Oltre 200 giovani accampati dalla notte nel capannone: salta il rave, ma non l’assembramento

I carabinieri hanno fatto irruzione nello stabilimento dismesso domenica mattina, disperdendo circa 200 persone delle quali 57 fermate, identificate e denunciate. Ma i giovani si erano accampati nella fabbrica di inerti in disuso della Valle del Trigno almeno dalla notte precedente, con impianti per il sound, camper, sacchi a pelo e in assenza totale di precauzioni anti-Covid. Alla illegalità della festa si aggiunge il pericolo di focolai tra persone di diverse regioni italiane.

Se il “festone”, come lo chiamano sui social e in gergo, è stato sventato dall’arrivo di numerose pattuglie dell’Arma, gli assembramenti ci sono stati eccome. E ora non è possibile escludere che quel capannone dismesso della ex Smi del gruppo Marrollo, nel cuore della Valle del Trigno e in territorio molisano, sia stato teatro involontario di nuovi focolai fra la popolazione giovane italiana.

Già, perché al Rave party di Mafalda sono andate persone da Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Puglia, Sicilia, Toscana, oltre che dal Molise, come documentato dai Carabinieri della compagnia di Termoli che con le stazioni di Mafalda, Palata, Montecilfone e Montenero di Bisaccia domenica mattina (4 ottobre) hanno messo in azione un blitz, disperdendo i partecipanti.

A fronte di 57 persone tra i 19 e i 38 anni fermate nel fuggi-fuggi generale, identificate e denunciate per vari reati (concorso in invasione di terreni o edifici, danni, deturpamento e detenzione di droga), almeno altri 150 sono riusciti in fretta e furia a raggiungere i veicoli, fra i quali anche alcuni camper, e dileguarsi il più velocemente possibile, lasciandosi alle spalle la fabbrica in disuso ormai da molti anni, già teatro in passato di raduni a base di musica non autorizzati, che passano sotto il nome di “rave party”.

In questo caso però il problema – più che le pasticche e le canne che secondo i riscontri dei militari circolavano tra i giovani che si sono dati appuntamento a Mafalda, e oltre la devastazione lasciata negli spazi della fabbrica – è il rischio di contagio.

I fatti, al netto dei risvolti giuridici e della festa non autorizzata, sono questi: 200 persone dal pomeriggio di sabato hanno man mano preso posto accampandosi tra l’interno e l’esterno della ex Smi, chiaramente in violazione di tutte le norme anti contagio in vigore in questo periodo, dalla mascherina al distanziamento. D’altronde che distanziamento mai ci potrebbe essere in una festa con sound sparato a decibel altissimi?

Il lavoro dei carabinieri e il loro intervento in massa ha sventato una festa che si sarebbe protratta almeno per 12 ore, ma rimane il potenziale rischio sanitario, soprattutto per la concentrazione nello stesso spazio di centinaia di persone provenienti da regioni diverse che avevano montato le casse, sistemato lo spazio in cui ballare e si erano passati per tutta la notte fiumi di birra, come dimostrano le bottiglie ritrovate in abbondanza all’interno.

All’indomani della notizia, inevitabile la considerazione sui rischi del rave, non tanto stavolta per le abituali problematiche di ordine e sicurezza pubblica quanto per gli assembramenti che hanno caratterizzato le ore precedenti al blitz. Al di là delle conseguenze sul piano giudiziario per i 57 presenti denunciati, è impossibile prevedere le conseguenze del raduno per la salute pubblica.

Quattro anni fa, quando si è parlato sulle cronache di tutta Italia del rave party abusivo denominato Bordell 23 Center Italy, che si è svolto per tre giorni nello stesso capannone della zona industriale di Mafalda, le criticità erano radicalmente diverse. Ora, malgrado i partecipanti fossero in numero nettamente inferiore (nel 2016 circa tremila), il problema apre a scenari imprevedibili. Tanto più che tra i partecipanti figurano anche alcuni molisani.