Tamponi sui bimbi anche con un solo sintomo sospetto. Virus a scuola e negli asili: tutto quello che c’è da sapere

Dopo gli anziani e i giovani sono in aumento anche i tamponi sui bambini che frequentano nidi e scuole materne: basta un sintomo sospetto per attivare la procedura e obbligare il pediatra a chiedere il test. Ma la risposta non è sempre rapida e le famiglie - anche se non sono obbligate - rimangono a casa oppure affidano i piccoli ai nonni mettendoli a rischio. Tra incertezze sulla scuola e ambulatori vuoti perché la diagnosi viene fatta a telefono ecco cosa dicono i pediatri Nunzio Colarocchio e Lucia Di Nunzio

Col ritorno in classe e la riapertura di asili nido e scuole materne sono state introdotte nuove regole per i bambini, i ragazzi e le loro famiglie al fine di ridurre la circolazione del Coronavirus. Dall’inizio del nuovo anno scolastico sono in aumento i tamponi effettuati o richiesti per i giovanissimi: il bimbo di soli 5 anni di Larino malato di Covid-19 (e attualmente ricoverato nell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma) è solo il caso più noto nella nostra regione. Ma ce ne sono tanti altri, più piccoli o poco più grandi di lui, in attesa del test che rilevi la presenza nell’organismo del virus Sars-Cov-2.

Come è possibile che ci siano tanti bambini con sintomi di sospetta malattia in Molise? Non erano proprio i più piccini – questo abbiamo creduto tutti per mesi – ad ammalarsi meno?

La risposta è apparentemente semplice e legata alla procedura di contenimento da seguire che obbliga i pediatri di base a inoltrare richiesta di tampone non appena si presenti anche uno solo (soltanto uno!) dei vari  sintomi che possano far presupporre l’insorgenza della Covid 19.

nunzio colarocchio

“Sintomi che – come ci spiega il pediatra Nunzio Colarocchio – sono comuni a tanti altri disturbi come il raffreddore”.

Il più recente rapporto dell’Istituto superiore di sanità (numero 58 del 28 agosto scorso denominato “Indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di sars-cov-2 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia”) ha stabilito regole semplici e con poche eccezioni indicando la via da seguire nel caso in cui un bambino (ma anche un dipendente scolastico) presenti determinati sintomi a scuola.

Febbre a 37.5, rinorrea (naso che cola), naso chiuso, tosse, cefalea, dolori muscolari, diarrea, vomito o nausea: chi ha figli sa bene che questi disturbi si presentano spessissimo durante l’età infantile, ancora di più nei mesi invernali. E il più delle volte passano senza neppure dover ricorrere a farmaci.

Ma nell’era del Coronavirus anche uno solo di questi sintomi obbliga la maestra a isolare il piccolo nell’area Covid della scuola, chiamare i genitori che lo riporteranno a casa per poi contattare il pediatra per un triage telefonico.

In ambulatorio, infatti, non si va più. E anche questo desta preoccupazione tra i genitori.

“I medici – spiega ancora Colarocchio – sono diventati merce preziosa. Se anche un solo positivo passato per lo studio su 100 visitati risultasse positivo, bisognerebbe bloccare ogni attività per i successivi 14 giorni a causa del contatto avuto tra medico e paziente. Ecco perché viene fatta l’anamnesi, una raccolta di dati e informazioni sullo stato di salute del bambino che in medicina ha valore di un vero e proprio atto medico perché consente di giungere, in determinati casi, a una diagnosi senza ricorrere alla visita”.

Se poi dopo l’anamnesi i sospetti di infezione da Coronavirus persistono, il pediatra può chiedere il tampone. Ma i tempi di risposta da parte dell’azienda sanitaria non sono immediati. E qui iniziano i guai per le mamme e i papà i quali non hanno obbligo di restare a casa col bambino ma di fatto è quello che fanno (perdendo giorni di lavoro, bruciando ferie o chiedendo permessi non sempre accordati con facilità dal datore di lavoro) per non esporre al pericolo altre persone, generalmente i nonni, che – lo abbiamo imparato durante i mesi più bui della pandemia – sono i soggetti più a rischio.

“I genitori non sono tenuti a stare in isolamento mentre aspettano che l’Asrem li chiami per il tampone sul bambino a meno che il pediatra non tema fortemente che quei sintomi siano veramente riconducibili alla Covid 19. Allora allerta il Dipartimento di prevenzione che decide su un eventuale isolamento domiciliare dei contatti del piccolo”.

Ed è esattamente quello che è avvenuto in alcuni istituti del basso Molise a pochi giorni dall’avvio del nuovo anno scolastico. Il timore è che quest’anno avremo lezioni a singhiozzo o non in presenza per via dei focolai scolastici.

Ma ci sono anche casi in cui il triage telefonico riesce ad escludere l’infezione e allora, con la semplice autocertificazione del genitore, il giorno successivo il bambino tornerà a scuola.

“Il problema è che tanti sono asintomatici – dice ancora il dottor Colarocchio – e se pure venissero fatti tamponi a tappeto non avremmo certezza perché un falso negativo si può sempre presentare”.

Non è neppure raro che dopo un primo test ne venga richiesto un secondo “e in qualche caso addirittura un terzo. I bambini, in particolar modo quelli molto piccoli, sono purtroppo super untori. Non per colpa loro, sia chiaro, ma perché non hanno obbligo di indossare la mascherina, tendono ad avere contatti fisici più frequenti, non riescono, nei giochi, a stare a distanza di sicurezza. Serve pazienza, regole di base minime che scuola e famiglia possono insegnare, bisogna proteggerli dai virus ‘stupidi’ perché sono quelli la cartina al tornasole in grado di proteggerli (loro e i nonni) da malattie più serie”.

Lucia di Nunzio

Chi invece non concorda affatto sull’utilità del triage telefonico è la dottoressa Lucia Di Nunzio. Pediatra anche lei, ex primario di Neonatologia e Pediatria dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, oggi ancora in attività col suo studio privato.

“Io riterrei più opportuno che i pediatri visitassero i bambini in ambulatorio perché se dovesse trattarsi di un caso di meningite, e li lasciamo a casa in attesa del tampone, li esponiamo a un rischio grande. Nel mio studio ho investito denaro per la prevenzione: se un paziente ha febbre lo farò venire per ultimo ma lo visito lo stesso. Con le dovute precauzione sono certa che se pure dovessi avere contatti con un positivo non prenderei il virus”.

In tutta questa incertezza, tra linee guida non uniformi per le regioni e discrezionalità dei medici di medicina di base, c’è una buona notizia: tra uno o due mesi potrebbe arrivare il test rapido con la saliva che dovrebbe almeno rendere più veloci le risposte rispetto al tampone.