Finestre, mascherine e connessione: il gran caos della scuola molisana

La realtà molisana, in particolare nel capoluogo, è una fotografia fatta di tanti frame poco edificanti. Scatti di ritardi, disagi, tensioni e aggiustamenti in corso d’opera che però risultano molto rischiosi in tempi di Covid.

Mascherine prima date direttamente dalla scatola, ora consegnate in pacchi da 30, tutte insieme, finestre spalancate nella stagione che inizia a farsi invernale, rete internet che non regge il carico per la didattica a distanza e allora amen per chi non può frequentare. A nominarle così sembrano, tutte, questioni inevitabili visto il momento, ma è chiaro che non lo sono. Per nulla. Non lo sono, fatti superabili, perché accadono nel mondo della scuola e succedono, nella scuola molisana, durante la più difficile pandemia che la storia moderna ricordi. In trincea ci sono i bambini e con i bambini ogni giorno gli insegnanti, distinti tra maestri delle elementari e professori delle medie. È a loro che la politica nazionale ha voluto concedere il privilegio della didattica in presenza, o meglio l’opportunità di provare ad assicurare il diritto all’istruzione che ogni bambino ha e che fino a 16 anni è considerato anche un obbligo.

Privilegio, certo, ma fino a un certo punto, purtroppo. La realtà molisana, in particolare nel capoluogo, è una fotografia fatta di tanti frame poco edificanti. Scatti di ritardi, disagi, tensioni e aggiustamenti in corso d’opera che però risultano molto rischiosi in tempi di Covid. Se frequentare la scuola è un diritto, ma non una scelta, né per i piccoli alunni, né per le famiglie, tantomeno per i docenti, perché a questo diritto/dovere non corrisponde il dovere/diritto di mettere in atto ogni sforzo possibile, anche e soprattutto in termini di prevenzione, per assicurare che le lezioni si svolgano nel pieno rispetto delle norme sanitarie?

Disperazione di fronte a pratiche poco ortodosse, e segnalazioni perché queste diventino quanto buon senso e legge suggeriscono, da settimane sono lanciate da ogni parte e finiscono in ogni dove: sui tavoli dell’Asrem, sulle scrivanie dei carabinieri del Nas, negli uffici della Direzione scolastica regionale. Nelle redazioni dei giornali. Anche qui viene riferito, con dovizia di dettagli e documenti, dell’ultimo problema in ordine di tempo che coinvolge uno degli istituti comprensivi più noti e frequentati di Campobasso. Aule belle e gremite, bimbi (perché, giusto è ricordarlo, si tratta di studenti dalla prima elementare alla terza media con età compresa dai 6 ai 14 anni) distanziati con i banchi ma molto spesso, per oggettivi limiti di spazio, tenuti ad appena un metro l’uno dall’altro, il che significa che una rotazione di testa o una parolina detta sporgendosi un po’ di più annullano il parametro di sicurezza indicato per contrastare la diffusione del coronavirus.

E non solo: a ricreazione o si sta seduti immobili come statue di sale e si mangia, o, se si vuole semplicemente girare la testa e parlare, non si mangia. Questo per quattro, cinque ore, questo con bambini e ragazzini. Con una nuova criticità di stagione: le finestre che non si aprono con il sistema a vasistas, ossia quel giusto dall’alto necessario a far circolare l’aria. Perché che le finestre anche in pieno inverno debbano essere aperte non meno di ogni cinque minuti (e ogni volta che appaia necessario) ora lo prescrive il regolamento interno e ci sta anche per il benessere di studenti e insegnanti. Il punto dolente sta nel fatto che gli alunni seduti a ridosso della finestra si buscano in pieno il calore del termosifone accesso e l’aria che a fine novembre inizia a farsi invernale. Fa bene alla salute dei ragazzi? È utile favorire così il diffondersi di tosse e raffreddore?

Alla domanda si può rispondere solo con un’altra domanda: perché non aggiustare il sistema vasistas per tempo, visto che i serramenti ne sono provvisti? Finestre troppo vecchie, non si possono riparare: si replica dall’interno. Sempre dall’interno, però, non manca chi protesta e fa notare che alcune finestre soltanto un anno fa sono state riparate, e, addirittura, – ancora la cronaca diretta lo riferisce – negli ultimi giorni un professore ne ha riparato una della sala docenti: lui da solo con le sue mani. Ora, capacità del singolo a parte, resta il fatto che il problema era noto fin da quando (scorsa estate) la scuola e il Comune di Campobasso dovevano predisporre un inizio delle lezioni sicuro. Perché non è stato fatto? Perché adesso non si accelera e si corre ai ripari? A chi tocca farlo?

Scuola colozza

E a chi tocca potenziare o chiedere la rete internet? Anche questo accade a Campobasso. Altro quartiere, altro istituto comprensivo. Qui pratica vuole che non si attui la didattica a distanza per pochi assenti, si attua solo se l’intera classe va in quarantena. Mamme e papà e insegnanti basiti: se un bambino è colpito dalla positività del virus o deve affrontare un isolamento preventivo o attende i tempi biblici del tampone, perde giorni di scuola. Possibile che accada nel capoluogo di regione? Possibile, perché vero. La motivazione è che la connessione della scuola, nella città che è sempre più piena di scavi per il 5G, non è sufficiente. Ma è o non è compito della scuola pretenderla sufficiente? La didattica a distanza è o dovrebbe essere automatica.

Tutto questo, mentre il principale dei problemi, e torniamo al primo istituto di Campobasso, viene archiviato in modo un po’ goffo. Si parla qui della consegna delle mascherine che lo Stato italiano assicura a tutti gli studenti di ogni ordine e grado. Per settimane sono state lasciate in scatole aperte, alcune sotto le lavagne di ardesia impolverate, in modo tale che chiunque, alunni e docenti, potesse infilare la mano (pulita?) e prenderla: maniera lontana dalla prudenza. Risolta dopo un po’ e dopo proteste, ma come? Con l’assegnazione diretta ai bambini in blocchi da 30: la logica dovrebbe essere per coprire tutto il mese e, soprattutto, svuotare i magazzini. E ai professori? Per un po’ il buio. Poi, lo weekend scorso, l’attesa circolare: le mascherine possono essere ritirate in segreteria. Soluzione, dunque, a fine novembre, in concomitanza, tra l’altro, con la Giornata nazionale per la sicurezza nelle scuole. Come farla facile e tirarla a lungo, quando tutto si deve fare fuorché farla facile e tirarla a lungo. In particolare nel mondo della scuola, che è anche esso polveriera esplosiva di contagi.  (sv)

 

Medie scuola Colozza: positivi 5 ragazzi (su 26) di una classe terza