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Da clandestino a mediatore culturale, Kaisser ce l’ha fatta: “A Termoli mi sento più a casa che a Tunisi”

Il 3 ottobre di sette anni fa ci fu una delle più grandi tragedie dell'immigrazione nel Mediterraneo, a poche miglia dal porto dell'isola di Lampedusa: un naufragio di una imbarcazione salpata dalle coste libiche che provocò la morte di almeno 368 migranti. Il racconto di Kaisser e del suo viaggio dalla Tunisia fino a Termoli è l'emblema di tanti viaggi in cui non tutti riescono ad arrivare vivi a destinazione. Le foto nell'articolo sono una testimonianza, preziosa, della sua traversata

Kaisser operatore caritas termoli

Ogni volta che mi allontanavo da Termoli c’era qualcosa che mi spingeva a tornare. Sono stato in molti luoghi ed ho conosciuto tante persone, pensa che ho vissuto anche in Francia per del tempo. In tutte le città però non mi sono mai sentito in pace come qui. Quando rientravo a Termoli mi bastava vedere i paesaggi familiari per ritrovare tranquillità interiore, provavo sempre emozione. Posso dire che oggi, a 33 anni, forse mi sento più a casa a Termoli che a Tunisi”.

A raccontarci la sua storia è Kaisser, un uomo di origini tunisine trasferitosi a Termoli nel 2011, punto di riferimento per tante famiglie e tanti giovani di origine straniera. Oggi Kaisser lavora nel sociale, è un mediatore interculturale ed un operatore dell’accoglienza della Caritas Diocesana di Termoli – Larino. La sua esperienza e il suo vissuto si sono trasformate in un lavoro al servizio delle persone costrette a fuggire dai propri Paesi.

Kaisser parla quattro lingue, ha una laurea in economia, ha esperienza in diversi ambiti lavorativi ma, come molti migranti oggi, nella primavera del 2011 prova a raggiungere l’Italia via mare a causa delle possibilità negate in patria e in fuga dalla violenza. Sapeva bene che se l’Europa avesse accettato la sua richiesta d’asilo ad aspettarlo ci sarebbero stati lavori umili e sottopagati, sapeva che si sarebbe ritrovato solo, lasciando dietro le spalle famiglia e affetti. Ma nonostante ciò decide di partire, le difficili condizioni economiche e la corruzione dilagante in Tunisia lo convincono a cercare il proprio futuro altrove.

“Dopo la laurea ho fatto qualche lavoretto, cose da poco, lavori con un salario così basso rispetto al costo della vita che non mi avrebbero permesso di costruire un futuro. Decido così di partire per la Libia, avevo sentito che sotto il regime di Gheddafi c’era molto lavoro e che la paga era buona. Inizialmente la mia intenzione non era arrivare qui in Italia, le cose però a Tripoli sono precipitate rapidamente”.

Durante il regime di Gheddafi molti cittadini dei Paesi nordafricani e delle regioni sub sahariane si recavano in Libia come lavoratori stagionali, la ricchezza del Paese attirava tanta manodopera ed alcuni riuscivano a trovare un proprio posto nella società libica. Tuttavia, nel 2011, prima la Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia, poi la Rivoluzione egiziana, irrigidiscono il regime del Rais.

“In quel periodo la vita a Tripoli era molto difficile. I libici cercavano tra le strade e nelle case gli egiziani e i tunisini erano ricercati perché accusati di voler importare la rivoluzione. Ho visto alcuni miei connazionali condotti in prigione senza motivo, altri uccisi. Io non parlavo mai quando mi trovavo fuori di casa, rimanevo in silenzio anche quando aspettavo in fila che ci venisse dato del pane. Nonostante la mia lingua sia l’arabo ci sono tante differenze tra il dialetto del mio paese e quello parlato in Libia. Ero muto, avevo troppa paura di farmi scoprire, muovevo la testa o facevo segni per farmi capire, usavo al minimo le parole. Un giorno, mentre ero in un negozio, un uomo inizia a parlarmi. Forse aveva notato qualcosa di strano, voleva farmi parlare a tutti i costi, mi stavo rendendo conto che stava provando a capire chi fossi. Da quel giorno non uscii più di casa”.

Da lì a poco, nel marzo 2011, la situazione in Libia si aggrava a causa dell’innescarsi di un conflitto che vede il coinvolgimento dell’Onu.

Ero a Tripoli quando iniziano i bombardamenti. L’idea sempre costante era andare via, lasciare quel luogo diventato troppo violento. Ormai era un mese che non uscivo di casa, avevo troppa paura di morire o di essere arrestato. Tornare in Tunisia non era possibile, avrebbe rappresentato una sconfitta ai miei occhi e agli occhi della mia famiglia, avrebbe significato ripartire da capo senza soldi e con meno possibilità di quando avevo lasciato il paese”.

Gheddafi, in risposta all’attacco perpetrato da vecchi alleati europei, decide di aprire i centri di detenzione, raduna migliaia di migranti africani nelle città portuali della costa e li fa imbarcare alla volta di Spagna e Italia, vuole dimostrare che senza di lui al potere nessuno può arrestare i flussi migratori.

Riesco a lasciare Tripoli grazie ad un conoscente algerino, mi dice di un’imbarcazione in partenza. Non so quando ma ogni giorno mi tengo pronto a lasciare l’inferno libico. Una notte il ragazzo algerino mi dice che stiamo partendo, così con lui mi reco nel porto di Tripoli. Le milizie ci lasciano passare, fingo di essere un meccanico, figura utile sulle imbarcazioni. Evito i contatti con i soldati il più possibile, mi viene sequestrata ogni cosa. Niente era più importante che fuggire da quel luogo. Quando entro nel porto di Tripoli lo spettacolo davanti a me è scioccante. Non capivo cosa fosse se non quando mi sono avvicinato, migliaia e migliaia di teste scure, uomini e donne inginocchiati nel porto sotto la minaccia dei kalashnikov dei miliziani, vite che Gheddafi stava dando al Mediterraneo, pronti a imbarcarsi su uno dei natanti di fortuna che si stavano accumulando nelle acque del porto”.

Foto caritas non usare

L’imbarcazione su cui sale Kaisser è un vecchio peschereccio, ha un carico di centinaia di persone ammassate sul ponte e in spazi di fortuna. Ci sono uomini, donne e bambini. Alle spalle del peschereccio c’è una nave gemella, la quantità di persone la stessa. “Era l’una o le due di notte quando il peschereccio esce dal porto di Tripoli. La luce alle nostre spalle scompare a poco a poco. Per ben due volte il motore della barca si spegne ma riusciamo ad attivarlo. La barca è piena di persone, ne sono 520. Ad un certo punto, per la terza volta, il motore smette di funzionare. Proviamo a riattivarlo, proviamo a farlo ripartire in ogni modo ma inutilmente. Le persone presenti iniziano a gridare e a piangere, c’è chi prega e dice parole incomprensibili, chi stringe il proprio familiare o amico. Il mare intorno a noi era calmo e silenzioso, tardo pomeriggio. Ho pensato davvero che stavo per morire. Ad un certo punto però sento il rumore di un elicottero sopra di noi. Poco dopo, un’ora forse o di più, arriva una grande imbarcazione militare, uno alla volta ci fanno scendere e ci portano in salvo”.

Foto caritas non usare

Il primo luogo sulla terraferma che Kaisser conosce è Lampedusa. Qui fa richiesta d’asilo. Rimane per del tempo nel centro di accoglienza dell’isola (un hotspot), poi viene trasferito a Brindisi in un centro di identificazione ed espulsione. Inizia per il giovane tunisino un iter che lo obbligherà a dimostrare la propria posizione nei confronti del paese ospitante e le motivazioni per cui sta fuggendo dalla Libia. Sono mesi di detenzioni forzate, di incertezze sul proprio destino, mesi di viaggi tra una città e l’altra dell’Italia in cerca di un lavoro e di un luogo in cui poter trovare casa. Kaisser viene considerato un immigrato, un clandestino, un migrante economico in cerca di un futuro lontano dalla madrepatria. Kaisser subisce numerose perquisizioni, fermi immotivati. È costretto a dormire nella strada, ogni notte cerca un rifugio, un riparo dal freddo. Per lo stato il giovane tunisino è sospeso in un limbo, per il governo è un richiedente asilo, per gli affittuari, per i datori di lavoro è una persona priva di documenti, un irregolare a cui non è preferibile affidare una casa o concedere un’occupazione.

Foto caritas non usare

Il nostro obiettivo era raggiungere Roma, da lì provare a partire per la Francia. Il nostro viaggio però subisce diverse soste, viaggiavamo con pochi soldi, spesso prendevamo il treno senza biglietto e così eravamo costretti a scendere. Durante uno dei viaggi ci ritroviamo a dover scendere a Termoli. All’epoca non parlavo ancora italiano, mi sembrava tutto nuovo, le prime parole che ho imparato sono state dormitorio e Caritas. Non conoscevo la città, non ne avevo mai sentito parlare, però le sensazioni erano positive già dal primo giorno. Scendo dal treno e come prima cosa chiedo della Caritas. Ricordo quel primo giorno a Termoli. Fu suor Lucilla la suora a cui chiesi aiuto per il dormitorio. Scopro la Misericordia e inizio a frequentare la mensa della Caritas”.

Dopo qualche mese a Termoli è un carabiniere a prendere a cuore la storia di Kaisser. Lo incontra per la strada, lo conosce dopo una perquisizione e va a trovarlo nel dormitorio della Misericordia. Grazie a quest’uomo Kaisser trova un lavoro in un forno, è un lavoro difficile e nuovo per lui ma non esita ad accettare. “Trovo un lavoro proprio grazie a quegli uomini in divisa di cui ero fortemente spaventato a causa delle esperienze vissute dai miei amici in Tunisia”.

Nel frattempo inizia a collaborare come mediatore per il centro d’ascolto della Caritas Diocesana di Termoli – Larino, aiuta nei colloqui con utenti arabofoni, affianca nelle pratiche burocratiche le famiglie straniere. Poco tempo è necessario per permettere a Kaisser di diventare un punto di riferimento per le piccole comunità straniere presenti a Termoli. “Aiutavo i miei connazionali, il mio italiano era migliorato e quindi potevo aiutare quelle persone che stavano affrontando le stesse difficoltà che io avevo affrontato appena arrivato”.

Nel 2014 Kaisser ottiene un contratto di lavoro, viene assunto come operatore dell’accoglienza all’interno del progetto Sprar “Rifugio sicuro”, un progetto affidato dal Comune di Termoli all’Istituto Gesù e Maria, braccio operativo della Caritas Diocesana di Termoli – Larino. Dopo mesi, anni di incertezze, pur rimanendo la stessa persona, dopo essere stato un “clandestino” da rimpatriare, un richiedente asilo, un senza dimora, attraverso un “semplice” contratto di lavoro la società gli permette di autodeterminare il proprio destino, di avere uno spazio nella comunità della cittadina adriatica.

La storia di Kaisser è la storia di tanti uomini e donne costretti, ancora oggi, a fuggire dalla propria casa. Negli scorsi mesi abbiamo assistito a numerosi sbarchi di cittadini tunisini approdati sulle coste italiane e poi dislocati in diverse strutture di accoglienza della penisola. Nonostante siano passati anni dalla partenza dal porto di Tripoli, le motivazioni di oggi trovano molti punti in comune con ciò che aveva spinto Kaisser a lasciare il nord Africa.

I ragazzi che partono oggi sono informati, anzi, noi tunisini in Italia e in altri paesi europei ci adoperiamo per dare le giuste informazioni, per mostrare che la situazione qui non è come immaginano oltre il mare. Nonostante questo però molti giovani, spinti dalla disperazione, vedono l’Europa come un luogo di opportunità per il futuro, un futuro che invece in patria è difficile da vedere a causa della situazione economica. Esistono gruppi facebook, whatsapp, ci sono molti canali di informazione adesso rispetto a prima. Gran parte delle persone che partono non vogliono stabilirsi in Italia, sanno che è tra i paesi europei che stanno soffrendo più di altri gli effetti della crisi economica, e che anche molti italiani in questi tempi sono senza lavoro. L’Italia però, nonostante le tante difficoltà, rimane la porta dell’Europa”.

Porta d’accesso alla Fortezza Europa, l’Italia rimane ancora oggi una nazione di transito, un ponte naturale che mette in comunicazione i paesi d’oltremare con gli stati europei. Per molti migranti il nostro Paese è la tappa di un viaggio il cui obiettivo è il ricongiungimento con familiari che vivono in altri stati europei o la ricerca di un lavoro in luoghi meno colpiti dalla crisi economica, una tappa obbligatoria e dalla durata variabile per le restrizioni imposte dalle leggi internazionali sull’immigrazione. Queste alcune delle possibili motivazioni che hanno spinto i migranti accolti negli ultimi mesi a fuggire dai centri in cui erano ospitati, motivazioni alla cui base rimangono le cause che costringono invece ad abbandonare il proprio Paese d’origine.

Il turismo e l’agricoltura sono i due settori economici più rilevanti in Tunisia. Il settore agricolo tuttavia è poco sviluppato, soprattutto nelle aree interne, dove può capitare di essere costretti a vivere senza acqua corrente e senza elettricità. La situazione è diversa nella capitale e nelle città costiere, dove il turismo portava ogni anno un numero consistente di persone”.

Il settore turistico rappresentava per la Tunisia il 10% del prodotto interno lordo prima del diffondersi della pandemia Covid-19, nove milioni sono stati i turisti che hanno visitato lo scorso anno lo stato nordafricano. Parte dei problemi che avevano provocato la rivoluzione del 2011, legati alla disoccupazione e all’inflazione, non sono stati risolti negli anni dai governi che si sono alternati. Circa tre mesi fa in Tunisia il tasso di disoccupazione era del 15,3%, adesso, con gli effetti della pandemia, si è arrivati al 21,6%. Secondo il Ministro dello sviluppo, degli investimenti e della cooperazione internazionale, Slim Azzabi, il tasso di povertà potrebbe passare dal 15,2% al 19,2%.

Penso che per cambiare la situazione del mio Paese sarebbero necessarie opere importanti di cooperazione internazionale. I nostri politici, non solo italiani ma europei, così come quelli tunisini, utilizzano la ricchezza del suolo e delle risorse africane. Quei guadagni dovrebbero essere riportati, anche solo in parte, in Tunisia, come investimento per il futuro, come opportunità per i tanti giovani che oggi sono senza lavoro, ridotti alla fame e costretti a preferire il rischio di morire in mare alla certezza di morire per povertà in patria. Se i giovani non hanno niente da fare, se non riescono a vedere una piccola luce positiva nel futuro, non hanno altra speranza che il viaggio nel Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna”.

 

*Gruppo Comunicazione Caritas