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Una storia di bufale. Fake News prima dei social

Occorre riposizionarsi: i social network non sono l’origine delle fake news. Le nuove forme di comunicazione amplificano un processo — la diffusione di notizie false — che avviene “offline” ed è sempre appartenuto ai modi di vita collettivi e alle modalità di relazionarsi agli altri. Se è vero che di fake news se ne parla in senso stretto soltanto dal 2016, anno dell’ascesa di Donald Trump, bisogna però constatare che di bufale la storia ne è piena. La più antica sembra risalire al V sec. a.C. durante la Guerra del Peloponneso...

Alessio Brina scrive, scatta e pedala anche 20mila chilometri l’anno, spezzettato tra Salerno, Torino, Cagliari e Vienna — per il momento. Giornalista e divulgatore scientifico ma soprattutto un radicale e curioso ficcanaso. “Se non lo sai spiegare a tua nonna non l’hai capito e sei pure un pessimo nipote”.

 

Le idee sono dure a morire. Nel bene e nel male. E quando queste idee si riflettono su ciò che abbiamo per le mani e rappresentano una soluzione apparentemente immediata ad un problema complesso, allora è ancora più facile che sopravvivano al tempo, allo spazio, a chi le sbugiarda e persino ai fatti. Un esempio per gradire: il Ministero della Salute sottolinea che no, bere alcool non rinforza il sistema immunitario prevenendo il coronavirus e che sì, i fumatori sono più esposti ai rischi di contagio maneggiando continuamente le sigarette e maturando patologie respiratorie.

Colpa dei social, grida qualcuno. Colpa di chi permette a notizie false di proliferare e di ripetersi, di figliare come topi nelle intercapedini del nostro quotidiano. Lì, tra il pollice e lo swipe, nelle timeline dei nostri contatti puntellando il feed che ci attraversa la spina dorsale. La colonna sonora di quest’ultimo film ucronico è composta adhoc dalle Big Tech — Google, Facebook, Apple, Amazon — in una melodia di notifiche push, spot e cookie.

Eppure chi ci innaffia di fake news non sembra avere contorni netti. Così come lo stesso termine: chiunque, con leggerezza, bolla come “fake!” qualsiasi notizia, testata o agenzia che non condivide. E curiosamente, come fatto notare da Maria e Thomas Haigh, la parola fake news e le sue applicazioni grafiche — vedi il bollino rosso o l’intestazione a lettere cubitali — sono maggiormente utilizzati proprio da personalità, siti web e organizzazioni riconosciuti dagli addetti al settore come poco attendibili in termini di affidabilità.

Questo per illustrare solo la facciata di un problema a maglie larghe dalla natura complicata e che di certo un semplice articolo non è in grado di sciogliere.

Ma facciamo un passo indietro. L’alcool protegge dal covid e i fumatori non sono soggetti a rischio: due false credenze del senso comune che i social hanno cristallizzato nella coscienza collettiva. Eppure ai tempi dell’epidemia spagnola tali credenze già esistevano. Si riteneva infatti che esagerare con il buon vino e affogare nel tabacco tenesse a bada il virus: un rimedio della nonna derivato da quelli dispensati contro la malaria, pratiche del tutto inefficaci contro le epidemie.

Occorre allora riposizionarsi. I social network non sono l’origine delle fake news. Le nuove forme di comunicazione amplificano un processo — la diffusione di notizie false — che avviene “offline” ed è sempre appartenuto ai modi di vita collettivi e alle modalità di relazionarsi agli altri. Sicuramente il fatto che sia difficile orientarsi in un ecosistema informatico rarefatto e confusionario, privo di coordinate certe, è un carattere endemico del nostro tempo. Ma in questo senso non sono solo le fake news a terraformare la geografia di vita, quanto l’intero orizzonte sociale, economico e politico dell’Occidente degli anni 2010.

Insomma: se è vero però che di fake news se ne parli in senso stretto soltanto dal 2016, anno dell’ascesa di Donald Trump, dall’altro bisogna constatare che di bufale la storia ne è piena.

La più antica sembra risalire al V sec. a.C. quando nel corso della Guerra del Peloponneso il generale spartano Pausania fu accusato di alto tradimento per la presunta intenzione di passare dalla parte di re Serse, comandante dei persiani. L’idea nasceva da una lettera messa in circolazione, della cui autenticità già Tucidide ed Erodoto erano perplessi, che di fatto segnò il destino del condottiero. Pausania cercò rifugio in un tempio e qui fu murato vivo.

Nel secondo libro dedicato alla Guerra del Peloponneso, poi, Tucidide ricorda di una voce che iniziò a diffondersi tra gli ateniesi durante la peste del 430 a.C., probabilmente una febbre emorragica simile all’Ebola. Si diceva a quel tempo che gli Spartani avessero avvelenato i pozzi del Pireo e la credenza si alimentò tanto da protrarsi ben oltre gli avvenimenti di quel periodo. Il Pireo annoverava in effetti numerosi pozzi ma era privo di qualsiasi fontana attraverso cui il veleno avrebbe potuto propagarsi. L’epidemia proveniva dall’Africa ed era naturale che infettasse dapprima il porto che la città alta.

In assenza di altri canali di comunicazione, le prime bufale viaggiano essenzialmente tramite epistole: «in qualunque epoca il genere falsificabile per eccellenza» e dunque particolarmente efficace nell’intercettare e condizionare l’opinione pubblica. Ma non mancano manipolazioni di atti legali e notarili, come testimoniato dalla finta Donazione di Sutri, tradizionalmente avvenuta nel 754 d.C. ma smascherata da Lorenzo Valla già nel XV secolo. La legittimazione dello Stato Pontificio fu tecnicamente basata su una bufala.

Fino all’avvento della stampa le bufale camminarono soprattutto sui binari della propaganda, dall’Historia Regum Britanniae (1316) di Goffredo di Monmouth, ricolma di avvenimenti fittizi per giustificare la mitica fondazione dell’Inghilterra per mano dei Troiani, alla sedicente Lettera del Prete Gianni (1165), ignorata da Federico Barbarossa e Manuele I Comneno ma non da papa Alessandro III, che inviò un messo alla ricerca del fantomatico sovrano Iohannes, invano. Il tutto senza trascurare il millenario percorso dell’antisemitismo, legato nella sua storia ad un numero strabiliante di bufale.

La comunicazione e la diffusione delle idee e delle notizie viene rivoluzionata dall’invenzione di Gütenberg. L’Occidente è progressivamente invaso dalla carta stampata ma allora, più che adesso, distinguere una real news da una fake news doveva essere molto complicato. Pur esistendo una nutrita schiera di fonti diverse — organizzazioni politiche, istituzioni governative e religiose, testimonianze di individui singoli — mancava una condivisa, professionale, fissata etica giornalistica e di pubblicazione. I veneziani del 16esimo secolo, ad esempio, avevano grandissime difficoltà a distinguere le notizie vere da quelle false. Così notevoli da favorire l’esponenziale compravendita delle relazioni, documenti realizzati dal Consiglio dei Pregati per le discussioni in senato, poi smerciati clandestinamente all’esterno. Non ci volle molto affinché anche questi “leaks ante litteram”, che garantivano la veridicità di una notizia in quanto dibattuta in parlamento, venissero contraffatti.

 

Il 21 febbraio 1814 un certo ufficiale che affermava di esser appena sbarcato a Dover scosse l’Inghilterra diffondendo la notizia secondo cui i cosacchi avessero ucciso e fatto a pezzi Napoleone Bonaparte. La Borsa reagì schizzando alle stelle. Tutta opera del militare, politico e finanziere Thomas Cochrane — a cui è ispirato il film Masters & Commanders — il quale fu presto smascherato, arrestato e condannato per aggiotaggio. Alexandre Dumas prese spunto dall’episodio per plasmare uno dei più suggestivi passaggi de Il Conte di Montecristo: la vendetta di Edmond Dantès nei confronti del barone Danglars. Quest’ultimo aveva una moglie che giocava in Borsa seguendo i suggerimenti dell’amante infiltrato al Ministero. Il vizio della madama spinse Dantès a corrompere un telegrafista per diffondere la bufala del ritorno di Don Carlos di Borbone, erede al trono di Spagna, per indurla ad un investimento fallimentare.

 

Il piano di Dantès faceva leva su di un aspetto incredibilmente moderno: era necessario che l’addetto al telegrafo non conoscesse il codice ma soltanto alcune informazioni elementari per la ripetizione meccanica del segnale ricevuto. Un comportamento, questo, non dissimile da quello “assunto” dagli algoritmi che oggi gestiscono il traffico della rete e dei social network, tendenzialmente indifferenti all’identità e all’autorità dei creatori di contenuti. E’ un comportamento, quello di Dantés, indubbiamente analogo agli odierni agenti di disinformazione, che colpiscono il nodo più cruciale di una rete per puntare alla viralità e intercettano — esattamente come Edmond — il sentiment del pubblico, stimolando rumors, voci, pregiudizi e credenze che già fanno parte del sottobosco culturale di destinazione. La bufala di Dantés funziona non solo perché plausibile ma anzitutto perché in grado di adattarsi precisamente alle esigenze della vittima.

Anche Friedrich Nietzsche si lasciò abbindolare da una bufala di grande portata, piangendo assieme all’amico Burckhardt su ciò che da loro stessi fu apostrofato come “autunno della civiltà”: il mai avvenuto incenerimento del Louvre per mano dei comunardi, nel maggio del 1871. In sua difesa occorre specificare che la notizia della distruzione del celebre museo parigino ad opera delle petroleuses, le donne incendiarie, ebbe un’eco incredibile e la notizia rimbalzò per i giornali di tutto il mondo. Con tanto di smentite e perfino smentite di smentite.

Risalgono al 1903 i famosi Protocolli dei Savi di Sion, un documento che svelerebbe le principali strategie intraprese dai sionisti per giungere al controllo del mondo ingannando i gentili con idee liberali e rivoluzionarie ed attraverso il pieno utilizzo programmatico di media, politica e finanza. Sbugiardata sin dalle prime apparizioni, l’opera è divenuta invece una pietra miliare degli ambienti complottisti dal Novecento sino ad oggi, sebbene il London Times ne dimostrò incontrovertibilmente l’inautenticità nel 1921. I Protocolli furono confezionati dalla polizia segreta zarista con manifesto intento ideologico eppure, come nota Umberto Eco, “il parere dominante è sempre quello dell’antisemita britannica Nesta Webster: “Sarà un falso, ma è un libro che dice esattamente ciò che gli ebrei pensano, quindi è vero””.

 

Per concludere questa breve immersione è bene menzionare la Guerra dei Mondi, trasposizione radiofonica dell’omonimo romanzo di H.G. Wells, interpretata da Orson Welles il 30 ottobre 1938. L’immagine che ci è stata tramandata dell’episodio è l’isteria di massa scaturita dalla narrazione di un’invasione aliena nel cuore del New Jersey. Letteratura e cultura popolare sono piene di aneddoti sulle disperate reazioni degli americani in ascolto, incapaci di comprendere la natura finzionale della trasmissione. Una recente indagine ha però ridimensionato questa convinzione: stando a Jefferson Pooley e Micheal J. Socolow la risonanza mediatica dell’accaduto, venduto come storia sensazionalistica, fu amplificata dalla stampa. Furono inizialmente in pochi ad assistere allo show e ancor di meno coloro che credessero fosse vera cronaca: «più passava il tempo dallo sceneggiato, più esso diveniva celebre e più e più persone arrivarono ad affermare di averlo ascoltato».

 

Una collezione storica di casi che mostra come i diversi generi di bufale appartengano al modo di comunicare dell’uomo sin dall’antichità. Se non addirittura ad un suo connaturato bisogno cognitivo: quello di spiegarsi una realtà complessa con concetti semplici. A volte fin troppo.