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Dall’umile carbonella alla ricca erbetta, fino all’oblio. La storia del Vecchio Romagnoli

Fin dagli anni Venti la squadra del Campobasso ha calcato il glorioso campo da gioco che ha vissuto il suo periodo d’oro nei primi tre anni della serie B. Poi il declino e l’abbandono. Nel 1978 il manto erboso sostituì la terra nera sulla quale nei decenni si sono susseguiti calciatori forti e meteore: l’evento fu vissuto come una vera e propria promozione. Fu il presidente Falcione a dare la svolta anche per la costruzione della curva, lato ‘prato’. Poi il presidentissimo Molinari mise su anche la curva Nord.

C’era un tempo in cui era normale, nella Campobasso calcistica, avere attaccata sopra e sotto alla pelle della polvere nere. Di cosa si trattava? Facile, per chi conosce la storia rossoblù: la carbonella del ‘Giovanni Romagnoli’ era una specie di timbro, di marchio, di certificato per chi ambiva a far esultare i tanti tifosi che ogni domenica si assiepavano sulle tribune dell’impianto di via Albino. Pazienza se il fondo era duro e insidioso, più per gli avversari che per i Lupi che ne fecero il proprio fortino.

Generazioni di giocatori si sono formati all’ombra del Conservatorio, a due passi dal cuore della città, a pochi metri dalla stazione ferroviaria. Un quartier generale definito, autorevole, in pieno centro. Il Campobasso Calcio è sempre stato seguito, nella buona e nella cattiva sorte: negli anni sessanta si sono susseguiti i campionati umili ma sempre dignitosi, fino alla clamorosa retrocessione del 1970. Nel frattempo, il campo ospitava le rivali più disparate: dal Bari negli anni ’50 al piccolo Mezzanotte Pescara nei ’60, passando per Ternana, Chieti, Casertana, ma anche Castrovillari, Sant’Agata…

Vecchio Romagnoli (foto Lello Siciliano)

Da capitan Mario Ruzzi a Nicola Bellomo, e ancora Scasserra, Maggiani, per arrivare ai Medeot, Truant, De Libero, fino a Michele Scorrano, che vivrà in prima persone il passaggio dalla carbonella all’erbetta. Un fatto epocale, che avvenne nel 1978, sotto la presidenza di Luigi Falcione. I rossoblù erano non solo tornati in serie D ma avevano assaporato per la prima volta l’ebbrezza della C nel ’76. E allora si decise di rendere il campo più moderno, confortevole.

Si passò a un calcio più ‘borghese’, per così dire: nel capoluogo iniziarono ad arrivare avversarie del calibro di Lecce, Benevento, Messina, Nocerina. Insomma, era ora che si compiesse il grande salto. Un po’ alla volta, però. Il primo passo fu l’erba naturale che sostituì la leggendaria carbonella, nel 1978 appunto: i lavori furono seguiti con passione, trasporto, da buona parte dei tifosi che non vedevano l’ora di sedere sugli spalti per godersi lo spettacolo. Fu messa su anche la curva sud, lato ‘prato’.

E successe davvero che la provincia si prese la copertina nazionale. I campionati di vertice in C, il miracolo della serie B, l’arrivo della Curva Nord. Tutto venne vissuto d’un fiato, fino al 1985, quando il nuovo stadio sostituì quello vecchio. Ma non nei ricordi e nelle emozioni di chi visse l’epoca del calcio povero, fatto di sacrifici.

Il Campobasso si allena al Vecchio Romagnoli

Il lento declino dal finire degli anni ’80: l’erbetta iniziò a farsi rada, la terra prese giorno dopo giorno il sopravvento, ospitando qua e là campionati minori. Fino alla chiusura e alla nuova vita con il rugby. Con un bel richiamo al passato, però, voluto dall’attuale Campobasso: a inizio 2020 mister Cudini ha organizzato un paio di allenamenti su quel terreno che per decenni ha accompagnato successi, cadute, gioie, dolori, trionfi dei Lupi.

La foto del tifo del Vecchio Romagnoli è di LELLO SICILIANO