Entra ed esce dall’ospedale con dolori lancinanti. Per i medici va operata “ma non c’è posto”

Classe 1994, la giovane campobassana è entrata ripetutamente in Pronto Soccorso il mese scorso, a causa delle violente coliche provocate da una calcolosi della colecisti. Ma il fatidico intervento chirurgico non è mai arrivato: “Avrei dovuto essere operata già agli inizi di settembre, ma dal reparto mi dicevano che non c’erano posti disponibili. A quel punto ho deciso di dimettermi”.

Non una storia felice. Ma un ritratto ben piantato nella realtà, tra le maglie di una quotidianità spesso complessa, permeata da sapori d’amaro e delusioni neanche tanto sottili. La sanità al centro. Con gli spettri e le dinamiche innescate dal Covid sullo sfondo.

E’ una storia scolpita nell’esperienza diretta, quella di Camilla Petrino. Ventisei anni, di Campobasso. Dolori insopportabili, eppure a lungo combattuti, dovuti a una calcolosi della colecisti.

Lo scenario dell’operazione, per la ragazza, ha rappresentato per questo – almeno in prima istanza – molto più che una tappa risolutiva: una speranza, un’ipotesi di “ritorno alla normalità”. Giorni, poi mutati in settimane intere, trascorsi comunque all’insegna di un’ottimistica attesa; un senso di fiducia ch’é andato via via sbriciolandosi fino ad assumere le forme del miraggio, dell‘insostenibile. Perché, nella realtà dei fatti, l’intervento chirurgico così a lungo agognato non è mai arrivato.

Ma a raccontarci la vicenda è la stessa protagonista: “Sono entrata in Pronto Soccorso con una colica in attivo, dovuta alla presenza di calcoli nella colecisti, lo scorso settembre – racconta Camilla -. Più precisamente, avevo deciso di recarmi al Cardarelli già domenica 6 settembre, ma dopo aver chiamato per informarmi sulla prassi anti-Covid, ho capito che difficilmente avrei potuto ricoverarmi subito, data la mancanza di posti letto disponibili”.

Una situazione non certo migliorata con il trascorrere dei giorni: “Il dolore però non mi dava tregua alcuna. Tant’è vero che il martedì successivo (8 settembre) è puntualmente scattata l’ennesima corsa al nosocomio di contrada Tappino: mi hanno fatto dunque entrare – continua la ragazza – sottoponendomi ad analisi cliniche ed ecografia, per dirmi alla fine ciò che già sapevo”.

Del tanto atteso intervento chirurgico, però, nessuna traccia: “Avrei dovuto essere operata entro pochi giorni, ma dal reparto di chirurgia continuavano a dirmi che c’erano delle difficoltà, data l’assenza di posti disponibili; circostanza attestata anche dal consueto verbale di dimissione. Mi dissero inoltre, in quella sede, che avrei dovuto affrontare le coliche con l’assunzione di Tachipirina e Toradol, aggiornandomi di volta in volta con il chirurgo per appurare una possibile data per l’operazione”.

“Dopo qualche tempo, mentre ero a casa stravolta da dolori lancinanti, ho nuovamente chiamato in ospedale, per verificare se ci fosse o meno la disponibilità di un chirurgo in quei giorni. Ebbene, la risposta mi lasciò almeno inizialmente una speranza, perché il mio turno pareva finalmente essere arrivato. Sofferente ma felice, sono quindi rientrata per l’ennesima volta in Pronto Soccorso. Purtroppo, però, ancora una volta la ‘doccia’ è stata gelida: dalle 17,30 alle 20,30 sono stata letteralmente ‘buttata’ al Cardarelli per sottopormi al ‘classico’ tampone. Il giorno seguente mi hanno fatto le analisi, perché il giovedì successivo era in programma la mia operazione; o almeno questo mi era stato detto”.

In effetti, la sala operatoria Camilla non l’ha mai vista: “Non mi hanno operata. Anzi, sono stata lasciata sola in un clima di angoscia e tristezza. Ricordo, in particolare, anche che i medici si lamentavano per la disponibilità di una sola sala operatoria, mentre in quel momento le urgenze erano tante. Venerdì sera, dunque, in una ‘valle di lacrime’ ho quindi chiesto a mia madre di venire a parlare direttamente con il primo medico disponibile per chiarire la mia posizione”.

Risultato? “Mi hanno detto, in sintesi, che io ero sì entrata con un’urgenza, ma che in realtà non rappresentavo un caso urgente. Mi hanno inoltre ripetuto che l’ospedale era in crisi, che non era colpa loro, che non si sapeva quando avrebbero potuto operarmi. A quel punto ho deciso di dimettermi”.

Una scelta non casuale: “Ho optato per le dimissioni proprio perché non volevo passare inutilmente altri giorni in ospedale, magari togliendo il posto-letto a potenziali pazienti che potevano necessitarne più della sottoscritta”.