Se il sessista indica il corpo della donna, noi teniamo lo sguardo sul suo pensiero

Quando una donna esprime una opinione controversa il riflesso condizionato di chi vuole conservare lo status quo del potere maschile è quello di attaccare il suo corpo. Non di argomentare contro il suo pensiero. Un retaggio atavico che anche nelle culture secolarizzate e liberali dell’Occidente democratico è duro a morire. Il Molise ha vissuto in pochi giorni due casi mediatici che spiegano molto bene questo subdolo meccanismo che favorisce la conservazione del predominio culturale da parte degli uomini, sfruttando paradossalmente la solidarietà quasi unanime nei confronti delle donne da parte dell’opinione pubblica, concentrata a condannare il sessismo.

L’attacco al vicepresidente della Regione Emilia-Romagna Elena Schlein e al candidato Sindaco di Montenero di Bisaccia Simona Contucci, entrambe donne che della parola coraggio hanno fatto uno stilema politico, ci offre lo spunto per indagare quale dinamica si innesca quando lo stagno immobile della società viene smosso dal sasso lanciato dalle parole di donne che hanno scelto la politica come palcoscenico dove svolgere il loro ruolo nella società. E come la reazione sdegnata contro il sessismo, di fatto, non sia capace di distogliere lo sguardo del pubblico dal corpo delle donne per ricondurlo al loro pensiero.

Sul corpo della donna, sulla sua sfera sessuale non è possibile compiere ulteriori scempi. Perché non possiamo più permettere che quando una donna scende in campo con le sue idee, le sue proposte, i suoi valori gli avversari utilizzino l’arma del sessismo, che ha come obiettivo visibile il corpo, ma che in realtà colpisce il pensiero della donna, come ha spiegato molto intensamente Michela Murgia in una riflessione su L’Espresso.

La cultura sessista, arma in mano anche ai giovani e ora sempre più spesso utilizzata purtroppo da donne contro altre donne, come la vicenda di Montenero di Bisaccia ci segnala, è una questione non meramente sociologica e men che meno privata, come hanno cercato di derubricarla alcuni protagonisti della polemica. Essa è essenzialmente politica.

Si utilizza il corpo della donna, i gusti sessuali della donna per distogliere l’attenzione dalle sue idee, dal suo pensiero. L’attacco che viene rivolto prima o poi a tutte le donne che si affacciano alla sfera pubblica è sempre e solo sulla loro sfera sessuale. Sfera che è e giustamente deve rimanere privata. Questi attacchi però non nascono in uno spazio privato, ma dal pensiero pubblico che le donne esprimono. Sono attaccate perché il loro pensiero politico e pubblico deve essere sminuito, ma non potendolo spesso farlo con argomentazioni fondate, chi attacca le donne sposta l’attenzione sul loro fisico, sui loro gusti o sulle loro abitudini sessuali. E per difendere il diritto delle donne di essere ascoltate, di far sentire il loro pensiero politico i media dovrebbero trovare il coraggio di restare sul punto delle loro proposte e non distogliere l’attenzione sulla polemica sessista, che puntualmente ruba spazio a tutto il resto. Perché così facendo si fa il gioco di chi vuole distrarci dall’ascoltare il pensiero femminile.

Il sessismo, la diffamazione, l’odio in politica, la violenza verbale del discorso pubblico non sono questioni private. Sono al contrario temi decisivi per la salvaguardia della nostra nuova convivenza civile ai tempi della connessione perenne, ai tempi dei social media, ai tempi della trasparenza sociale totale che ci autoinfliggiamo come spiega David Lyon nel libro La cultura della sorveglianza.

Eppure dovremmo trovare la forza di tacitare i sessisti non attraverso l’ennesimo giusto e doveroso atto di accusa al loro modo volgare di fare politica, ma riuscendo a vincere il riflesso di girarci a guadare il corpo delle donne che loro ci additano per distrarci e non farci sentire quel che le donne dicono, propongono, vogliono.