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L’artista Mario Vespasiani e il suo pensiero a Philippe Daverio

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    ritratto daverio

    di Mario Vespasiani

     

    In natura le farfalle sono gli insetti più sorprendenti, per metamorfosi e delicatezza ma soprattutto per le infinite colorazioni delle loro ali, che sembrano – a noi che le vediamo provenire dal nulla – più importanti del resto, del corpo e del contesto che attraversano. Chiuse a libro, diventano una foglia di porporina, natura e cultura insieme. Nella tradizione giapponese la farfalla guida l’anima nell’aldilà, in quella greco-romana era simbolo dell’anima liberata dalla materia e dai greci è stata rappresentata come una giovane alata chiamata Psiche. P come Philippe, una specie di farfalla con gli occhiali sulle ali, che ha attraversato il mondo dell’arte con quella leggerezza di chi conosce le altezze, del pensiero e della persona. Perciò P era sempre rivolto in avanti, andando incontro all’altro, alla telecamera, al quadro o al paesaggio. Anche col suo bel programma Passepartout è riuscito a veicolare quello stile eclettico e girovago, tra un luogo e l’altro, tra periodi storici diversi, dove persino gli oggetti o le opere d’arte considerate minori diventavano parte viva della narrazione che dall’arte, in un discorso unitario portava ad inquadrare l’intera società. Perché a suo agio più che negli accademismi si ri-trovava nelle connessioni insolite tra cultura bassa e alta, grandi maestri ed enogastronomia, antiquariato, giovani artisti e folklore.

    Entrambi eravamo dell’idea che chi si occupa di arte non possa trascurare il resto, perché se al contrario si pensa solo alla professione – un po’ come per il sesso – è probabile che alla fine non la si faccia più come si deve. E credo che con la stessa intuizione abbia fatto a meno della laurea, ribadendo che – a memoria di chi ancora oggi è in cerca solo di un titolo – “in quegli anni si andava all’università per studiare e non per laurearsi”. Le sue molteplici esperienze tra TV, insegnamento, galleria, politica e conferenze in giro per l’Italia, confermano la mia idea iniziale di un ciclo vitale fluttuante, tale a quello dei lepidotteri che attraversano stadi differenti, da uovo a larva, da crisalide a farfalla, anzi a “papillon”, come quella cravatta annodata a fiocco che rendeva il suo viso così solare, indossata in maniera divertita, di giorno e negli abbinamenti più arditi. Anch’io ho sempre preferito il papillon alla cravatta, ma dandogli un significato opposto, di eleganza notturna, di mistero e di certi sguardi magnetici e serate memorabili. Per me il farfallino è nero su smoking nero, per P era di tutti gli altri colori e tessuti. Ricordo quando Philippe riuscì ad abbinarlo ad una camicia a larghe righe verticali rosse e bianche, episodio che mi fece subito venire in mente quell’altro Papillon, quello del film, ma non nell’imprendibile Steve McQueen, bensì nell’amico d’avventura o di sventura Louis Dega, coprotagonista perfetto interpretato da Dustin Hoffman con addosso la stessa tenuta a righe – ma da galeotto – e simili occhiali tondi.

    Non conosco ancora il linguaggio sottile delle farfalle ma penso che Philippe col suo timbro colloquiale e trasversale, lo avrebbero ascoltato piacevolmente anche loro, fosse solo per via della voce scandita e rauca da fumatore e per quel singolare rotacismo, utile a chi sa maneggiare molte lingue (e meravigliare tutti gli altri in ascolto) come per lo sguardo, che dagli occhiali si sporgeva in avanti quasi spinto fuori su due antenne. Alla conoscenza ha saputo abbinare “l’incantamento”, rare qualità che in TV salvano dalla noia di un’altra lezione, manifestando caratteristiche proprie e assolutamente personali, valide in maniera diversa anche per i suoi colleghi drammaticamente scomparsi in questo sciagurato 2020. Da Maurizo Calvesi a Germano Celant (che ho ricordato in primavera nel giornale della sua terra https://www.ligurianotizie.it/il-ricordo-di-unartista-mario-vespasiani/2020/05/01/381235/ognuno col proprio metodo di divulgazione, ognuno col proprio guardaroba studiato che completava il discorso non detto. Penso al minimalismo, al rigore e al bianco della chioma sul nero delle giacche di pelle dell’impenetrabile Celant, in rapporto ai completi sartoriali da “dandy da fumetto, più che da maledetto”, che incorniciavano il sorriso amichevole di Daverio. Amiamo l’arte anche grazie a queste persone, che ce ne mostrano gli aspetti più vari, gli aneddoti e i molteplici punti di vista: Anche per questo a mio avviso l’arte rimarrà ancora a lungo il più libero campo di conoscenza dell’umano, perché è esclusivo e inclusivo insieme, complesso e intuitivo, generoso e implacabile. Esattamente così come è la vita.

    Philippe Daverio avrebbe compiuto 71 anni il prossimo 17 ottobre, dunque 71-17, un numero palindromo che entrerebbe perfettamente, col trattino al centro, in quel farfallino a cui in questo scritto mi sono aggrappato spesso. E con la stessa acutezza e sagacia ritengo che la frase pronunciata proprio da Hoffman nel film, per via di quell’aspetto eccentrico e delicato avrebbe potuto tranquillamente esternarla lui durante le sue presentazioni: “Tu lo sai che il primo uomo che fece una ruota da una pietra la usò come ornamento? L’ho sempre ammirato per questo”. Buon volo Philippe, ora stai attraversando ciò che il bruco chiama fine del mondo, ma per tutti noi che viviamo di arte chiameremo sempre farfalla.

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