Caso Torzi, bancarotta non è dimostrata. “Non c’è alcun delitto”: il giudice demolisce l’indagine della Procura e nega arresti e sequestro

Fallimento Microspore ex Sacom: “Non è configurabile alcun delitto di bancarotta fraudolenta e di conseguenza non sussiste nessun ipotesi di autoriciclaggio”. Il gip del tribunale di Larino Federico Scioli chiarissimo nelle motivazioni con le quali respinge la richiesta di arresti domiciliari a carico di Enrico e Gianluigi Torzi come pure la richiesta, sempre avanzata dalla Procura della Repubblica di Larino, di sequestro per equivalente di beni per un milione e 100mila euro.

“Non è configurabile alcun delitto di bancarotta fraudolenta e di conseguenza non sussiste nessun ipotesi di autoriciclaggio”. Il gip del tribunale di Larino Federico Scioli è chiarissimo nelle motivazioni con le quali respinge la richiesta di arresti domiciliari a carico di Enrico e Gianluigi Torzi come pure la richiesta, sempre avanzata dalla Procura della Repubblica di Larino, di sequestro per equivalente di beni per un milione e 100mila euro.

E’ lo stesso magistrato del tribunale frentano a sgonfiare, di fatto, l’indagine affidata alla Guardia di Finanza, tenenza di Larino, sulla Microspore S.p.a. (ex Sacom), azienda fondata dalla famiglia Torzi alcuni anni fa con sede sulla Statale 87.

Una inchiesta avviata da tempo, che nella scorsa estate (qualche giorno dopo l’arresto di Torzi in Vaticano) era sfociata in una richiesta da parte del pm Marianna Meo di mettere ai domiciliari padre e figlio per le ipotesi di bancarotta fraudolenta e autoriciclaggio. Secondo gli inquirenti frentani, che nei giorni scorsi hanno chiuso le indagini preliminari e chiesto il rinvio a giudizio per entrambi, Enrico e Gianluigi Torzi avrebbero realizzato artatamente una massiccia insolvenza nella Microspore, specializzata in produzione e vendita di fertilizzanti tecnologici, mediante una rete di società da essi stessi controllate, per oltre un milione di euro, facendo sparire dai conti la somma di denaro.

Ma il 30 giugno 2020, esaminata la richiesta avanzata dal pm Meo e datata 25 giugno, il giudice per le indagini preliminari Scioli smonta l’intero impianto sostenendo anche che non sono state fatte indagini atte a dimostrare le ipotesi di reato e che alla luce degli elementi probatori “non sussiste alcun delitto” bensì una banale cessione di capitale. Come dire: il prestito intercorso tra padre e figlio non configura alcuna condotta illecita.

Indagini sulla Sacom di Larino e le aziende satellite dei Torzi: bancarotta e riciclaggio per oltre 1 milione di euro

A dimostrazione ci sono stralci dell’atto giudiziario: “…dalla lettura del capo di imputazione e dalle argomentazioni riportate nella richiesta del P.M. non è dato comprendere il nesso logico tra le suindicate cessioni di crediti e la violazione della richiamata disposizione. La cessione di crediti maturati dalla società nei confronti dei terzi debitori è atto negoziale ben diverso dal rimborso dei finanziamenti dei soci. In ogni caso la presunta violazione della disposizione civilistica non configurerebbe alcuna ipotesi distrattiva a carico di Torzi… In relazione pertanto a questa ipotesi non è configurabile alcun delitto”.

Stessa storia per il reato di autoriciclaggio che, sostiene il Gip, “conseguentemente è privo di gravità indiziaria perché per configurarsi ha necessariamente bisogno della bancarotta” che, però, non viene dimostrata. “Le condotte ipotizzate non appaiono nemmeno astrattamente sussumibili in una fattispecie criminosa”. Da qui il rigetto della richiesta di arresto e sequestro.

Il pm di Larino ha impugnato l’ordinanza di Scioli al Riesame, ma l’opposizione è stata giudicata inammissibile anche perché arrivata fuori tempo massimo.

“Non si capisce lo spirito e l’utilità della diffusione oggi di un comunicato stampa che reca una non notizia, atteso che la vicenda ha già subito una sonora bocciatura in sede giurisdizionale allorchè il Pm di Larino, assegnatario del procedimento, aveva addirittura azzardato una richiesta di misura cautelare personale e reale” commenta l’avvocato Marco Franco, difensore di Gianluigi Torzi, congiuntamente all’avvocato Andrea Codispoti che difende Enrico  Torzi.