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Così si muore di Covid al Cardarelli. “Mio padre chiamava per chiedermi di portarlo via, il dottore mi diceva qua è una guerra”

Pochi medici e troppi pazienti, "impossibile seguirli a dovere". Francesco Mancini è il figlio di Michele, 73 anni, morto di Covid nell’ospedale di Campobasso lo scorso 12 novembre. La sua è una testimonianza sconvolgente sugli ultimi giorni del padre e sull’abbandono dei degenti per mancanza di personale.

“Non è colpa dei medici, non punto il dito contro nessuno. Ma c’è un fatto: al Cardarelli il personale è troppo scarso, i ricoverati sono troppo numerosi. Non voglio accusare nessuno ma mi domando se sia stato fatto il possibile per salvare la vita a mio padre. Ho tanti dubbi”.

Francesco Mancini non ha rabbia nella voce, solo una tristezza profonda, il dolore di chi ha assistito da lontano alla morte di un familiare e ora si sente impotente, avvilito. Ma trova anche il coraggio per raccontare questa atroce esperienza, che chi oggi si trova a fare i conti con malati gravi che hanno bisogno di cure ospedaliere sta imparando, suo malgrado, a sperimentare sulla sua pelle.

Suo padre è Michele Mancini (nella foto), 73 anni ancora da compiere, residente a Riccia. E’ morto il 12 novembre scorso nel reparto di Malattie Infettive del Cardarelli di Campobasso, unico centro hub per la cura del Covid 19. “L’ho sentito via whatsapp fino a 2 ore prima, era lucido, mi ha chiesto ancora una volta di andarlo a prendere e portarlo fuori da quell’ospedale, dove si sentiva abbandonato. Erano le 7 e 29 del mattino. Poco dopo le 9 è arrivata la chiamata del medico che ci comunicava la morte”.

Michele Mancini, ex segretario comunale nel comune fortorino, conosciuto e apprezzato in molti centri dove le amministrazioni hanno avuto occasione di lavorare con lui, è la vittima numero 62 su un totale di morti pari a 71, gran parte dei quali in questa tragica ondata. Una recrudescenza delle infezioni che era stata prevista, prospettata. Ma i “rinforzi” sanitari, l’aumento di contingente ospedaliero, non è arrivato. E oggi quei medici che nella prima fase si sono trovati a gestire complessivamente, nei momenti più duri della epidemia, 32 pazienti ricoverati, hanno visto raddoppiare i ricoveri mentre loro rimasti sempre gli stessi.

Ora è suo figlio Francesco a raccontare quei giorni in un letto di ospedale, con la maschera dell’ossigeno sul volto, il tragico epilogo di una malattia che attacca i polmoni con una forza malefica, ma dalla quale si può anche guarire. “Prima di tutto – spiega lui – non è vero che papà aveva una condizione clinica pregressa grave. Certo, aveva subito un intervento oncologico a Milano tre mesi fa, e certamente era un po’ debilitato. Ma si era ripreso, stava bene”.

E’ stato qualche giorno dopo una visita medica a Milano che sono arrivati i sintomi. La TAC di controllo è andata bene, ha certificato che il tumore era sparito, ma al rientro in Molise, a Riccia, i primi segnali che aveva contratto l’infezione. “Chissà come, e chissà quando. Ormai nessuno può dirlo. Ero positivo anche io fino a qualche giorno fa” aggiunge Francesco.

A quando risale il ricovero in ospedale?
“Al 31 ottobre. Papà era trattato a casa da alcuni giorni, erano venuti i medici delle Usca che gli avevano portato l’ossigeno perché non saturava bene. Poi le condizioni si sono fatte più serie, abbiamo visto che il livello di ossigeno continuava a scendere e a quel punto abbiamo chiamato il 118. E’ salito in ambulanza con le sue gambe, ed è stata l’ultima volta che l’ho visto”.

Eravate consapevoli che avrebbe potuto non farcela una volta entrato a Malattie Infettive con la polmonite?
“Certo, so che il Covid può causare la morte. E credo ne fosse consapevole anche lui, che era una persona colta e non certo uno sprovveduto. Tuttavia le sue condizioni non erano gravissime, come gli stessi medici ci hanno sempre detto al telefono”.

Cosa è accaduto lì, al Cardarelli?
“I primi giorni papà stava bene, lo sentivamo spessissimo al telefono e via messaggio, ma poi ha iniziato a lamentarsi con grande frequenza per la gestione sanitaria nel reparto”.

Cosa vi diceva?
“Che era abbandonato, che quando chiamava non arrivava nessuno, che veniva lavato poco e in maniera superficiale, che nessuno si preoccupava di sapere come stesse e di fargli domande. Guardi, io all’inizio pensavo a capricci da parte sua, ma con il passare dei giorni queste lamentele diventavano sempre più insistenti. Mi riferiva che trascorrevano giornate intere senza che il medico lo visitasse proprio. I miei dubbi sono aumentati in seguito a una telefonata del primario”.

Perché?
“Perché mi ha detto che un uomo di 83 anni che dopo 15 giorni di ricovero non aveva avuto nessun miglioramento era spacciato, che la situazione era gravissima. Ma mi sono reso conto che aveva sbagliato paziente, perché mio padre ha 73 anni, non 83, ed stato ricoverato 10 giorni prima, non 15. Quindi ho continuato a sperare e ho cercato di mettermi in contatto con un altro medico”.

E ci è riuscito?
“Si, anche se parlare con i dottori non è affatto semplice, il più delle volte non rispondeva nessuno. Alla fine sono riuscito a parlare telefonicamente con un dottore del reparto che mi ha confermato la gravità della patologia, ma mi ha anche detto che papà avrebbe potuto benissimo farcela, definendo le sue condizioni delicate ma non gravissime, aggiungendo anzi che non era fra i pazienti considerati a maggiore rischio”.

Ha provato a darsi una spiegazione per tutto questo?
“Probabilmente, è quello che ho pensato, c’erano troppi pazienti e troppi pochi medici, come poi un altro dottore mi ha confermato. Mio padre chiamava di continuo supplicandoci di farlo uscire, di riportarlo a casa, perché lì non si sentiva curato. Portarlo via naturalmente era impossibile, il medico ha ribadito che in questi casi il ricovero è coatto, io allora gli ho fatto presente che papà aveva bisogno di sostegno anche psicologico, di maggiore assistenza”.

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E lui?
“Lui mi ha detto, testuali parole, ‘qui dentro è la terza guerra mondiale’. Mi ha detto che hanno chiesto il rinforzo del personale ma che il rinforzo non gli è stato dato. Che sono pochi, che non ce la fanno. In pratica non ce la fanno a curare tutti. Questo avveniva l’11 novembre”.

Il giorno dopo, il 12 novembre, Michele Mancini è morto.
“E non posso fare a meno di pensare che l’ultimo accesso su WhatsApp lo ha fatto alle ore 7 e 29 di quel giorno, era lucido, ha parlato con me via chat e ha parlato al telefono con un suo amico implorandolo di portarlo via, di fare qualcosa per toglierlo da quel posto. Un’ora e mezza dopo però ha chiamato un medico per dire che non c’era più nulla da fare. Ero incredulo, sconvolto, ho voluto sapere che cosa fosse successo e il primario del reparto ha chiamato, sempre nel corso della mattina, dicendomi che tramite telecamera di monitoraggio avevano visto che la mascherina dell’ossigeno era scivolata dal volto e non hanno fatto in tempo a salvarlo”.

Francesco ha deciso di raccontare tutto questo non perché intende denunciare l’ospedale o i medici, ma con la speranza che la morte di suo padre possa far riflettere su quello che oggi è un bisogno prioritario della sanità molisana, cioè le risorse umane, i medici, il personale ancora prima di altri posti letto, di centri covid e di ospedali da adibire al trattamento di malati affetti da questa terribile infezione.

“Mi ha colpito molto quello che il medico mi ha detto al telefono confermando tutti i miei dubbi sulla gestione del paziente. Ha ammesso che i medici sono soltanto 5, che non bastano a dare le giuste cure e il giusto supporto a un numero così elevato di degenti, ha ribadito che loro in tempi non sospetti più volte hanno chiesto di potenziare il reparto, ma che questo gli è stato negato”.

E ora?
“Ora mi auguro che questa mia denuncia possa servire a cambiare qualcosa, ognuno si prenda le proprie responsabilità ammettendo la cattiva gestione dei malati e la incapacità a trattare così tanti pazienti e si corra ai ripari. È vero, la morte fa parte della nostra vita e questa malattia è terribile, ma la dignità della persona non può essere calpestata da persone che continuano a dire che va tutto bene e a prendere decisioni solo per salvaguardare la propria poltrona”.

Francesco non ha potuto vedere il padre, messo in un sacco di cellophane come quelli che si usano per conservare i vestiti, completamente nudo, quindi chiuso in una bara. “Questo è l’aspetto più terribile del Covid, come il senso di abbandono che papà provava in ospedale e che ci ha comunicato in tutti i modi possibili, io non posso togliermelo dalla testa. Ripeto, magari non è colpa di nessuno, ma ci sono persone pagate per prendere delle decisioni e quantomeno garantire che si faccia tutto il possibile per salvare le vite”.

Lei ha il dubbio che nel caso di suo padre tutto questo non sia stato fatto?
“E’ una domanda che mi ossessiona. Non ho una risposta certa, ma penso che con così tanti pazienti e così pochi medici non sia possibile curare i malati di Covid come si dovrebbe. Forse anche per questo si muore di più, oggi, al Cardarelli”.