La società civile è già qui con noi donne. E’ tempo di ri-organizzarla.

 

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