La mamma di Larino: “Mio figlio di 5 anni solo in ospedale a Roma, io positiva e lontana e nessuna solidarietà”

L'intervista, lo sfogo e la sofferenza. Dalla tardiva comunicazione da parte delle autorità sanitarie, alla cattiveria social fino agli atteggiamenti da caccia alle streghe. Il caso della famiglia di Larino che ha sconvolto la collettività, dando origine anche a comportamenti tutt'altro che solidali. "Nessuno mi ha chiamato per chiedermi come sta mio figlio, nessuno si è chiesto come posso stare in questo momento", lo sfogo della mamma del piccolo di 5 anni ricoverato fuori regione per le complicazioni del Covid-19

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Non vede suo figlio, di 5 anni appena, da lunedì sera quando i medici dell’Asrem hanno deciso di trasferirlo in un ospedale pediatrico fuori regione per via della sua delicata situazione respiratoria causa infezione da Sars-Cov-2. “Suo figlio verrà portato al Bambino Gesù di Roma ma lei non potrà andare con lui”. Dopo la notizia del tampone positivo del suo piccolo, la doccia fredda di doversi separare da lui. Troppo alta la probabilità che anche lei, la mamma di Larino finita suo malgrado sotto i ‘riflettori’ e sulla ‘bocca’ di tutti in paese e non solo, fosse positiva al coronavirus, come i fatti poi hanno confermato.

“Non vivo più da lunedì, la prima notte è stata terribile anche perché mi avevano promesso che mi avrebbero chiamata non appena il mio bambino fosse arrivato a Roma, ma così non è stato”. La mattina seguente alle 7 ha alzato il telefono e ha chiamato al numero dell’ospedale pediatrico della Capitale. “Qui non c’è nessun bambino con questo nome” le ha risposto un’infermiera. Altra doccia fredda, altro choc. Poi, dopo tante telefonate, l’arcano è stato svelato: il bambino era ricoverato al Palidoro, a Fiumicino, in quella che è una sorta di ala Covid separata del noto ospedale di Roma. A fare compagnia al piccolo c’è il papà, anche lui positivo sebbene asintomatico, e residente a Roma. Ma per la mamma, lontana oltre 300 chilometri dal suo bambino, l’ansia e l’apprensione sono amplificate. Durante i primi giorni di permanenza in ospedale, il piccolo è stato intubato e ricoverato in Terapia intensiva ma la buona notizia è che da ieri, mercoledì, le sue condizioni sono sensibilmente migliorate ed attualmente non si trova più nel reparto ‘salvavita’. “Ora riesco a vederlo tramite le videochiamate. Lo sento spesso, anche se lui è ancora debole”. Ieri il padre del bimbo lo ha anche aiutato ad alzarsi dal letto e a sgranchire le gambe. Ma il decorso della malattia non è ancora alle spalle e i controlli sono ancora in corso.

Un’infezione arrivata così, dall’oggi al domani, e che presto si è diffusa in buona parte della famiglia. Prima che iniziasse la scuola il bambino era stato a Roma col papà ed è lì con tutta probabilità che i due hanno preso il coronavirus. Poi, al ritorno del bambino a Larino – dove vive con la mamma, la nonna e la zia (la sorella 12enne della madre) – l’amara scoperta, che ha mandato in subbuglio l’intera cittadina. Il piccolo infatti il 14 settembre, giorno di riapertura della scuola, era stato in classe (la scuola dell’infanzia ‘Novelli’) e la conferma della sua positività ha fatto scattare le misure del caso, ovvero tamponi a tutti i bambini e al personale. Ieri i risultati: con enorme sollievo sono tutti negativi.  Diversamente sono risultate positive prima la mamma e poi, ufficialmente da ieri, anche la nonna e la giovane zia, appena 12enne. La positività di quest’ultima ha mandato nuovamente in panico la cittadinanza in generale e la ‘popolazione scolastica’ in particolare. Infine la decisione, presa dal sindaco d’intesa col dirigente scolastico e le autorità sanitarie, di chiudere l’intera scuola media, almeno fino a quando non si sapranno gli esiti dei tamponi su studenti e personale.

“Quello che mi fa rabbia è che io sto bene e non ho nessun sintomo”, ci spiega la giovane mamma che da quasi tre lustri vive in Italia, ma che è arrivata ancora ragazzina da oltreoceano. Una sorta di senso di colpa materno: ‘perché io sto bene e mio figlio no?’ sembra dire la donna, costernata dal dolore e dall’impotenza. Come lei, anche sua madre e sua sorella sono in buone condizioni di salute e si trovano in isolamento a casa, insieme. “Ognuno sta in una stanza, in casa giriamo con le mascherine, mangiamo nelle stoviglie di plastica e ci teniamo a debita distanza”, le regole che le tre donne hanno presto imparato a rispettare. “È strano, però i mesi di lockdown ci hanno abituato”. Chiaro poi che in cima alle preoccupazioni ora ci sia la salute del piccolo di famiglia, che tutti sperano di poter riabbracciare presto.

Però, a rendere tutto più indigesto alla famiglia, già pesantemente provata dagli eventi, ci si è messa anche la reazione scomposta, velata di cattiveria ed egoismo, della gente del paese. “Da quando si è saputo il risultato del tampone di mio figlio il mio telefono non ha mai smesso di suonare. Nessuno però che mi abbia mai chiesto come sto e come sta lui. Tutti volevano sapere se fosse vero e non facevano che dirmi ‘Non manderò più mio figlio a scuola’”. Nessuna delicatezza, nessuno (o quasi) che si sia messo nei panni di questa giovane madre che non dorme più da quando suo figlio è malato, ora così lontano da lei e peraltro solo in un letto d’ospedale. Solo ieri, dopo aver appreso che i test dei propri figli erano negativi, qualcuno le ha telefonato, parlandole con toni diversi. “In queste situazioni viene fuori l’ipocrisia della gente. Io ora so che le persone su cui posso fare affidamento si contano sulle dita di una mia mano. Ma 5 dita sono anche troppe”.

È un fiume in piena la donna, nella sua voce e nel suo parlare frenetico si ravvisa tutto quel che sta patendo, e che mai si sarebbe aspettata di vivere. Ieri l’ulteriore goccia che ha fatto traboccare il vaso. “Sui social e sui giornali tutti parlavano della positività di mia sorella (la ragazza 12enne, ndr) ma noi non avevamo ancora ricevuto la comunicazione da parte dell’Asrem”. E la comunicazione, difatti, è arrivata via telefono solo stamane, alle 10 circa. “Mia sorella ha saputo di essere positiva attraverso la chiamata di un suo compagno di classe. È stato lui a dirglielo”.

Della non tempestiva – per quanto riguarda questa famiglia – comunicazione da parte dell’Asrem, la donna ha interessato anche i Carabinieri per risalire alla verità dei fatti. “Lo scrivevano i giornali online, ne parlava tutto il paese, ieri sera lo ha scritto su facebook il sindaco. Ma a noi nessuno aveva ancora comunicato nulla di ufficiale”.

È una vicenda emblematica, che mostra tutti i lati oscuri, talvolta paradossali, di ciò che vivono le persone che si trovano d’un tratto a fare i conti con questa ‘strana’ malattia, e con tutte le sue conseguenze. Per una famiglia di origine straniera, poi, è facile cadere vittima del pregiudizio e della diffidenza delle persone. “Ho letto commenti spiacevoli sui social che dicevano che sono stata una madre irresponsabile. Perché? Non siamo andati in vacanza all’estero come tanti hanno fatto. Mio figlio è stato a trovare il padre che vive lontano da lui. In tutti questi mesi io sono stata terrorizzata dal pensiero che si ammalasse, non l’ho portato più neanche al parco a Larino. Ma prima che iniziasse la scuola ho voluto che stesse qualche giorno col suo papà, tutto qui”. La giovane donna ci tiene a mandare, forte e chiaro, un monito a tutti. “Questa malattia non è una colpa, a tutti può capitare di prenderla e comunque noi non ce la siamo certo andati a cercare”.

In questi mesi si è parlato spesso di atteggiamento da caccia all’untore, ed è proprio questo che sottolinea, con rabbia e tristezza, questa mamma. “Una vicina di casa ha chiamato i Carabinieri accusando mia madre di stare sul pianerottolo a parlare quando lei era semplicemente scesa per prendere i pacchi alimentari che ci ha fatto recapitare il parroco attraverso la Caritas”. Ma gli episodi in tal senso – che la donna ha scelto di raccontare a Primonumero – sono diversi, e sono come tante ferite aperte. “Noi sappiamo benissimo che non possiamo prendere l’ascensore e non ci siamo mai sognate di farlo. Ma nel condominio lo hanno bloccato non appena saputo che siamo contagiate”. La sensazione di essere ‘trattate’ come ‘appestate’ è stata onnipresente in questi giorni. È successo qui, come è successo e succederà altrove. Ma a fare più male a questa famiglia è l’indifferenza con cui si è liquidato il loro dolore, anche da parte di tanti genitori che forse più di altri avrebbero potuto comprendere il loro calvario.

Qualche anno fa la donna si è trasferita dal Molise a Roma, poi ha scelto di tornare a Larino per far crescere qui suo figlio. “Ho sempre avuto buoni rapporti con tutti. Io capisco la paura, ma mi sarei aspettata più solidarietà”.

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