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“Consolate, consolate il mio popolo”. (Is 40, 1)

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    Lettera alla comunità del vescovo, Gianfranco De Luca, per il Tempo di Avvento in preparazione al Natale 2020

     

    Cosa dobbiamo fare, come ci dobbiamo comportare…Sabbie mobili. È un sentimento che oscilla tra il ribellismo, la rassegnazione e la disperazione non solo dei parenti di coloro che muoiono, ma anche di quelli che perdono il lavoro o chiudono il negozio o l’impresa. Ci si muove in un clima di assoluto spaesamento. Non abbiamo più il paesaggio in cui abitare la nostra vita quotidiana con una certa quiete. Abbiamo perduto la normalità del nostro vivere”[1]

    Una condizione di spaesamento, quella che viviamo.

    Le nostre esistenze risultano  messe in uno stato di stand by. Il malessere che ci abita e che si manifesta in vari modi nelle nostre relazioni quotidiane denuncia un disagio profondo, e una sensazione di impotenza dovuta alla precarietà alla quale siamo esposti in modo evidente.

    Tra le tante parole che quotidianamente ci raggiungono e che popolano le nostre menti e le nostre conversazioni, c’è anche quella della fede, di questo tempo particolare dell’anno, che nella nostra esperienza di credenti è l’Avvento e nella nostra vita civile è la preparazione e la celebrazione del Natale e del Capodanno.

    “Consolate, consolate il mio popolo”. (Is 40, 1)

    Si tratta di un grido che, innanzitutto, è indirizzato al cuore di ciascuno di noi e, nello stesso tempo, diventa, per chi lo accoglie, la missione da compiere nel contesto delle relazioni che vive e delle situazioni che abita.

    Vengono da lontano, dal VI secolo a.C., il contesto sociale nel quale furono pronunciate ha molte affinità con il nostro. L’esilio per molti e uno stato di oppressione per gli altri rimasti in Palestina. Anche lì, anche se per ragioni diverse, si è immersi in una situazione di spaesamento.

    Il profeta che le pronuncia le avverte emergere dal di dentro, con una spinta di tenerezza e una forza incontenibile: “parla al cuore”… , “grida”…, “alza la voce”… .

    “Consolate, consolate il mio popolo”.

    Non sei solo! La solitudine nella quale ti senti imprigionato, costretto, è abitata da una Presenza, quella di un Dio che ti viene a cercare per stare con te sempre e condividere la tua vita perché tu possa condividere la sua.

    Possono sembrare solo parole, tra le tante, e forse più vuote e lontane di altre. Non è così.

    C’è una prima immagine che ricorre nelle letture bibliche che accompagnano il cammino di Avvento e di Natale: il germoglio. Sappiamo bene cosa è in natura, qui risulta anche il simbolo di una realtà che attende di esplodere e maturare in noi: la consapevolezza di essere eterni, di essere per sempre, di essere figli di Dio, consapevolezza che può-deve diventare esperienza e cammino di vita.

    Una seconda immagine ricorrente è quella del deserto: luogo refrattario alla presenza umana, ostile alla vita. Nella Bibbia questo luogo di morte, rappresenta un luogo di rinascita. E’ al tempo stesso: Spazio ostile da attraversare per giungere alla terra promessa; tempo intermedio: non ci si installa nel deserto, lo si attraversa; cammino faticoso, duro: racconta l’avventura della libertà, una libertà che non è situata al termine del cammino, ma che si vive nel cammino. Richiede essenzialità e leggerezza.

    Immagine, quella del deserto, che può essere significativa anche dell’attuale condizione di pandemia che viviamo, anche se rappresentativa di una dimensione costitutiva della esistenza umana. Essa evoca ascolto: “la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”, leggiamo nel profeta Osea[2]. Attiva lo sguardo interiore e fa dell’uomo un vigilante, uno che ha lo sguardo penetrante.

    Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati ….”[3]

    Non si tratta di una voce esterna, ma interiore, essa viene fuori quando riusciamo a vivere il deserto.

    Quando facciamo silenzio interiore, allora sgorga in noi una parola, quella che dice la nostra identità di figli di Dio e ci apre al vero senso della nostra esistenza che è “il per sempre di Dio”, la vita nella pienezza e nella gioia.

    Nel profondo del nostro cuore, è deposta questa parola che dice l’identità che possiamo compiere nel corso della nostra esistenza terrena.

    Le immagini che accompagnano il grido della voce, preparare la via, appianare la strada colmare le valli, abbassare i monti, chiudere le buche…, invitano a rivedere le relazioni che quotidianamente abitiamo, e esortano a viverle nel segno della fraternità.

    Il richiamo al cuore, centro dell’esistenza di ognuno, si salda con il richiamo alle relazioni interpersonali vissute nella fraternità. Infatti noi siamo in quanto siamo con l’altro e per l’altro. Sono proprio le relazioni vissute nella fraternità a essere la via della nostra realizzazione e il luogo dell’esperienza della Presenza di Dio e della consolazione.

    La parola Avvento che indica il tempo liturgico che viviamo in preparazione al Natale non significa semplicemente l’attesa del Dio-che-viene, ma la percezione, operata da un nostro risveglio interiore, del Dio-con-noi: di una presenza che non sempre è sentita da noi, ma che fonda, sostiene e accompagna ogni attimo della nostra esistenza. Con essa scopriamo anche il nostro essere-con-e-in-Dio: il nostro essere figli.

    Lo stesso colore che nella liturgia caratterizza il tempo di Avvento, risulta un invito a entrare e vivere questa esperienza. Infatti il viola, l’incontro del rosso e dell’azzurro, indica che questo tempo è importante, in quanto le forze vitali, il rosso, devono incontrare le energie che scendono dall’alto, l’azzurro, per combinare in noi questa trasformazione.[4]

     

    Stillate, cieli, dall’alto
    e le nubi facciano piovere la giustizia;
    si apra la terra
    e produca la salvezza
    e germogli insieme la giustizia.
    Io, il Signore, ho creato tutto questo».[5]

     

    Carissimi,

    per ciascuno di noi c’è una possibilità, una grazia, questo è il tempo del germoglio; necessita rimanere con gli occhi aperti, svegli, è Gesù che ci esorta in questo senso.[6] L’incontro e la comunione con Dio si celebrano nell’essere svegli; dobbiamo imparare a passare da un risveglio all’altro se non vogliamo essere inghiottiti dalla morte.

    Occorre imparare a praticare tre passi. Il primo è non restare prigionieri delle comodità e del confort che ci concentrano sui nostri bisogni e ci chiudono in noi stessi; il secondo è quello di  uscire dalla ricerca spasmodica di consenso e di riconoscimenti, che ci fa prigionieri nell’autoreferenzialità; il terzo è quello non lasciarci prendere dalla frenesia del fare, che ci porta a ritenere che la nostra realizzazione sta nel riuscire nelle nostre imprese e nei nostri intendimenti.

    Se veramente vogliamo lottare per  essere svegli dobbiamo buttare allo sbaraglio la nostra vita, perderla, mettendola al servizio dell’altro, per poterla realmente ritrovare. In questo modo germoglia e progressivamente si realizza il nostro essere figli di Dio e troviamo la gioia.

    Mi stanno aiutando due parole di Papa Francesco, le condivido con voi perché vi risultino di stimolo.

    La prima è un passaggio dell’Omelia che ha fatto nella Mesa della Giornata del Povero: “Si avvicina il tempo del Natale, il tempo delle feste”. – diceva il Papa – “Quante volte, la domanda che si fa tanta gente è: “Cosa posso comprare? Cosa posso avere di più? Devo andare nei negozi a comprare”. Diciamo l’altra parola: “Cosa posso dare agli altri?”. Per essere come Gesù, che ha dato sé stesso e nacque proprio in quel presepio.”

    La seconda è la conclusione della omelia della Solennità di Cristo Re, rivolgendosi ai giovani diceva li invitava a compiere scelte che costruiscono, e li invitava a scegliere non secondo la prospettiva di quello che mi va e mi conviene, ma secondo la prospettiva di ciò che fa bene.

    La domanda che lo Spirito Santo suggerisce al cuore è un’altra: non che cosa ti va? ma che cosa ti fa bene? Qui sta la scelta quotidiana, che cosa mi va di fare o che cosa mi fa bene? Da questa ricerca interiore possono nascere scelte banali o scelte di vita, dipende da noi.”

    Possa la vostra vita personale e la esistenza delle vostre famiglie entrare nella gioia che nasce dalla consapevolezza di essere amati da Dio che è sempre con noi, Egli ha voluto condividere la nostra vita perché noi potessimo partecipare della Sua.

    Buon cammino di Avvento e Buon Natale.

    Vostro nel Signore, + Gianfranco, vescovo

    [1] Cosi Umberto Galimberti,  in una intervista sul Corriere della Sera del  17 novembre scorso.

    [2] Cfr. Osea 1,2-8

    [3] Cfr. Isaia 40,1-11 e Giovanni 1,22s

    [4] Cfr G. Vannucci in Alchimia e Liturgia, Lorenzo de’ Medici Press, 2019

    [5] Cfr. Isaia 45,8

    [6] Cfr. Marco 13,33-37

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