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Pentimento e primo posto: pubblicani e prostitute avanti

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    di don Mario Colavita

     

    Una delle cose che più inquina l’uomo è la sete di potere. Il potere inteso come dominio, legare persone a sé, servirsi di…, richiama la voglia di avere sempre di più. Di potere ci si può ammalare e molti, secondo la storia, ne sono morti.

    Al tempo di Gesù alcune categorie erano avide di potere, tra queste il vangelo di Matteo fotografa il desiderio smanioso dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo.

    I capi dei sacerdoti, quelli che sedevano nel sinedrio venivano da famiglie ricche, colte, possidenti. Queste famiglie solitamente facevano i loro affari, nel vendere e comprare ci mettevano senza problemi Dio e la religione.

    La parabola dei due figli è rivolta ai capi dei religiosi e agli anziani, è una forte critica al loro operato la cui finalità è crescere nel potere e nel servirsi della religione per alimentare se stessi.

    La vigna è l’Israele di Dio, il popolo chiamato alla salvezza; il padre (Dio) chiede al primo figlio di lavorare la vigna cioè di collaborare. La parabola dice che il figlio prima dice di no, poi si pentì e ci andò. Il pentimento è di coloro che hanno coscienza, sentono rimorso di qualcosa che non va, ammettono un errore.

    Il padrone della vigna disse le stesse cose al secondo figlio che prontamente rispose: si, ma non ci andò. Prosegue Gesù: chi dei due ha fatto la volontà del Padre? Rispondono i capi: il primo! Conclude la parabola: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31).

    Il cuore della parabola è la conversione, il pentimento.

    Il primo figlio anche se ha detto di no, si pente, capisce lo sbaglio e vuole riparare lavorando nella vigna.

    Il pentimento è la strada per la conversione, nel vangelo di Matteo, si pente anche Giuda il traditore, ma capi dei sacerdoti sono duri nelle loro convinzioni.

    Il secondo figlio invece dice di sì e non fa niente. In questo l’evangelista Matteo vuole confermare le parole del profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini” (Is 29, 13).

    La volontà del Padre è quella della cura della vigna e vuole che ognuno abbia a cuore la salute e la cura, aiuti in questo.

    La conclusione è chiara: prostitute e pubblicani, gli ultimi della scala sociale, ritenuti scarti, prenderanno il primo posto nel regno di Dio.

    Le parabole non sono solo racconti, esse parlano alla nostra vita: i personaggi evocati siamo noi. Rileggendo il testo, allora, dovremo immedesimarci in qualche personaggio forse il mio di personaggio è quel secondo figlio che nasconde la sua carenza di fede attraverso il si.

    Dovremo stare ben attenti alle parole e al comportamento del secondo figlio mi sa tanto che somigli ai molti cristiani di oggi, una specie di credente debole che ha appiattito tutto nella vita, riducendo la forza della parola di Dio ad una umana: legge la Parola ma non si lascia leggere dalla Parola; recita preghiere senza pregare; partecipa alla liturgia che non celebra nella vita; osserva i comandamenti ma non si sente beato; dice di essere cristiano non praticante ma Dio e il suo amore rimane lontano.

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