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La strage silenziosa dei morti sul lavoro

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    di Ing. Luigi Leone

     

    Si può morire sul lavoro? La risposta a questa domanda è semplice e agghiacciante. Si.

    Nel tempo che impiegheremo a leggere queste prime righe, almeno una persona nel mondo avrà perso la vita per via di un incidente sul lavoro.

    Si calcola, infatti, che ogni 15 secondi si verifichino 153 infortuni sul lavoro, uno dei quali mortale. Ogni giorno 6.300 persone sono vittime di un incidente sul lavoro o di malattie professionali. 190mila al mese. 2,3 milioni all’anno.

    Il prezzo da pagare quotidianamente per queste tragedie è incommensurabile, mentre il costo per la società è pari al 4% del Pil mondiale.

    I due settori più colpiti sono edilizia ed agricoltura con una mortalità pari rispettivamente al 24,6% e al 36,5% (e in questo anche la cronaca molisana ci riporta il triste conto).

    Nel mio lavoro capita di ragionare sul perché mai se si continua a morire sempre per le stesse cause, non si riesca a strutturare un metodo atto a prevenire ed interrompere la tremenda statistica quotidiana delle morti sul lavoro.

    La risposta non è per nulla semplice.

    Il problema può nascere da carenze strutturali, macchine non adeguate o senza corretta manutenzione. Spesso e volentieri però queste non conformità tecniche si mischiano con una poca sensibilità al rischio da parte dell’organigramma aziendale della sicurezza.

    La cultura della sicurezza viene purtroppo ancora valutata come un insieme di nozioni difficilmente attuabili; si dovrebbe invece iniziare a pensare alla stessa come un complesso di unità organizzative, di normative, conoscenze tecniche, informazioni, contenuti e modi di affrontare al meglio i rischi nei luoghi di lavoro. Tutto questo è da considerarsi un vero e proprio motore d’impresa.

    Ma come possiamo realmente costruire solide basi si cui edificare la Cultura della Sicurezza?

    Per rispondere a tale domanda è fondamentale riuscire ad instaurare una comunicazione efficace dei contenuti e soprattutto creare un clima di condivisione dei comportamenti positivi tra tutti lavoratori.

    L’azienda che dal mero adempimento legislativo, comincia a credere davvero al significato comune del lavorare in sicurezza, sicuramente potrà godere non solo di una produttività migliorata ma soprattutto di una collaborazione totale dei lavoratori che non si sentiranno più considerati solo “ingranaggi”.

    Una delle più grandi convinzioni, che durante il mio lavoro mi trovo più spesso a confutare è: “SICUREZZA = TROPPI COSTI”. Spesso infatti sono sufficienti mirati investimenti, ad esempio sulla sensibilizzazione dei ruoli e di responsabilità di capi e coordinatori e sulle relazioni tra i lavoratori. La base di partenza, quindi, è smontare le cattive abitudini tramite una formazione partecipata e periodica a tutti i livelli.

    Il buon esempio deve partire dall’alto e quindi dall’autorevolezza dei responsabili che devono essere in grado di rapportarsi con metodologie di comunicazione formali e informali coerenti. Ma non basta.

    Una vera cultura della sicurezza è esercitata sia in forma direttiva che in forma partecipativa, dalla base verso il vertice aziendale. È necessario che dai livelli gerarchici superiori ci sia un’effettiva sensibilità alla tematica, una reale volontà e attenzione alla salvaguardia del benessere dei propri collaboratori. Quando mancano questi fondamenti si genera una profonda incoerenza tra tutti i contenuti trasferiti nei corsi di formazione, procedure di sicurezza, riferimenti legislativi, etc…

    A quanti di noi è capitato di seguire corsi sulla sicurezza ed avere l’impressione di ascoltare nozioni talmente lontane dalla nostra realtà lavorativa da provocarci più di qualche perplessità?

    Ovviamente questa poca coerenza diventa la conferma, per i lavoratori, che le attenzioni da parte dell’azienda siano solo di parvenza e che quindi si vada poi a scegliere la soluzione più comoda e non quella più sicura.

    Un maggiore coinvolgimento dei lavoratori nella risoluzione dei problemi e nel prendere decisioni, oltre che il ricevere un riconoscimento positivo per lo svolgimento del loro lavoro, fa aumentare invece la quota di assunzione della propria responsabilità.

    Questa è una lotta di civiltà, è una lotta da vincere perché il lavoro diventi finalmente lo “strumento per contribuire alla trasformazione e all’evoluzione del creato, a favore di tutti” come scritto nella lettera enciclica Laborem exercens dal Pontefice Giovanni Paolo II.

    ingegner luigi leone

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