Lina e le bombe su Bojano: il giorno in cui mi hanno creduto morta. Poi la fuga a Sepino

A metà di ottobre di 77 anni fa la cattedrale di Bojano venne quasi interamente rasa al suolo. Lina Perrella, oggi 92enne, ricorda quei bombardamenti e quei drammatici giorni di fughe tra i boschi, di stenti e vestiti realizzati con la seta dei paracadute, in particolare il 10 settembre quando la sua famiglia la credette morta.

“Guardavamo quegli apparecchi (aerei) in formazione perfetta. Luminosi, colore argento, bellissimi. Un secondo dopo uno scoppio terrificante, la bomba. Scappammo in tutte le direzioni, come fanno le formiche. Quel giorno mi diedero per morta”.

lina perrella

Aveva 14 Anni Lina Perrella, boianese, figlia del pioniere delle mozzarelle matesine: Francesco Perrella e di Giovanna Spina, donna minuta ma dalla tempra notevole, nativa di Colle d’Anchise. Persone care per chi vi scrive. Infatti, facendo eccezione alla regola, parlerò in prima persona in questo pezzo, perché Lina è la sorella di mia madre, quindi Francesco e Giovanna erano i miei nonni. Settantasette anni fa, proprio a metà di ottobre, una delle fasi più tragiche dei bombardamenti su Bojano, con il suo simbolo, la cattedrale, buttata giù dagli aerei alleati, a parte il campanile, lesionato. Bombardamenti che furono preannunciati dal ‘10 settembre’ il giorno del primo shock e dei primi morti.

bombardamenti bojano

Zia Lina oggi ha quasi 92 anni, un po’ di acciacchi, ma è ancora una testimone lucidissima di una pagina di storia lontana nei nostri pensieri, ma relativamente vicina nella lunga notte dei tempi della storia.

Il 10 settembre 1943 è una data luttuosa per il Molise. Gli stessi ‘apparecchi’ bombardarono il centro abitato di Isernia provocando migliaia di morti: forse il più tragico evento che abbia colpito la città pentra. Anche Bojano pagò la sua tassa di morte e distruzione alla resa incondizionata agli alleati anglo-americani, firmata a Cassibile il 3 settembre e annunciata dall’Eiar (la Rai di allora) due giorni prima delle bombe su Bojano, l’8 settembre. Furono circa 40 le vittime dei bombardamenti in quei mesi di guerra alle pendici del Matese. Non una guerra di trincea, come pensavano i boianesi, ma una pioggia funesta caduta dal cielo. A sorpresa, quindi ancora più devastante.

Era la prima volta che le bombe squarciavano le resistenze materiali ed emotive dei boianesi. “Rimanemmo scioccati – spiega Lina – anche gli adulti: ‘Guarda che aerei splendidi, ora sembra che abbiano lanciato qualcosa’ disse uno degli operai della latteria. Un attimo ancora e fu il finimondo. Che ricordo bene, purtroppo.

“Ero scesa al piano terra, per prendere qualcosa, ore 10 di mattina. Con mio fratello Mimmo e alcuni operai, mi spostai di pochi metri per vedere gli aerei, poi il sibilo di una bomba che si abbatté nell’area dei lavori della scuola elementare in costruzione. Una deflagrazione terrificante, che ci disorientò tutti. Cominciai a scappare senza sapere dove. Mi ritrovai dietro casa, dove scorre il fiume, in preda al panico a causa soprattutto del rumore impressionante. Attraversai il fiume sempre di corsa, sanguinavo all’altezza del malleolo dove si era infilata una minuscola scheggia dell’ordigno. Andai verso il centro di Bojano e da lì, con i carabinieri e altra gente impaurita, verso la montagna, fermandoci in zona San Michele”.

famiglia lina perrella

Nel frattempo, da parte della famiglia cominciano le affannose ricerche dell’unica persona che manca all’appello: Lina, appunto. Nei pressi dell’abitazione non c’è, zona scuola neppure. Nessun indizio nell’area del cratere della bomba caduta a una ventina di metri dallo stabile. Eppure era semplicemente scesa al piano di sotto, nella latteria. I minuti passano, anche le ore. E’ pomeriggio quando sembra non esserci alternativa alla più drammatica delle possibilità: la morte.

In famiglia e tra i parenti si piange la scomparsa dell’adolescente, la seconda figlia femmina di Francesco Perrella. Fino a quando si diffonde la notizia che molti boianesi sono scappati più su, a metà dell’erta sovrastata da Civita. “Anch’io pensavo che i miei cari fossero morti. Poi, alcune delle persone che erano con me mi riconobbero e mi dissero: Che ci fai tu qui, a Bojano stanno piangendo tutti perché ti credono morta. Così scesi velocemente verso casa e ci ritrovammo”. Disavventure finite? No, per niente.

Bojano era una delle città in cui si erano stanziati i tedeschi. Cosa nota agli alleati che avevano aggiustato il mirino sulle vie di comunicazione, strade, ponti e ferrovie, per frenarne la ritirata. Ma diversi ordigni finirono sulla città, anche sulle abitazioni e sulla bella cattedrale dove erano da poco stati ultimati gli affreschi del maestro Romeo Musa. In quei giorni morì, forse a causa del dispiacere, anche il parroco Angelo Colacci.

Bojano il 10 settembre è avvolta dal fumo dal quale emerge l’odore acre del sangue misto alla malta sgretolata. Bojano il 10 settembre è bloccata dalla paura, schiantata dalla morte di diversi cittadini, tra i quali alcuni ragazzi, un bimbo piccolo e alcuni sfollati che, fuggiti da Napoli, a causa dei bombardamenti continui, si erano rifugiati all’ombra del Matese.

“E’ stato un disastro – ricorda Lina – non solo quel giorno, anche quelli seguenti. Altre bombe, un rombo continuo. Mio padre capì che era meglio lasciare il paese. Decidemmo di andare a Monteverde, pensando che in quella zona saremmo stati un po’ più lontani da quell’inferno. Non fu così. Gli alleati raggiunsero anche Monteverde, così scappammo di nuovo, stavolta tra i boschi dove saremmo stati meno visibili, forse”.

Comincia qui l’altro viaggio di Lina e della famiglia Perrella (c’era anche mia madre, tre anni, a cavalcioni di zio Mimmo, suo fratello). “Salimmo verso Civita – racconta Lina – superammo la montagna più alta e arrivammo a Sepino dove, se non ricordo male, rimanemmo circa due mesi”.

La prima tappa nei pressi dei Lontri, in zona Civita, si rivelò sfortunata come scelta logistica, perché da Colle d’Anchise, sulla collina di fronte, si era appena scatenato il fuoco dei cannoni tedeschi. “Quindi salimmo ancora – prosegue – seguendo la linea del Matese. Arrivare a Sepino fu una conseguenza inevitabile, ma prima dovemmo vagare diversi giorni in quei boschi, dove lavoravano e vivevano i carbonai. Abbiamo dormito per terra, sulla paglia, sotto i loro letti”. Tra pagliai e capanne di fortuna, pioggia e umidità complicavano i piani. “Ad ognuno di noi papà aveva dato una coperta, ma era dura dormire su quei pendii. Scivolavamo sulla terra, non riuscivamo a trovare una posizione comoda. Spesso ci ritrovavamo qualche metro più giù, senza coperta. Faceva un freddo…

Per fortuna dopo qualche giorno eravamo a Sepino dove papà pagò una locanda, nei pressi della piazza del paese” di quelle dove dormono i viandanti. “Lì trovammo anche un giovane della famiglia Gianfrancesco di Bojano. Era un ragazzo, scappato come me forse il giorno del primo attacco. Era in una camera, solo, tossiva forte. Papà andò da lui e seppe che erano due giorni che stava senza mangiare e bere. Stava morendo, ma papà andò nelle campagne della zona, comprò il grano, lo macinò e mia madre potè fare il pane. Così fece mangiare tutti, e lui si riprese”. Già, la ripresa: ci vollero giorni per tornare a vivere. La famiglia Perrella tornò a Bojano dopo ottobre, la furia del bombardamento alleato si era placata. E di tedeschi non se ne vedevano quasi più.

“Ritrovammo la casa (attuale via Barcellona, ndr) e il caseificio danneggiati gravemente dalle esplosioni”. Il tetto della parte Nord Ovest dell’edificio su due piani era stata sventrato. Era una bella casa, appena costruita. “Proprio in quelle stanze, alla vigilia della guerra, papà aveva nascosto delle scarpe nuove, comprate per tutti e un po’ di scorte alimentari. C’erano i nostri corredi, caciocavalli e altro. La bomba spalancò quei vani alle razzie; una fortuna per chi potè utilizzare le scarpe e procurarsi da mangiare”.

Quando rientrammo, gli inglesi l’avevano occupata. Fu mia madre a pregare i loro capi di lasciarci un po’ di spazio. Andò a finire che ci sistemarono in due stanze. Vivevamo quindi insieme agli alleati i quali ci lasciarono i loro paracadute mimetici di seta che noi ritagliammo per confezionare abiti, camicie da notte, pantaloni da uomo, perché a casa ci avevano rubato tutto, anche i materassi. Con quella roba siamo andati avanti per un po’. In quel periodo, mamma, da sola, senza dire niente neanche a papà, raggiunse i terreni di San Nicola, poco più su di Monteverde. Lì erano sistemati gli altri alleati che avevano abbastanza scorte di cibo e vestiario. Mamma gli offrì dei soldi, e non erano pochi, in cambio di quello che poteva servirci a casa. Loro presero i soldi e le diedero tanta roba, soprattutto vestiti, stoffe e coperte”. Soldati e commercianti… succede quando la guerra e la fame nera corrono disordinatamente nella stessa direzione.

Lina Perrella ironizza con un sorriso amaro sulla loro onestà di uomini, ma si rende pure conto che erano altri tempi. La vita le avrebbe regalato una famiglia e due figli, tanti nipoti, ma anche il dispiacere di restare vedova giovanissima. Da sempre vive nella sua casa di corso Amatuzio, non molto distante dal luogo in cui 77 anni fa esplose la prima bomba caduta su Bojano. Creduta morta a 14 anni, pianta dai familiari per alcune ore, testimone di un’epoca d’indicibili sacrifici, acuta e sensibile a 92 anni.

Eccola nella video intervista che ha consegnato a noi e alla storia del Molise. In sottofondo alcune battute del fratello, Sergio, l’ultimo dei sei figli di Francesco e Giovanna da Monterverde di Bojano. I miei nonni.